Perché il Marocco scommette sull’asse con Washington e Tel Aviv

di Tommaso Meo

L’innalzamento delle relazioni con Israele mostra come il regno stia ridefinendo i propri equilibri con l’Algeria e l’Ue, sfidando il dissenso della piazza a pochi giorni dal delicato voto parlamentare

di Michele Vollaro

Dietro le strette di mano a New York tra i ministri degli Esteri di Israele e Marocco, sotto lo sguardo garante degli Stati Uniti, c’è molto più di una tappa celebrativa per il sesto anniversario dalla firma degli Accordi di Abramo. L’innalzamento delle relazioni diplomatiche al livello di ambasciate si inserisce in una precisa linea strategica con cui il Marocco sta ridefinendo il proprio peso geopolitico. Non è un caso, infatti, che nelle valutazioni dei principali osservatori e centri studi internazionali, le azioni di Rabat siano lette sotto l’ottica di un modello definito di “realismo transazionale”: l’asse con Washington e Tel Aviv diventa la leva per consolidare dossier cruciali come la sovranità sul Sahara Occidentale, il confronto con l’Algeria e i rapporti di forza con l’Unione Europea, riemersi con evidenza anche nelle recenti dinamiche migratorie al confine di Ceuta.

Il percorso prende il via a dicembre 2020, quando il Marocco diventa il quarto Paese arabo ad aderire agli Accordi di Abramo promuovendo la normalizzazione dei rapporti con Israele, incassando in cambio il primo storico riconoscimento degli Stati Uniti alla sovranità marocchina sul Sahara Occidentale. Negli anni successivi, la cooperazione bilaterale si è consolidata soprattutto nei settori della difesa, dell’intelligence e del commercio. Nemmeno l’esplosione della crisi a Gaza a fine 2023 — che ha congelato diversi canali diplomatici nel mondo arabo — ha fatto deragliare l’intesa tra Marocco e Israele. In questo senso, il passaggio dagli uffici di collegamento a vere e proprie ambasciate concordato il 15 settembre rappresenta la naturale evoluzione istituzionale di una convergenza strategica mai interrotta.

marocco-israele

Centralità geografica e modernizzazione economica

Questa determinazione sullo scacchiere internazionale affonda le sue radici in un punto di forza naturale e nei risultati di una precisa scelta di sviluppo. La posizione geografica del Marocco — situato all’incrocio tra Africa ed Europa e affacciato sia sul Mediterraneo sia sull’Atlantico — costituisce un asset geostrategico importante. A questa centralità si affianca la modernizzazione economica promossa negli ultimi due decenni: lo sviluppo di infrastrutture di livello globale come il polo logistico di Tangeri Med, la creazione di distretti ad alta tecnologia e la trasformazione del Paese in un hub per le energie rinnovabili hanno accresciuto la stabilità finanziaria e il peso contrattuale di Rabat. Nelle analisi di economisti e osservatori geopolitici, la sintesi tra collocazione geografica e solidità strutturale rappresenta quindi la base materiale senza la quale una politica estera così autonoma e assertiva non avrebbe mai avuto la stessa efficacia.

Il Sahara Occidentale come bussola diplomatica

Nelle dinamiche della diplomazia marocchina, la questione del Sahara Occidentale rappresenta la bussola fondamentale di ogni scelta di politica estera, il metro con cui Rabat valuta l’affidabilità dei propri partner. Come evidenziato nelle analisi dell’Atlantic Council, l’innalzamento delle relazioni diplomatiche con Tel Aviv non è un passo isolato, ma risponde all’esigenza prioritaria di blindare in via definitiva il riconoscimento della sovranità sul territorio conteso. La triangolazione con Washington ha consentito a Rabat di convertire la normalizzazione con Israele in una garanzia di copertura politica presso il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, rendendo l’accordo tripartito un punto fermo della diplomazia transatlantica. In questo schema, ogni progresso istituzionale con Israele manda un messaggio preciso al resto della comunità internazionale: il piano di autonomia sotto sovranità marocchina — sostiene appunto Rabat — rappresenta ormai l’unica opzione sul tavolo per chiudere una controversia decennale.

Sul terreno, questa convergenza diplomatica si traduce in una stretta cooperazione di sicurezza che incide direttamente sugli equilibri del Maghreb, segnato dalla rivalità storica con Algeri. Diversi studi, a cominciare dalle analisi del Middle East Institute (Mei) di Washington ma anche dell’Institute for national security studies (Inss) di Tel Aviv e del Jewish Institute for National Security of America (Jinsa), sottolineano come la partnership militare con Israele — inaugurata con lo storico memorandum d’intesa sulla difesa — permetta a Rabat di riequilibrare il divario negli armamenti tradizionali con l’Algeria. Attraverso l’acquisizione di tecnologia tattica ad alto valore aggiunto, dai sistemi di difesa aerea ad avanzati droni di sorveglianza e attacco, fino alle piattaforme di cyber-intelligence, il Marocco compensa la superiorità numerica delle forze armate algerine. La rottura dei rapporti voluta da Algeri e la corsa al riarmo lungo il confine riflettono così una dinamica di deterrenza strutturale, in cui l’innovazione tecnologica diventa per Rabat lo scudo strategico per contenere le ambizioni del rivale regionale.

La leva migratoria

Questa centralità e la solida copertura transatlantica proiettano i loro effetti anche verso nord, condizionando direttamente i rapporti con l’Unione Europea e, in particolare, con la Spagna. Rabat, che considera da sempre le enclave di Ceuta e Melilla come territori irredenti integranti della propria sovranità nazionale, ha progressivamente abbandonato la funzione passiva di semplice “guardiano di frontiera” per conto di Bruxelles, trasformando il controllo dei flussi migratori in una leva di pressione politica. In questo contesto, le imponenti tensioni migratorie esplose ad agosto al confine di Ceuta assumono un valore doppiamente politico. Come evidenziato nelle analisi del Middle East Political and Economic Institute (Mepei) e del Centro turco per gli studi mediorientali Orsam, la fragilità del confine è stata strumentalizzata in una fase di forte vulnerabilità del premier spagnolo Pedro Sanchez, distintosi in Europa per le posizioni più critiche verso Israele sulla crisi a Gaza e per le sue frizioni con la diplomazia statunitense. L’ondata migratoria ha immediatamente infiammato il dibattito politico in Spagna ed Europa — dove il tema dei confini viene sistematicamente cavalcato dalle opposizioni e dai movimenti nazionalisti —, giungendo perfino a uno scontro verbale diretto tra Madrid e la diplomazia israeliana sulle responsabilità delle campagne di disinformazione. Sfruttando la sponda strategica di Washington e Tel Aviv, Rabat dimostra così a Madrid e Bruxelles che la stabilità della frontiera meridionale europea non è una concessione scontata, ma il prezzo di una trattativa politica ad alto livello in cui il Marocco intende dettare le condizioni da potenza paritaria.

Il fronte interno

Il principale elemento di vulnerabilità di questa complessa architettura geopolitica risiede tuttavia sul fronte interno, nella profonda frattura tra il pragmatismo della diplomazia reale e i sentimenti della piazza. Come evidenziato dalle rilevazioni dell’Arab Barometer e dalle analisi del Carnegie Endowment for International Peace, l’escalation del conflitto a Gaza ha riacceso diffuse proteste di piazza a Rabat e Casablanca, alimentate dai movimenti islamisti e dalla società civile contro la normalizzazione dei rapporti con gli israeliani Per gestire questo doppio binario, la monarchia marocchina ha adottato una rigorosa strategia di compartimentazione: da un lato rivendica la propria storica funzione di tutela dei luoghi santi a Gerusalemme attraverso la presidenza del Comitato Al-Quds, ribadendo il sostegno formale alla soluzione a due Stati; dall’altro mantiene impermeabile la struttura profonda della sicurezza e della politica estera, scollegando il dossier palestinese dagli interessi strategici nazionali.

Il consolidamento dell’asse tripartito con Stati Uniti e Israele dimostra – sottolineano diversi osservatori – come il Marocco stia scommettendo sull’irreversibilità del proprio nuovo ruolo internazionale. Bilanciando le pressioni dell’opinione pubblica interna con una spregiudicata tutela dei propri interessi vitali, Rabat ha trasformato la propria posizione geografica ed economica in un moltiplicatore di potenza politica. Resta tuttavia da verificare se questa strategia possa reggere nel tempo all’urto delle dinamiche interne. L’appuntamento imminente mercoledì 23 settembre con le elezioni parlamentari e la latente insofferenza delle giovani generazioni — la cosiddetta Gen Z marocchina, penalizzata da disoccupazione, carovita e disillusione politica — rappresentano il vero banco di prova domestico.

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