Portati a spalla tra i gorilla: in Uganda torna il fantasma del colonialismo

di Tommaso Meo
portantina gorrilla

L’uso dell’“African Helicopter” per portate i visitatori in mezzo alla foresta riapre il dibattito: questo turismo è una risorsa economica fondamentale per le comunità locali o mercificazione eticamente inaccettabile?

di Stefano Pancera

Nel cuore del Bwindi Impenetrable National Park, nell’Uganda sud-occidentale, una scena catturata da molti video circola sui social network: turisti bianchi seduti su altrettante portantine, sorretti a spalla da una decina di uomini neri, lungo un sentiero fangoso che si inerpica nella foresta pluviale. Siamo in uno degli ultimi santuari dei gorilla di montagna, dove vive praticamente la metà degli esemplari rimasti al mondo.

Ci si può arrivare solo a piedi, addentrandosi nella foresta tropicale, ma alcuni turisti scelgono di farsi trasportare a spalle su una portantina. Il prezzo si aggira tra i 300 e i 500 dollari a passaggio, pagati direttamente ai portatori. In Uganda la chiamano “African Helicopter”, l’elicottero africano.

Chiariamo subito: quello della portantina non è un servizio dedicato solo ai possibili turisti disabili, ma è un normale servizio di routine del parco. «Una soluzione unica e intraprendente che garantisce a tutti di poter godere di queste esperienze irripetibili. Questo sistema di barella è progettato per offrire supporto, garantendo la sicurezza e il comfort dei trekker che potrebbero trovare il viaggio troppo faticoso», recita uno dei tanti slogan dei tour operator che offrono l’“African Helicopter”.

Foto: Julius Luwemba / Courtesy La Carmina

Qualcuno, commentando video e foto, ha parlato di neocolonialismo. L’accostamento è azzeccato sul piano simbolico. Le immagini in bianco e nero dei primi del Novecento, quando gli esploratori e i colonizzatori europei si facevano trasportare su portantine attraverso le foreste africane da uomini del posto, appartengono a un immaginario che l’Africa post-coloniale ha cercato faticosamente di lasciarsi alle spalle. Quelle fotografie raccontavano un rapporto di potere: il bianco che si fa servire, il nero che serve.

Il fenomeno ha anche una sua letteratura accademica alle spalle. Il concetto di “tourist gaze” (lo sguardo turistico), elaborato dal sociologo britannico John Urry descrive come il turismo internazionale tenda a riprodurre relazioni di potere ereditate dal colonialismo, riducendo i luoghi e le persone visitate a oggetti da guardare più che a soggetti con cui interagire; mentre già nel 1988, la scrittrice antiguana Jamaica Kincaid, in A Small Place aveva denunciato il turismo ad Antigua mettendolo in relazione con la persistenza delle strutture e dei rapporti di potere coloniali.

Oggi la Uganda Wildlife Authority (Uwa), l’ente che gestisce i parchi nazionali, ha sì stabilito regole ufficiali per il trekking (numero massimo di visitatori per gruppo, età minima di quindici anni, distanza di dieci metri dagli animali, divieto di partecipare in caso di malattie infettive), ma non ha mai diffuso alcuna norma che riservi la portantina ai soli disabili. Lo Stato ugandese ha lasciato di fatto la questione etica al mercato. Ma il mercato, in questo caso, non è neutro.

Il fatto che un servizio sia retribuito non lo rende automaticamente etico: il lavoro minorile, ad esempio, è retribuito in molte parti del mondo, eppure lo consideriamo inaccettabile. Il denaro del turismo mantiene in vita i gorilla e le comunità che li proteggono. Lo stesso denaro, però, alimenta un mercato che rischia di trasformare il lavoro di un’intera comunità locale in una caricatura del passato coloniale. La machila, l’amaca da trasporto usata nell’Africa orientale portoghese e britannica veniva infatti usata forzatamente dai colonizzatori come mezzo di trasporto nell’entroterra africano.

Qualche settimana fa, un articolo del Los Angeles Times ha confermato questi dettagli, raccontando in prima persona l’esperienza di una giornalista che ha deciso di affidarsi all’“African Helicopter”.

Da un lato, la portantina per turisti rappresenta una fonte di reddito per le comunità che vivono ai margini del parco. I portatori di Bwindi sono membri delle comunità locali, spesso ex bracconieri che hanno trovato nel turismo un’alternativa sostenibile alla caccia illegale. Il loro lavoro è faticoso, ma dignitoso e retribuito. Senza il turismo, molte di queste famiglie non avrebbero di che vivere. La conservazione dei gorilla di montagna, una specie un tempo sull’orlo dell’estinzione, è strettamente legata agli introiti del turismo: sono i soldi dei visitatori a finanziare le attività di protezione e a rendere i gorilla più preziosi da vivi che da morti.

Dall’altro lato, se la portantina non è riservata ai soli disabili, chiunque può noleggiarla e se ha abbastanza soldi, può decidere di farsi portare per pura comodità, senza alcuna necessità fisica. È questo che ha scandalizzato anche parte dell’opinione pubblica ugandese: non il disabile che eventualmente può vedere i gorilla, ma il turista perfettamente in salute che sceglie di farsi trasportare sotto il sole cocente in mezzo alla foresta da una decina di altri uomini per pura comodità.

Su Bwindi in particolare esiste anche uno studio del 2020 pubblicato sull’African Journal of Hospitality, basato su un sondaggio tra 400 residenti dell’area di Butogota (centro abitato alle porte del parco) ha rilevato che quasi il 63% degli intervistati concordava sul fatto che il turismo dei gorilla abbia causato una mercificazione della cultura locale, e il 46% si dichiarava risentito per gli effetti complessivi di questa attività.

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