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Edizione del 09/10/2026

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Rivista Africa
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kordofan

    CONTINENTE VERO

    Sudan, la guerra arriva tra i Monti Nuba

    di Tommaso Meo 5 Settembre 2026
    Scritto da Tommaso Meo

    La guerra in Sudan ha raggiunto anche questa regione, a lungo rimasta ai margini dei combattimenti. Tra bombardamenti di droni, ospedali e scuole colpiti, villaggi svuotati e campi profughi al limite della sopravvivenza, il Kordofan Meridionale si trasforma in un fronte decisivo e quasi invisibile. Il nostro reportage esclusivo per raccontare il dramma e la silenziosa resistenza di una popolazine sotto assedio

    testo e foto di Marco Trovato

    Camminano in fila indiana, serpeggiando lungo un sentiero che incide la savana nella luce dorata dell’alba. In testa, un soldato dall’aria severa detta il passo battendo un bastone sul terreno, come un maestro stanco che misura il tempo più che la distanza. Alle sue spalle, una schiera rumorosa di ragazzi. «Djua! Djua!!», «forza!» urlano a squarciagola, le dita a V in segno di vittoria, il pugno chiuso levato verso il cielo. A tracolla portano una sporta, una tanica d’acqua. Addosso, l’eccitazione baldanzosa di chi sembra partire per una gita, non per un campo di addestramento. Sono giovani volontari che hanno scelto di arruolarsi nel braccio armato del Sudan People’s Liberation Movement–North (Splm-N), lo storico movimento di liberazione del popolo nuba. Hanno risposto all’ennesima campagna di mobilitazione, richiamati da una guerra che credevano lontana, quasi estranea, confinata ad altre regioni, ad altri destini. Molti di loro sono cresciuti con il racconto di un conflitto ereditato, mai davvero concluso, e ora scoprono che quella storia è tornata a bussare alle porte delle loro colline.

    I suoni sinistri delle armi hanno ricominciato a rimbalzare tra queste vallate remote e magnifiche. Si insinuano, si avvicinano lentamente, seguendo gli stessi sentieri battuti dalle giovani reclute, fino a raggiungere il cuore del Kordofan Meridionale. Una regione che negli ultimi mesi è tornata a essere uno dei principali teatri di una guerra che, da quasi tre anni, semina devastazione e morte in tutto il Sudan. Il bilancio è spaventoso: almeno duecentomila vittime accertate, quindici milioni di persone costrette ad abbandonare le proprie case, più del doppio ridotte a condizioni di fame estrema. È la più grave crisi umanitaria del nostro tempo, eppure largamente ignorata dai grandi media internazionali e dalla diplomazia occidentale.

    Il Kordofan, regione-cuscinetto

    Il conflitto è esploso all’indomani della caduta del trentennale regime di Omar al-Bashir e del naufragio della fragile transizione democratica, implosa sotto il peso di una resa dei conti interna all’apparato militare. A contendersi il potere sono due generali, un tempo alleati e oggi acerrimi nemici: Abdel Fattah al-Burhan, capo dell’esercito regolare, e Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti, leader delle Forze di supporto rapido (Rsf). Queste ultime affondano le radici nelle milizie arabe janjaweed, accusate di genocidio in Darfur su mandato dell’ex regime di Khartoum e, più recentemente, di nuove e gravi atrocità nel conflitto in corso. In particolare durante l’assedio di El-Fasher – a lungo ultima roccaforte dell’esercito nelle regioni occidentali – sono emerse prove di massacri sistematici, stupri di massa e violenze efferate contro civili inermi.

    Il Paese è oggi di fatto spaccato in due. Le Forze di supporto rapido controllano tutti e cinque gli Stati del Darfur, nell’ovest del Sudan: un territorio vasto quanto la Francia, dove hanno insediato un’amministrazione parallela. L’esercito mantiene invece il controllo degli Stati orientali e di città strategiche tra cui Khartoum e Porto Sudan, dove ha trasferito la sede del governo. In mezzo c’è il Kordofan, terra di confine e di contesa, cuscinetto instabile tra le due aree di influenza. Una regione ricca di petrolio, cruciale per gli equilibri militari ed economici, e dunque determinante per l’esito della guerra.

    Quella che per lungo tempo era stata una periferia dimenticata del conflitto sudanese è oggi uno dei suoi fronti più incandescenti. Dal Kordofan Meridionale filtrano con sempre maggiore frequenza notizie di combattimenti, offensive e controffensive che ridisegnano i rapporti di forza sul terreno e alimentano una spirale di violenza senza fine. Le postazioni avversarie distano spesso pochi chilometri: i nemici si osservano, si studiano, si provocano, pronti a colpire al primo segnale di debolezza. Città assediate, corridoi umanitari impraticabili, il ritorno dello spettro della carestia. Arrivano immagini e testimonianze di stragi efferate contro i civili: scuole, ospedali, asili colpiti dai bombardamenti. L’esercito regolare e i gruppi armati antigovernativi si accusano a vicenda di crimini di guerra, mentre la violenza cresce senza controllo, stringendo la regione in una morsa sempre più soffocante.

    Mosaico di culture

    La strada è poco più di una pista di pietre e polvere che si arrampica tra vallate e gole. Viaggio accanto a padre Renato Kizito Sesana, un missionario di 82 anni da oltre trenta impegnato in missioni umanitarie al fianco del popolo nuba. Dal finestrino scruta il paesaggio che scorre lento: i tetti conici delle capanne, i baobab monumentali dai rami contorti, i pastori in cammino con lunghe carovane di vacche e cammelli, le montagne all’orizzonte che sembrano dissolversi nel cielo. «Queste alture mi hanno sempre ispirato pace, fraternità, impegno, il desiderio di fare qualcosa per gli altri», dice. Poi il volto si oscura. «Questo nuovo conflitto fa male. Mi ferisce nel profondo. Perché penso a quei bambini, a quelle persone colpite dalla violenza cieca che ha sconvolto le loro vite: magari le avevo incontrate l’ultima volta che ero passato di qui, mi avevano salutato, avevano sorriso. Sentire quel legame spezzato è doloroso».

    Sui Monti Nuba due milioni di persone vivono abbracciate alle rocce come un’unica, immensa famiglia. È un mondo fatto di minuscoli villaggi, presepi di terra e paglia che spuntano tra le fenditure della pietra, appena visibili dall’alto, collegati da una ragnatela di sentieri che si insinuano tra gole e creste. Strade invisibili a occhi estranei, ma percorse ogni giorno da chi ci è nato e di questo paesaggio conosce ogni silenzio, ogni mutamento di luce. Questa enclave montuosa è un crogiolo umano di rara complessità: decine di comunità di origini diverse, spesso misteriose, sopravvissute agli assalti della storia come isole linguistiche. Più di cinquanta idiomi risuonano tra le valli, lingue che altrove sarebbero state inghiottite dal tempo e dalle dominazioni, ma che qui trovano ancora un respiro ostinato. Tutto le separa: tradizioni, riti, memorie antiche. Eppure le unisce un’unica, potente fedeltà a queste montagne aspre e bellissime, rifugio e condanna allo stesso tempo.

    L’isolamento, in questa regione tra le più remote e inaccessibili dell’Africa centrale, non è una condizione: è un destino. Un baluardo naturale che per secoli ha offerto protezione – dalle pressioni degli arabi che pretendevano conversioni forzate, dalle razzie degli schiavisti, poi dalle campagne di annientamento del regime di Omar al-Bashir, che tentò di piegare i Nuba bombardando i loro villaggi. Ma la pietra, qui, ha sempre restituito eco alla resistenza. Due volte più grande della Toscana, questo fortino di montagne che sfiorano appena i mille metri domina le pianure come una fortezza antica. È una cittadella della natura, costruita non per mano dell’uomo ma dalla necessità di sopravvivere. E oggi, ancora una volta, è assediata. La guerra, che sembrava un incubo del passato, è tornata a turbare la fragile quiete di queste valli. Gli stessi sentieri che un tempo proteggevano, ora intrappolano; gli stessi pendii che salvavano, ora diventano teatri di fuga. Le comunità che hanno sfidato secoli di persecuzioni si ritrovano nuovamente a stringersi l’una all’altra, come le loro case addossate alla montagna.

    Discutibili scelte di campo

    Con noi ci sono Valerio Cataldi, corrispondente Rai per l’Africa, e il suo cameraman keniano Tom Ndirangu. Siamo i primi giornalisti occidentali a raggiungere i Monti Nuba, nel Kordofan Meridionale, da quando a dicembre la guerra ha infranto la fragile pace di queste alture. Lungo il percorso, i soldati dell’Splm-N – alleato dei gruppi antigovernativi – controllano documenti e lasciapassare a una dozzina di posti di blocco. In teoria sono loro a dominare l’area. Ma la realtà, tra queste montagne, è molto più complessa. Da tempo si sono infiltrati i soldati dell’esercito regolare e i paramilitari delle Rsf. Si combatte per ogni villaggio, per ogni altura, per ogni pozzo, metro dopo metro, senza esclusione di colpi. Un centro abitato sotto il controllo dell’esercito può passare nel giro di poche ore nelle mani dei ribelli, e viceversa. Un’area considerata sicura può trasformarsi all’improvviso in teatro di scontri feroci. Muoversi in questa geografia della guerra, fluida e imprevedibile, è un esercizio costante di rischio. Da tempo è svanita ogni distinzione tra fronte e retrovie. Dal cielo piovono ordigni che non fanno differenza tra combattenti e civili. Ogni edificio può essere scambiato per una postazione militare, ogni veicolo per un obiettivo, ogni persona per un bersaglio. 

    «Oggi la situazione sui Monti Nuba è estremamente delicata», conferma Daoud Isaiah Al-Foul, vicegovernatore della regione. Lo incontriamo all’esterno del suo ufficio: completo chiaro, cappello da cowboy, il bastone del comando stretto con fierezza tra le mani. Alle sue spalle, tre uomini armati vegliano sulla sua sicurezza. «L’alleanza politico-militare che abbiamo siglato con le Rsf rappresenta un passaggio cruciale: per la prima volta, dopo decenni di guerra, le popolazioni emarginate del Sudan tentano di costruire un fronte unitario». Una scelta controversa, che ha infranto l’iniziale neutralità nel conflitto, voluta dal leader politico dell’Splm-N, Abdelaziz al-Hilu. I Nuba, protagonisti in passato di una lunga guerra difensiva, di resistenza, contro un regime sanguinario deciso a cancellarne l’identità, si trovano oggi a combattere al fianco di miliziani accusati delle peggiori atrocità.

    Interferenze internazionali

    Tra gli episodi più gravi attribuiti ai paramilitari nel Kordofan Meridionale figura l’attacco con droni a un ospedale e un asilo di Kalogi all’inizio di dicembre, in una città sotto il controllo della giunta militare sudanese. Il bilancio è di almeno 114 vittime – 63 i bambini. Le immagini diffuse sui social, per breve tempo rilanciate anche dai grandi media internazionali, mostrano i corpi dilaniati dei più piccoli, edifici ridotti in macerie, oggetti personali – scarpe, zainetti, ciabatte – sparsi fra i detriti, segni inequivocabili di una violenza che ha colpito persone disarmate e luoghi destinati alla cura e all’infanzia. «In guerra è possibile che vi siano violazioni dei diritti umani», taglia corto il vicegovernatore. «Tuttavia, voglio sottolineare che molte delle accuse rivolte alle Rsf non corrispondono alla realtà. Come già accaduto in passato, riteniamo plausibile che elementi legati all’alleanza islamista del governo di Khartoum si siano infiltrati per commettere misfatti e criminalizzare le Rsf».

    Le versioni dei fatti sono contrastanti e la propaganda circola in tutti gli schieramenti. A rendere il quadro ancora più complesso è l’intervento di attori esterni: gli Emirati Arabi Uniti, principali sostenitori delle forze paramilitari; Egitto e Turchia, allineati con il governo di al-Burhan; e, in modo più discreto, Russia, Cina e Stati Uniti. Tutti contribuiscono, in misura diversa, al proseguimento del conflitto attraverso forniture militari o appoggi politici, attratti dal peso strategico del Sudan: territorio di passaggio tra Sahel e Africa subsahariana, ricco di petrolio, oro e terre coltivabili, attraversato dal Nilo e affacciato sul Mar Rosso.

    Sul terreno, le conseguenze ricadono soprattutto sulla popolazione civile. Donne e bambini sono i più esposti. Il Kordofan Meridionale è oggi una delle aree più insicure del Paese. Nei villaggi si scavano rifugi nel terreno, fosse profonde appena rinforzate, dove trovare riparo durante i bombardamenti. Per il timore di attacchi aerei e incursioni improvvise, le autorità hanno vietato qualsiasi assembramento. Il mercato di Konyche, un tempo brulicante di voci, odori e colori, oggi è deserto. Muoversi tra ciò che resta colpisce più del vuoto stesso: un groviglio silenzioso di pali intrecciati, scheletri di legno che fino a poco tempo fa sorreggevano centinaia di bancarelle. La vita commerciale si è spostata altrove, frammentata e invisibile. I venditori sono ora disseminati lungo le rive di un fiume stagionale, mimetizzati tra rocce e acacie spinose. Per terra, su teli stesi alla meglio, espongono una mercanzia povera e ridotta all’essenziale: frittelle di mais, manciate di fagioli e patate, pugni di sale tenuti in sacchetti di plastica, pezzi di sapone, piccoli mucchi di cipolle impolverate.

    Il drone di Kumo, per esempio

    A pochi chilometri da qui, nei pressi dell’ambulatorio di Kumo, nei giorni scorsi un drone ha centrato un’area affollata di civili e operatori sanitari. I video girati dai soccorritori nei minuti immediatamente successivi all’attacco sono difficili da sostenere. Tra cumuli di macerie e travi ancora fumanti affiorano i resti delle vittime, dilaniate e scompaginate come in un macabro puzzle: corpi carbonizzati, arti strappati, frammenti irriconoscibili.

    Mohamed Hassan, 45 anni, è l’infermiere della clinica di Kumo. È seduto accanto a una pila disordinata di farmaci, lo stetoscopio abbandonato sul petto come un oggetto ormai inutile.

    Il camice bianco risalta nella penombra della casupola di mattoni d’argilla rossa che funge da ambulatorio. Il suo sguardo non incrocia quello di chi lo ascolta: resta sospeso, come continuasse a fissare una scena che non riesce a lasciar andare. «Ero qui dentro quando ho sentito l’esplosione», racconta. «Un boato che ti attraversa il corpo. Subito dopo sono arrivate le urla, i lamenti dei feriti, l’odore acre del fuoco». La gente accorreva da ogni direzione, trascinando corpi, chiedendo aiuto, invocando i nomi dei propri cari. «Poi c’è stata una seconda esplosione, proprio fuori, a pochi metri». Abbassa la voce. «Le ferite erano impossibili da curare. Corpi lacerati ovunque, persone spezzate in due o decapitate. Non avevo mai visto nulla di simile». Dentro l’ambulatorio si mescolavano sangue, polvere e fumo, una miscela soffocante. «Non capivi più dove mettere le mani. Era il caos». Si ferma per un istante. «Una donna, completamente bruciata, è morta davanti ai miei occhi. Non ho potuto fare niente. Con lei, diversi bambini». Mohamed stringe le labbra, come a trattenere il resto. «Quello che è successo qui non si cancella. È qualcosa che ti resta dentro. Per sempre».

    Poco distante, il dottor Ismael Kambal, responsabile della clinica di Kumo, cammina lentamente nello spiazzo dove si è consumata la strage. Intorno, un silenzio irreale. Sul terreno restano le cicatrici dell’attacco: chiazze nere lasciate dall’incendio, detriti, frammenti metallici dell’ordigno piovuto dal cielo. «Ero nel mio ufficio quando c’è stata la prima esplosione», racconta. «Ha colpito un gruppo di sanitari arrivati da diverse parti della regione per un corso di formazione. Venticinque persone sono state falciate in un attimo». Fa una pausa, lo sguardo inchiodato a terra. «Circa quindici minuti dopo c’è stato un secondo attacco. La zona si era ormai riempita di soccorritori. Altre ventitré persone sono state uccise. È stato terribile». È la prima volta che il dottor Kambal torna sul luogo della strage. La voce s’incrina. «Ho paura che possa accadere di nuovo. Non mi sento al sicuro qui». Le vittime sono state sepolte in una fossa comune. I loro abiti, strappati e imbrattati di sangue, sono stati bruciati in una buca poco distante. Quando arriviamo, sotto la cenere il fuoco non si è ancora spento. Si alza lentamente un fumo acre, si attacca alla pelle, brucia la gola. È l’odore che resta dopo la violenza, l’ultimo segno di vite innocenti cancellate in un attimo.

    Vivere di paura

    I pochi sopravvissuti sono stati trasportati all’ospedale di Gidel, a una dozzina di chilometri di distanza. Il corpo di Amir Babikir Atajir è un inventario di ferite. Gli pende addosso una canottiera troppo grande, a malapena copre la pelle ustionata. Una benda spessa gli fascia l’occhio sinistro. È disteso su un fianco, sul letto d’ospedale, in un reparto affollato e immerso nella penombra, da cui affiorano corpi ammassati, gemiti soffocati e sguardi svuotati. Parla a bassa voce, con fatica. «È successo all’improvviso. Ero davanti alla clinica. Poi dal cielo è caduto un ordigno». S’interrompe, deglutisce. «C’è stata un’esplosione, una palla di fuoco mi ha scaraventato lontano. Ho perso i sensi. Quando mi sono svegliato avevo dolore dappertutto». Indica il corpo con un gesto minimo. «Gamba, piede, torace, braccia. Non c’è una parte che non sia ferita. E da quest’occhio non vedrò più». Amir riprende fiato. «Nessuno si era accorto del drone. Non l’abbiamo visto, non l’abbiamo sentito arrivare. Quando si è mostrato era già troppo tardi». Chiude per un istante l’occhio rimasto. «Ho perso molti amici. Io sono vivo, per questo dicono che sono stato fortunato. Ma non so perché ci abbiano colpiti. Eravamo civili. Uomini disarmati, donne, bambini. Non eravamo soldati. Non eravamo al fronte». Fa una pausa, poi aggiunge, quasi sussurrando: «Questa è la guerra». Una guerra che non risparmia nulla e nessuno.

    L’ospedale Mother of Mercy è uno degli ultimi presìdi sanitari funzionanti nelle Montagne Nuba. Qui arrivano feriti da ogni direzione, trascinati su barelle improvvisate, caricati su camion, motociclette, carri trainati da asini. Le ferite raccontano tutte la stessa storia. «La vera novità di questa fase del conflitto sono i droni», spiega Tom Catena, medico americano e direttore sanitario dell’ospedale, che vive e lavora in questa regione da quasi diciotto anni. «Sono silenziosi, non si sentono arrivare. Colpiscono all’improvviso, senza preavviso. L’esplosione incendia tutto. Molti muoiono bruciati, senza nemmeno capire cosa stia accadendo. E chi sopravvive giunge da noi in condizioni disperate». In passato la popolazione riusciva almeno a scappare: «Gli aerei si sentivano arrivare, la gente correva nei rifugi. Con i droni questo non è più possibile. Sono invisibili. E molto più letali». Continuano ad arrivare feriti, civili e militari senza distinzione. «Noi siamo un ospedale», dice Catena. «Accogliamo chiunque varchi quella porta. Non facciamo domande». Ma la paura è ormai parte della quotidianità. «Non esistono più luoghi sicuri», considera Shukri Nabil Kuku, che lavora nell’amministrazione dell’ospedale. «Sappiamo bene che potrebbero colpire anche qui. Infermieri e infermiere lavorano con il terrore addosso, cercando di non mostrarlo ai pazienti, per non aggravare una sofferenza già insopportabile».

    Un milione di profughi nell’insicurezza

    I famigerati miliziani delle Rsf hanno ormai conquistato i sentieri di queste montagne remote. Si muovono in perlustrazione su motociclette e pick-up da cui spuntano kalashnikov e mitragliatrici. Rapidi nei movimenti, come impresso nel loro nome. Nei pressi dell’ospedale di Gidel, dove vengono portati i feriti, li incroci a piedi: giovanissimi, impettiti nelle mimetiche color sabbia, occhi neri e impenetrabili, il turbante scuro allentato, una cascata di riccioli lucidi sulle spalle. «Salam alaikum», salutano con uno sguardo torvo e una stretta di mano ferma. Nei territori finiti sotto il loro controllo si atteggiano a nuovi padroni della sicurezza, imponendo la loro presenza con un misto di arroganza e minaccia silenziosa.

    Per lungo tempo la regione dei Monti Nuba era considerata un rifugio sicuro. Qui si è riversato, dallo scoppio della guerra, oltre un milione e mezzo di profughi. Ma ora che i combattimenti hanno raggiunto queste alture, la situazione è precipitata. «All’inizio della guerra la nostra regione era relativamente sicura», conferma David Ismael Bashir, vicedirettore di Srra (Sudan Relief and Rehabilitation Association), l’agenzia che assiste gli sfollati. «Per questo motivo in molti sono fuggiti qui dal Darfur e da altre zone di combattimento intenso. In due anni abbiamo accolto più di un milione di sfollati, ma oggi la situazione è diventata insostenibile. I droni colpiscono civili in aree che fino a poco tempo fa erano considerate sicure. La gente cerca di scappare dalle zone di combattimento e dalle città assediate. Ogni giorno arrivano centinaia di nuovi arrivi, spesso senza nulla e dopo aver perso i familiari. I bisogni superano di gran lunga le nostre possibilità. Non sappiamo quanto potremo resistere».

    Camminando tra le capanne di Umshagen, uno dei tanti campi sorti tra i Monti Nuba, il paesaggio della disperazione prende forma. Un dedalo di ripari improvvisati, costruiti con legni storti, paglia secca e teli logori delle agenzie umanitarie, rattoppati e scoloriti dal sole. Il vento solleva polvere e rifiuti, l’aria brucia negli occhi. Una fila di bambini attende in silenzio il trattamento contro la scabbia; le donne avanzano lente, con taniche d’acqua in equilibrio sulla testa; gli uomini – pochi, pochissimi – si muovono stanchi tra i rifugi di fortuna, trascinando fasci di legna per il fuoco. Servono tizzoni per preparare il tè e il caffè speziato, ciotole di riso e fagioli: gesti minimi di sopravvivenza che tengono insieme le giornate. Ma non cancellano gli incubi che tornano ogni notte.

    Testimoni di morte

    Saida Kheleil, 35 anni, ha perso due figlie, un figlio e il marito in un’incursione contro il suo villaggio. Indossa un velo leggero color indaco che il vento le spinge sulle labbra, quasi a trattenerle le parole. «Quando gli arabi sono arrivati – una cinquantina di macchine cariche di armi – è scoppiato il caos. Spari, esplosioni, gente che fuggiva», racconta a fatica, lo sguardo fisso a terra. «Ho corso e poi mi sono nascosta nell’erba alta per due giorni. Ho vagato senza meta, mangiando foglie e radici, bevendo acqua sporca dalle pozze. Sono arrivata qui esausta, col cuore spezzato». Nel campo ha ritrovato solo suo fratello e sua nipote: «Gli unici familiari che mi sono rimasti in vita».

    Jahida Alawid, 30 anni, porta sul volto e sulle spalle il peso della tragedia. «Al momento dell’attacco ero andata a trovare mio padre con due delle mie figlie”, dice a bassa voce. «Poi gli spari, le esplosioni. Subito dopo, i Baggara, gli arabi delle pianure, hanno preso d’assalto tutto. Ho perso mio marito e altre due figlie». Il silenzio che segue è un muro. Ogni parola sembra strappata a uno strazio che non conosce tregua.

    Awid Abdulsamit, 65 anni, sopravvissuto all’assalto di Umdahilb, scivola in silenzio tra le capanne. La jellaba bianca e il copricapo tondo sembrano assottigliare una figura già fragile. «Stavo lavorando nei campi quando ho sentito le esplosioni», racconta. «Ho visto i miliziani delle Rsf saccheggiare e bruciare le case. Nell’attacco ho perso due figlie. Mia moglie è qui con me. Dell’altro figlio abbiamo perso le tracce».

    Anche Abdalall El Khileihl Moussa, 45 anni, è tra i pochissimi sopravvissuti al raid che ha ucciso almeno 150 civili. Indossa una t-shirt di una squadra di calcio e un paio di jeans logori, gli stessi abiti di quella mattina, rimasti come una seconda pelle, segnati dal momento in cui la sua vita è cambiata per sempre. «Ho perso nove membri della mia famiglia: figli, moglie, genitori, fratelli e sorelle». Lui si è salvato solo perché, al momento dell’attacco, era fuori dal villaggio, diretto al mercato. «Avevo sentito il ronzio dei droni sopra le nostre teste», racconta, «ma non mi ero allarmato: nei giorni precedenti avevano sorvolato l’abitato senza colpire. Pensavamo scattassero fotografie». Poi l’assedio: i miliziani hanno bloccato tutte le strade di accesso al villaggio, trasformandolo in una trappola mortale. Rimasto all’esterno, non ha potuto salvare i suoi familiari, ha assistito impotente all’orrore. «Ero incredulo», dice. «Li ho visti scagliarsi contro le case e contro la gente, con una ferocia cieca». Le squadracce delle Rsf hanno spazzato via tutto ciò che incontravano. «Ho perso tutto e tutti», conclude. «Mi sento finito». Le sue parole cadono secche, senza enfasi, sospese nell’aria del campo come il peso di ciò che non potrà mai più essere restituito.

    Lo sguardo di padre Kizito

    Fa un effetto straniante raccogliere storie di morte in un luogo come i Monti Nuba. Le stesse colline che al mattino risuonano dei passi delle reclute, al tramonto si immergono in un silenzio quasi assoluto. Nelle vallate la savana si accende di giallo e arancio, l’erba alta ondeggia sotto un vento leggero, le montagne si stagliano nette contro il cielo, le famiglie tornano a stringersi attorno a mille fuochi, mentre le prime stelle affiorano nel blu profondo. Tutto suggerisce equilibrio, armonia, continuità. Una vita antica che sembra procedere secondo un ritmo proprio, immutabile, quasi fosse indifferente alla violenza degli uomini. Eppure è proprio in questo paesaggio, così composto e luminoso, che si consuma la frattura: sotto questa bellezza persistente si accumulano lutti, fughe, paure taciute. La guerra non cancella l’armonia della natura, ma la attraversa, la contamina, rendendo ancora più crudele il contrasto tra ciò che appare e ciò che accade.

    Seduto su un tronco consumato dal tempo, padre Kizito osserva il paesaggio in silenzio. Capelli arruffati e barba bianca, folte sopracciglia a incorniciare uno sguardo ancora magnetico: ha l’aria di un vecchio leone che conosce ogni piega di queste montagne. Da più di trent’anni queste alture fanno parte della sua vita, più di una missione: una scelta. «Mi sono chiesto spesso perché questo posto mi chiami così tanto», dice. «Forse perché qui è ancora possibile vivere l’essenziale. Qui le relazioni contano più delle strutture, le persone più dei ruoli. Qui si può ancora provare a costruire pace, anche quando tutto intorno va in frantumi».

    Ai Nuba ha dato molto, dai Nuba ha ricevuto altrettanto. «Mi hanno insegnato a guardare le persone per quello che sono, non per ciò che rappresentano. Qui ho capito quanto poco contino le etichette, le sovrastrutture. Conta la vita, così com’è». Il sole cala dietro le creste e incendia le montagne di riflessi rossi. Nelle sere più limpide, quando il vento scivola dalle cime, si dice che queste alture parlino. Raccontano, a chi sa ascoltare, la lunga storia della loro gente: una storia dura e ostinata come le pietre che la custodiscono, segnata da assedi, fughe e resistenza, eppure ancora viva. Padre Kizito resta immobile, come in ascolto di quelle voci antiche. Poi sussurra, quasi a non volerle disturbare: «Dopo tanta guerra e dolore, arriverà la pace. Sarà l’inizio di una storia nuova per un popolo che è stato a lungo oppresso. Sarà una rinascita».

    Questo servizio è uscito sul numero 2/2026 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui.

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    Rotto l’assedio di Dilling: l’esercito sudanese avanza nel Kordofan meridionale

    di claudia 27 Gennaio 2026
    27 Gennaio 2026

    L’esercito sudanese ha fatto ingresso nella città di Dilling, situata nel Kordofan meridionale, dopo aver rotto l’assedio imposto per oltre due anni dalle Forze di supporto rapido (Rsf) e dai …

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  • AFRICA TV - VIDEO

    Guerra del Sudan: ai microfoni di Radio24 il racconto del nostro inviato

    di claudia 29 Dicembre 2025
    29 Dicembre 2025

    Il direttore editoriale di Rivista Africa, Marco Trovato, appena rientrato dal Kordofan meridionale, racconta la guerra dimenticata del Sudan ai microfoni di Radio 24, ospite della trasmissione “Nessun Luogo è …

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  • NEWS

    Sudan in fiamme: il Kordofan diventa l’epicentro del conflitto tra esercito e milizie paramilitari

    di claudia 10 Giugno 2025
    10 Giugno 2025

    Nuova escalation nel conflitto sudanese: negli ultimi giorni i combattimenti più intensi si sono concentrati nello Stato del Kordofan meridionale, dove le Forze di supporto rapido (Rsf) hanno stretto un’alleanza …

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  • NEWS

    Dopo una settimana di caos, il Darfur verso la “normalità”

    di Stefania Ragusa 15 Febbraio 2021
    15 Febbraio 2021

    Dopo le proteste della settimana scorsa, innescate dall’aumento del costo della vita e degenerate, la vita starebbe tornando alla normalità in molte città.

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  • FOCUS

    Sudan | Il 3 ottobre si firma la pace con i ribelli

    di Enrico Casale 26 Settembre 2020
    26 Settembre 2020

    Il 3 ottobre i principali movimenti ribelli sudanesi firmeranno ufficialmente l’accordo di pace con il governo di Khartoum. Lo hanno confermato i membri del team di mediazione. Ruben Malek, il …

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  • NEWS

    Sudan | Governo e ribelli ancora lontani

    di Enrico Casale 24 Giugno 2020
    24 Giugno 2020

    Nessun accordo tra il governo del Sudan e i gruppi armati attivi in Darfur, Blue Nile e Kordofan. Le due parti sono ancora lontane sulle modalità di partecipazione al potere …

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  • FOCUS

    Sudan | Si prepara la pace in Kordofan?

    di Enrico Casale 10 Gennaio 2020
    10 Gennaio 2020

    Visita a sorpresa del premier sudanese Abdalla Hamdok al bastione ribelle di Kauda nei Monti Nuba nella regione del Kordofan meridionale. È il primo viaggio ufficiale di un membro del …

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  • NEWS

    Sudan – Sanguinosi scontri nel Kordofan, uccise 50 persone

    di Enrico Casale 5 Aprile 2017
    5 Aprile 2017

    È di oltre 50 vittime il bilancio degli scontri tribali avvenuti negli ultimi giorni nello stato del Kordofan occidentale, nel Sudan meridionale. Lo riporta il sito web dell’emittente olandese “Radio …

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  • FOCUS

    Sudan, sboccia la pace

    di Enrico Casale 10 Agosto 2016
    10 Agosto 2016

    Lunedì, i principali gruppi ribelli sudanesi hanno firmato una road-map, promossa dall’Unione africana, per porre fine ai conflitti in Darfur, Blue Nile e Sud Kordofan. Tra di essi il Justice …

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  • NEWS

    Sudan – Difficile trattativa per la pace in Darfur

    di Enrico Casale 26 Marzo 2016
    26 Marzo 2016

    In Sudan, il responsabile dell’Ufficio per la pace in Darfur, Amin Hassan Omer, ha chiesto alle forze di opposizione di ascoltare la voce della ragione e di firmare, entro l’ultimatum …

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  • NEWS

    13/02/2015 – Sudan – Tra la gente che muore di fame e combattimenti

    di Enrico Casale 13 Febbraio 2015
    13 Febbraio 2015

    Un reportage tra la gente del Sud Kordofan che soffre la fame e le violenze frutto dei continui combattimenti tra esercito e forze ribelli. – Aljazeera.com Condividi

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