Il caro prezzo della guerra aerea del Mali

di Tommaso Meo

Un’indagine dell’ong The Sentry denuncia come l’escalation della campagna di raid della giunta maliana, condotta con droni turchi e regia militare russa, stia provocando stragi di civili nel completo vuoto di responsabilità

di Andrea Spinelli Barrile

A tre anni dalla nascita dell’Alleanza degli Stati del Sahel (Aes), fondata dalla giunta golpista di Bamako in nome della sicurezza e della sovranità nazionale, l’escalation della campagna aerea in Mali si sta traducendo in una serie di raid letali per la popolazione civile, condotti attraverso una catena di comando opaca, frammentata e priva di qualunque rendicontazione legale e politica. La denuncia arriva da un dettagliato rapporto investigativo pubblicato oggi dall’organizzazione non governativa The Sentry.

Secondo l’indagine, che analizza contratti di fornitura militare e testimonianze dirette sulle operazioni aeree congiunte tra le Forze armate maliane (Fama) e i soldati russi dell’Africa Corps, i bombardamenti hanno provocato decine di vittime innocenti sia nel centro sia nel nord del Paese. Tra gli episodi documentati figurano l’attacco notturno del maggio scorso a Hassi Sidi, nella regione di Timbuctù, costato la vita ad almeno cinque lavoratori di rientro dai giacimenti d’oro, e i raid su Amasrakad e Kyrnia, già segnalati da organizzazioni internazionali per i diritti umani per il decesso di numerosi bambini.

L’architettura operativa tra Ankara e Mosca

Dietro i raid si cela una complessa architettura industriale e operativa. Da un lato ci sono i droni d’attacco turchi Bayraktar Tb2 e i più pesanti Akinci, pilotati da equipaggi maliani addestrati da Ankara; dall’altro, caccia-bombardieri Sukhoi e munizioni circuitanti russe Zala operati direttamente dall’Africa Corps. Tuttavia, secondo le evidenze raccolte da The Sentry, le autorizzazioni finali all’ingaggio dei bersagli risalgono spesso la catena di comando fino ai vertici militari di Mosca, creando una dinamica in cui equipaggi locali impiegano velivoli turchi su target validati da una potenza straniera.

«L’escalation della guerra aerea in Mali ha creato una preoccupante lacuna in termini di responsabilità», ha detto Justyna Guzowska, direttrice esecutiva di The Sentry. «Quando ogni attore controlla solo una parte del sistema, dalla produzione e dal finanziamento alla gestione degli aerei e all’approvazione degli obiettivi, la responsabilità per ciò che accade ai civili innocenti uccisi in questi raid aerei diventa pericolosamente poco chiara».

Finanziamenti ombra e chip occidentali

L’inchiesta fa luce inoltre sui canali finanziari del regime di Assimi Goïta. Il contratto da 210 milioni di dollari stipulato nell’agosto 2024 con la turca Baykar per sei droni Akinci non porta la firma della Difesa, ma del colonnello Modibo Koné, capo dell’intelligence presidenziale (Anse). L’operazione ha aggirato i canali del bilancio pubblico e i controlli parlamentari, replicando lo schema già utilizzato nel 2022 per coprire le spese dei mercenari russi.

A complicare il quadro geopolitico è infine la dipendenza tecnologica: sia i droni turchi sia i velivoli russi continuano a integrare motori e microelettronica prodotti in Paesi occidentali e in Ucraina, aggirando i regimi di controllo sulle esportazioni e alimentando paradossalmente il conflitto. Per questo The Sentry chiede alle autorità sanzionatorie di Stati Uniti, Regno Unito e Unione Europea di designare il capo dell’intelligence maliana Modibo Koné e alle cancellerie fornitrici di rivedere le licenze di esportazione verso la Turchia alla luce dei crimini documentati.

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