Dalla fantascienza a un thriller ecologico: l’Africa alla 83ª Mostra di Venezia

di Tommaso Meo
Poltrone di un cinema

Tra esordi audaci e grandi maestri, la rassegna celebra la maturità e la straordinaria ricerca linguistica dei registi africani

di Annamaria Gallone

La 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia che si è conclusa sabato quest’anno ha ospitato una presenza vivace ed eterogenea del cinema africano, testimone di una fase di profonda rigenerazione e riposizionamento.

Dalle storie di formazione e resistenza sociale ai thriller politici, passando per la fantascienza e il documentario, i registi del continente dimostrano una maturità produttiva e una ricerca linguistica capace di superare i classici stereotipi, posizionandosi al centro del dibattito cinematografico contemporaneo.

The H@llow Man (di Kamel Laaridhi), opera prima selezionata nella 41ª Settimana Internazionale della Critica (Sic) e in concorso per il Premio Leone del Futuro – Luigi De Laurentiis, immagina una Tunisia distopica del 2059. In un mondo in cui biochip cerebrali controllano la memoria, il protagonista Taha lavora come «artigiano delle emozioni», usando la poesia per riattivare sentimenti sopiti prima di trovarsi travolto da un trauma sepolto. 

Il film rappresenta un esperimento cinematografico ardito e contemporaneo.che tocca o lascia intuire tanti argomenti di attualità: la tecnologia che sostituisce l’umano, il radicalismo religioso che miete vittime, il grido ecologista di un pianeta devastato, la violenza sulle donne e la capacità del potere di orientare le menti fragili per i suoi scopi. Come affermato da Beatrice Fiorentino, la delegata generale della Sic, The H@llow Manè: «Un ordigno poetico e cinematografico non identificato, radicale e purissimo, mascherato da fantascienza, che ci proietta in un 2059 sospeso sul confine dell’incubo [..] Li dove la memoria è vietata e i corpi delegano il sentimento alle macchine, la poesia si fa ultimo atto di resistenza in questo labirintico viaggio Dantesco».

In Plague / Balaa di Youssef Chebbi, incluso nelle giornate del Venice Production Bridge, l’autore di Ashkal torna con un potente thriller politico ambientato nelle oasi di Tozeur, focalizzato sulla crisi ecologica e sociale provocata dalla diffusione del punteruolo rosso contro cui si battono due fratelli gemelli. Un lavoro co prodotto da Tunisia, Francia, Qatar, Arabia Saudita e Slovenia.

Echoes of the Niger (Gli Echi del Niger) del famosissimo Mahamat-Saleh Haroun (Ciad / Francia), in concorso (Venezia 83) è capace di universalizzare una crisi ecologica locale, con un’opera maestosa e dolorosa, caratterizzata da una fotografia ipnotica che trasforma il paesaggio fluviale arido in un personaggio vivente. Lungo le sponde in prosciugamento del fiume Niger, un anziano idrologo e la nipote, un’attivista digitale, scoprono una serie di manufatti antichi riemersi dal letto fluviale essiccato. La scoperta attira l’interesse di una multinazionale mineraria e di un gruppo di guardiani tradizionali locali. Tra tensioni sociali ed emergenza ecologica, il film narra il conflitto intergenerazionale sul valore della memoria fluviale di fronte al progresso devastante.

Dakar Noir: Solitude à Mermoz del senegalese Moussa Sène Absa, un veterano del cinema africano, è ambientato nel cuore pulsante e caotico di Dakar, dove un’ investigatrice privata torna nel quartiere residenziale di Mermoz per indagare sulla scomparsa di un giovane architetto impegnato nel restauro di monumenti storici. La sua ricerca la porta a svelare una rete di speculazione edilizia, corruzione e riti esoterici urbani che coinvolgono le élite cittadine.La colonna sonora, detta il ritmo frenetico della pellicola.

La maison du vent (La casa del vento), camerunese Auguste Bernard Kouemo Yanghu (Camerun / Francia / Belgio), selezionato in  Orizzonti , segue le dinamiche intergenerazionali e socio-politiche all’interno di una comunità rurale in Camerun. Attraverso il ritratto di una famiglia e in particolare della figura chiave della madre ottantenne che attende sempre il ritorno dei figli espatriatiaffronta il contrasto tra le tradizioni locali, le pressioni economiche moderne e l’assenza di prospettive future per le nuove generazioni in un Paese segnato da striscianti dinamiche di corruzione e potere patriarcale.  Il film è stato accolto come un esordio rigoroso e necessario. La critica evidenzia l’efficacia del linguaggio visivo, che evita lo sguardo esotico per concentrarsi su una narrazione intima ed essenziale. La regia adotta un ritmo pacato, lasciando spazio ai silenzi e ai paesaggi, utilizzati come metafora delle tensioni sociali del Camerun contemporaneo.

Al-Barrānīyah (Al Baraneya) dell’egiziano Ashgan El-Hamus (Egitto / Paesi Bassi / Belgio) selezionato nella Settimana Internazionale della Critica (Eventi Speciali) è ambientato ad Al Baraneya, un villaggio rurale circondato da campi di gelsomino alle porte del Cairo. Amal, dove una giovane donna incinta, vive con la sua numerosa e affiatata famiglia. L’equilibrio quotidiano si incrina quando un acquirente manifesta l’intenzione di comprare il terreno su cui sorge la loro casa. La prospettiva di una somma di denaro riaccende vecchie ambizioni e fa emergere il desiderio di Amal di fuggire verso la capitale, mettendo in discussione i legami familiari.

Un’opera corale ricca di umanità e dignità. La critica ha lodato la scelta della regista di lavorare prevalentemente con attori non professionisti presi dal proprio contesto familiare, scelta che conferisce al racconto una profonda autenticità. Il film mette in scena l’avanzata della speculazione edilizia ed urbana contro il mondo rurale, evidenziando le fratture emotive che il cambiamento economico porta all’interno dei nuclei familiari tradizionali.  

Selezionato nelle Giornate degli Autori, The Whispering Sands (Le Sabbie Sussurranti) di Yamen Mokdad (Tunisia / Algeria), narra la storia di un geologo tunisino affetto da una malattia degenerativa che compie un ultimo viaggio verso il deserto del Sahara insieme alla sorella sismologa. Lì, attraverso registrazioni acustiche delle dune,tentano di codificare il canto del deserto, cercando risposte a traumi familiari irrisolti e alle ferite storiche lasciate dai conflitti del secolo scorso. Un’opere rarefatta e contemplativa che sfrutta un design del suono magistrale. Il film lavora sui silenzi e sulle frequenze sonore del deserto per costruire un’atmosfera sospesa tra dramma intimista e favola metafisica. Rimarcabile l’interpretazione di Sami Bouajila,

Ritorna alla regia anche la premiatissima keniota Wanuri Kahiu con Daughter of the Red Soil (Figlia della Terra Rossa) ambientato in una Nairobi futuristica ma ancorata alle sue tradizioni rurali, una giovane scienziata biotecnologica sviluppa un semenzaio naturale capace di rigenerare i terreni impoveriti. Quando il brevetto rischia di essere rubato da una mega-corporazione, la protagonista deve rifugiarsi nella comunità di origine della madre, riscoprendo antichi saperi botanici. Esplosione di colori, design di produzione visionario e un potente messaggio di emancipazione femminile ed ecologica.

L’edizione 2026 della Mostra del Cinema di Venezia conferma come le cinematografie africane non siano più confinate a nicchie festivaliere, ma rappresentino centri propulsori di innovazione linguistica e tematica, confermando i profondi cambiamenti in atto sia per sia per le tematiche, sia per la libertà dello stile.

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