Cosa manca ancora alle città africane per trainare la crescita

di Tommaso Meo

Un rapporto della Banca mondiale problematizza l’espansione demografica nei grandi agglomerati subsahariani: senza investimenti nelle reti di base e riforme del suolo, la crescita dei centri urbani alimenta solo informalità e periferie incontrollate

di Andrea Spinelli Barrile

L’Africa subsahariana sta attraversando una transizione demografica e territoriale senza precedenti, passando da 170 milioni di residenti urbani nel 1975 a 913 milioni nel 2025, con una proiezione di 1,7 miliardi entro il 2050. A differenza di quanto avvenuto nell’Asia Orientale, questo fenomeno non è stato accompagnato da una crescita economica sostenuta. La trasformazione strutturale è rimasta limitata, impedendo la generazione dei 15 milioni di nuovi posti di lavoro richiesti ogni anno dai giovani.

Un rapporto intitolato “Il risveglio urbano dell’Africa subsahariana”, diffuso a fine ottobre dalla Banca mondiale, traccia una radiografia economica del continente basata su tre tipologie urbane e offre soluzioni su misura per sbloccare la produttività.

La gabbia dell’informalità

Come ricorda lo studio, le città africane accoglieranno altri 320 milioni di persone entro il 2050. Sebbene garantiscano livelli di consumo reale e salari nominali superiori rispetto alle campagne, i redditi dei centri urbani restano inferiori a quelli delle città di altre regioni in via di sviluppo. Il limite principale risiede nell’assenza di cluster occupazionali ad alta produttività. La carenza di infrastrutture di base (trasporti, reti elettriche e idriche) e la burocrazia sull’uso del suolo impediscono alle imprese di concentrarsi sul territorio. Di conseguenza, il 68,5% dell’occupazione urbana si concentra in servizi non commerciabili a basso valore aggiunto, dominati da microimprese informali senza dipendenti retribuiti.

Il dato strutturale più rilevante per i prossimi decenni indica che il 71% della crescita demografica urbana tra il 2025 e il 2050 avverrà all’esterno degli attuali confini cittadini. Ciò porterà a un’espansione dell’estensione territoriale delle città stimata al 90%. L’urbanizzazione periferica avviene perlopiù attraverso lottizzazioni informali o insediamenti irregolari privi di pianificazione, distruggendo le potenziali economie di agglomerazione e innalzando i costi per la futura posa delle infrastrutture.

Il mosaico dei centri secondari

L’Africa subsahariana conta oltre 15.000 centri urbani minori, in gran parte interconnessi con l’agricoltura. Il loro rendimento economico medio risulta inferiore a quello delle aree rurali a causa delle ridotte dimensioni e dell’isolamento. Il potenziale di questi centri dipende dai fondamentali localizzativi. Le cittadine situate lungo grandi corridoi di trasporto, snodi logistici di confine, aree costiere o bacini minerari e agricoli necessitano di ingenti investimenti infrastrutturali sul territorio per consolidare il proprio ruolo nelle catene del valore regionali.

Clima e guerre accelerano la fuga

Inoltre, sottolinea la Banca mondiale, la sicurezza e il clima fungono da acceleratori distorsivi dell’urbanizzazione. La siccità distrugge i mezzi di sussistenza agricoli, innescando migrazioni definitive verso i centri abitati, dove i nuovi arrivati si insediano in aree periferiche marginali e a rischio inondazione. Parallelamente, la violenza armata spinge le popolazioni rurali verso le città. I campi per rifugiati e sfollati, spesso situati in regioni di confine, si trasformano in veri e propri agglomerati urbani. Questo fenomeno frammenta lo spazio cittadino, satura i servizi di base e altera il tessuto sociale e le economie locali.

La chiave della fiscalità locale

La trasformazione strutturale dipende dalla capacità dei governi locali di generare entrate proprie. È necessaria una riforma fiscale che introduca strumenti legati al valore fondiario, come tasse di proprietà moderne e concessioni. Solo consolidando la propria affidabilità creditizia e garantendo chiarezza nei diritti di proprietà, le amministrazioni potranno sbloccare il capitale privato necessario per finanziare il rinnovamento infrastrutturale su vasta scala.

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