Jambiani, Zanzibar oltre le cartoline

di Marco Trovato

A Jambiani, sulla costa di Zanzibar, il mare non è soltanto un paesaggio da cartolina, ma il centro della vita quotidiana. Tra pesca, raccolta delle alghe e turismo, la comunità si confronta con trasformazioni e nuove pressioni: dall’overtourism al sovrasfruttamento delle risorse marine, fino agli impatti ambientali. Un viaggio dentro un equilibrio fragile, dove tutela del mare e futuro della comunità sono strettamente legati.

di Rebecca Tresoldi

Il sole arriva senza preavviso, sale rapido, brucia le barche tirate a riva, costringe a socchiudere gli occhi mentre la sabbia diventa bianca come una lama. A Jambiani la giornata comincia così. Poi, quando il calore si fa più intenso, arrivano gli sguardi: attenti, misurati. E solo dopo, i sorrisi.

Nel villaggio il mare è ovunque, anche quando non si vede. È nelle voci, nei gesti, sulle mani delle donne che raccolgono le alghe e negli attrezzi dei pescatori che preparano le uscite in mare.

All’alba, la scogliera si colora di arancione e la luce scivola sull’oceano. Le onde arrivano lente, mentre le donne camminano verso le zone di raccolta delle alghe, seguendo sentieri che conoscono a memoria. Gli uomini preparano le reti, controllano le corde, guardano l’orizzonte per capire che mare li aspetta.

Jambiani non è la Zanzibar delle cartoline. Qui il turismo non è una scenografia separata dalla vita del villaggio, ma una presenza che convive con essa, non sempre senza attriti. Le barche dei visitatori passano dirette verso i delfini o le lingue di sabbia che emergono con la bassa marea. Poco più in là, la scena cambia: pescatori che rientrano con le reti, donne che sistemano i secchi per il mercato, uomini che discutono il prezzo del pesce.

Il mercato del pesce è un teatro senza sipario. Le voci si sovrappongono, i secchi si riempiono e si svuotano, le mani si muovono rapide. È uno degli spazi in cui si misura il rapporto quotidiano della comunità con il mare: chi compra sa cosa cerca, chi vende conosce il valore di ciò che ha portato a riva. Ogni pesce racconta, in qualche modo, una giornata di lavoro.

Anche l’arrivo dei visitatori ha cambiato questo equilibrio. Le guide osservano i comportamenti dei turisti e, quando necessario, intervengono. C’è chi si avvicina troppo ai delfini, chi entra nelle aree coralline senza conoscerne la fragilità. Spiegare, correggere, accompagnare è diventato parte del lavoro. Il mare attrae, ma chi arriva da lontano spesso non ne conosce le regole né la vulnerabilità.

Durante le attività di formazione, le guide parlano delle trasformazioni che hanno visto nel corso degli anni. Raccontano di giornate in cui le barche erano sempre più numerose e il pesce sempre più scarso. Non sono soltanto dati o problemi ambientali: sono cambiamenti che incidono direttamente sul loro lavoro e sulle possibilità future del villaggio.

La sera cambia il ritmo. Il caldo si attenua, le persone rientrano nelle case, si cena insieme e le barche restano sulla riva. Per qualche ora il movimento del giorno lascia spazio a una calma diversa.

Per chi vive lungo la costa di Zanzibar, il mare non è soltanto una risorsa economica o un paesaggio. È parte della vita quotidiana. Da esso dipendono pesca, raccolta delle alghe e una parte crescente delle attività legate al turismo. Per questo parole come overtourism, sovrasfruttamento delle risorse e rifiuti non appartengono a un dibattito astratto sulla sostenibilità: hanno conseguenze concrete sulle persone che vivono qui.

Jambiani mostra così una Zanzibar meno fotografata. Non quella dei resort e delle spiagge perfette, ma quella di un territorio in cui turismo, pesca e tutela dell’ambiente devono trovare un equilibrio possibile. Un equilibrio fragile, affidato anche a gesti quotidiani: una rete tirata a riva, un’area di corallo rispettata, una guida che spiega a un visitatore dove può passare.

All’alba, la scogliera torna arancione. La marea avanza e si ritira, seguendo il ritmo che da sempre scandisce la vita di Jambiani. Qui il mare non fa da sfondo: è il centro della storia. E capire questo significa andare oltre le cartoline.

*Rebecca Tresoldi è studentessa all’ultimo anno della laurea magistrale in Politiche per la Cooperazione Internazionale allo Sviluppo presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Ha svolto un mese di volontariato nella comunità di Jambiani, a Zanzibar, collaborando con una comunità di pescatori e approfondendo temi legati all’overtourism, al sovrasfruttamento delle risorse marine e agli impatti ambientali. Su questi temi sta sviluppando la propria tesi di laurea, con un focus sulla Blue Economy nel contesto della cooperazione internazionale.

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