Un’inchiesta svela i piani di deportazione americani verso l’Africa

di Tommaso Meo
Credit: Mélody da Fonseca / Forbidden Stories)

The deportation project racconta gli accordi opachi dell’amministrazione Trump con 35 Paesi per trasferire in Africa i migranti espulsi dagli Usa: aiuti finanziari in cambio delle deportazioni, tra violazioni dei diritti umani e bavagli alla stampa

di Céline Camoin

«The deportation project» è il titolo dell’inchiesta internazionale che ha svelato gli accordi dell’amministrazione statunitense con almeno 35 Paesi, tra cui 12 governi africani, per espellere stranieri presenti sul territorio Usa. Il lavoro di indagine ha coinvolto ultimi mesi 24 testate giornalistiche coordinate dall’organizzazione non profit di giornalismo investigativo Forbidden Stories.

Queste espulsioni esistevano prima del 2025 ma erano marginali. Dal ritorno di Trump, tra gennaio 2025 e agosto 2026 sono diventate numerose. Washington afferma che si tratti di persone condannate o di persone di cui il Paese di origine rifiuta il ritorno. Tuttavia, secondo l’inchiesta, molti beneficiavano in realtà di una protezione concessa da un giudice statunitense e non potevano essere rimandate in patria. Così, l’amministrazione Trump ha aggirato l’ostacolo, rimpatriandole in un Paese terzo. Complessivamente, almeno 25.400 persone sono state espulse con questa strategia.

In teoria, la legge Usa impone scadenze per la comunicazione dell’espulsione e la possibilità di contestarla, ma nella pratica, in molti raccontano di essere stati imbarcati in un aereo in fretta e furia, a volte senza conoscere la destinazione, mani e piedi legati. Una volta sul continente africano, una parte di queste persone è stata rinviata nel Paese di cui erano scappate. Secondo alcuni giuristi, questi respingimenti a catena violano il diritto internazionale.

Scambi di favore, fondi e restrizioni sui visti

Numerosi respingimenti non sono stati annunciati pubblicamente e la nazionalità dei migranti coinvolti è tenuta segreta. I dati contenuti nel rapporto sono quindi frutto di ricerche condotte dai reporter e da ong come Human Rights First, Refugees International, o ancora l’Uc Berkeley’s Human Rights Center. A gestire i negoziati con i Paesi di accoglienza per il governo americano è l’Office of Remigration, un nuovo servizio creato nel 2025. Documenti interni rivelano che questo ufficio aveva previsto di spendere almeno 410 milioni di dollari in pagamenti a governi e organizzazioni umanitarie nell’ambito degli accordi di espulsione.

Nella lista dei Paesi africani firmatari degli accordi, figurano nazioni spesso criticate per il mancato rispetto dei diritti umani, come la Guinea Equatoriale, il Camerun, la Repubblica Centrafricana, il Sud-Sudan, il Burundi, la Repubblica Democratica del Congo, l’Uganda o l’eSwatini.

Tin Nguyen, un avvocato specializzato in immigrazione che assiste vietnamiti e laotiani espulsi verso l’eSwatini e il Sud Sudan, ha definito il sistema una forma di traffico di esseri umani, in cui i migranti vengono usati come merce di scambio da Paesi che cercano di ingraziarsi l’amministrazione Trump. Gli «esseri umani vengono usati come pedine di scambio e oggetto di trattativa per ottenere concessioni dal governo statunitense», ha dichiarato Nguyen a Forbidden Stories.

Molti Paesi ricevono inoltre fondi supplementari dagli Stati Uniti poco prima o subito dopo aver accettato di accogliere persone espulse. Lo stesso giorno in cui è stato annunciato l’accordo con Palau, al Paese sono stati promessi milioni di dollari in fondi aggiuntivi per politiche interne, inclusi 6 milioni di dollari per la riforma del sistema pensionistico. In alcuni casi, le restrizioni sui visti per gli Stati Uniti e i dazi doganali sono stati revocati dopo la firma dell’accordo. Secondo Michael Bochenek, consulente legale senior di Human Rights Watch, questa concomitanza temporale è uno degli indizi che suggeriscono la presenza di interessi più ampi in gioco: «Ci sono contributi statunitensi a vari programmi che potrebbero non avere nulla a che fare con le espulsioni o i trasferimenti, ma spesso si verificano cambiamenti politici nello stesso periodo. Credo che siano proprio questi cambiamenti politici a rivelare la natura della questione», ha affermato. «Resta da capire perché gli Stati Uniti cerchino di mantenere il massimo riserbo sulla vicenda finché è loro possibile. Tuttavia, ciò suggerisce che i funzionari statunitensi siano consapevoli del fatto che il loro operato è, quantomeno, estremamente sospetto».

Censura e arresti: il caso del Camerun

Contorni opachi circondano l’intera procedura e, cercare di approfondirla, mettendo in evidenza lacune e violazioni, può condurre a seri problemi con le autorità. È la sorte toccata a quattro giornalisti camerunesi fermati e interrogati il 17 febbraio di quest’anno per essere entrati in un centro che custodiva deportati dagli Usa. Nalova Akua, che lavorava come freelance per l’Associated Press, intervistò rapidamente da un balcone due donne trattenute nel centro di Yaoundé. Un mese prima, gli Stati Uniti le avevano espulse verso il Camerun, un Paese in cui nessuna delle due aveva mai messo piede. Poco prima che Akua se ne andasse, una delle donne lo implorò: «Faccia sapere a tutto il mondo che non veniamo trattate bene», disse. «Qui stiamo morendo. Stiamo soffrendo». Akua non ne ebbe il tempo perché, pochi minuti dopo, il direttore del centro lo fermò insieme ad alcuni colleghi camerunesi: un videomaker e un fotografo — anch’essi incaricati dall’Ap quel giorno — e un giornalista freelance. Tutti furono presi in custodia e la loro attrezzatura confiscata. La registrazione delle due donne non fu pubblicata. Poco prima dell’episodio, un aereo proveniente dagli Stati Uniti era atterrato con a bordo otto persone soggette a espulsione: due donne e sei uomini, originari di Sierra Leone, Senegal, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia e Kenya.

Il ruolo delle agenzie Onu e le garanzie su carta

Dallo scorso gennaio, almeno 44 persone sono state rimpatriate in Camerun. Hanno due opzioni: la prima è chiedere asilo e rimanere nel Paese, con il supporto dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr); la seconda è tornare nel proprio Paese d’origine, assistiti dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim). Sulla carta, si tratta di due percorsi ben definiti. Tuttavia, contattata da Forbidden Stories, l’Unhcr ha cercato di prendere le distanze dalla questione. «In Camerun, le procedure di asilo sono gestite dalle autorità nazionali e l’Alto Commissariato per i Rifugiati sostiene le iniziative del governo volte a rafforzare il sistema nazionale di asilo», ha dichiarato l’agenzia. L’Oim, che assiste le persone decise a tornare nei propri Paesi d’origine, è stata oggetto di pesanti critiche. In realtà, diverse donne intervistate da Forbidden Stories si sono sentite costrette a lasciare il Camerun. Contattata, l’agenzia ha ribadito la posizione dell’Unhcr, dichiarando: «Le politiche migratorie rientrano nella competenza degli Stati, non dell’Oim. Quando i governi ospitanti richiedono l’assistenza dell’Oim, il ruolo di quest’ultima si limita a rispondere alle esigenze degli individui dopo il loro arrivo, concentrandosi sulla loro salute e sul loro benessere».

Ufficialmente, le autorità camerunesi non hanno mai fatto menzione dell’arrivo di persone rimpatriate né della stipula di un accordo con gli Stati Uniti. Le prime indicazioni sull’esistenza dell’intesa sono emerse da una nota diplomatica del dicembre 2025, pubblicata sul sito web del Dipartimento di Stato americano lo scorso giugno. Nel documento, il governo camerunese assicura che «tratterà qualsiasi cittadino di Paesi terzi trasferito dagli Stati Uniti al Camerun in conformità con i propri obblighi giuridici internazionali», incluso il principio di non respingimento. Aggiunge che i cittadini di Paesi terzi trasferiti nella Repubblica del Camerun non sarebbero sottoposti a persecuzione o a tortura in Camerun, né in alcun Paese verso il quale quest’ultimo potrebbe successivamente trasferirli.

(Foto di copertina: Mélody da Fonseca / Forbidden Stories)

Condividi

Altre letture correlate: