Non è (solo) una questione di terra: i perché della crisi Usa-Sudafrica

di Tommaso Meo
Usa-Sudafrica

Tra restrizioni sui visti, battaglie giudiziarie e retaggi storici, la legge sugli espropri trascina i due Paesi nella crisi più profonda dalla fine dell’apartheid

di Valentina Giulia Milani

Le nuove restrizioni statunitensi sui visti ai cittadini sudafricani ritenuti responsabili di discriminazioni razziali rappresentano l’ultimo capitolo di una crisi che ha portato i rapporti tra Pretoria e Washington in una delle fasi più difficili dalla fine dell’apartheid. Tra i principali motivi dello scontro c’è la controversa legge sudafricana sugli espropri, presentata dall’amministrazione di Donald Trump come la prova di una politica ostile alla minoranza bianca, ma considerata dal governo di Cyril Ramaphosa uno strumento necessario per affrontare le disuguaglianze ereditate dal passato.

La contrapposizione, tuttavia, non riguarda soltanto la terra. A dividere i due Paesi sono anche le politiche sudafricane di riequilibrio economico su base razziale, la causa per genocidio promossa da Pretoria contro Israele davanti alla Corte internazionale di giustizia e i rapporti del Sudafrica con Russia e Iran. Nell’ordine esecutivo firmato nel febbraio 2025, Trump ha richiamato espressamente sia la politica fondiaria sia la posizione assunta dal Sudafrica contro Israele.

Annunciando le nuove restrizioni, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha affermato che queste potranno colpire cittadini stranieri responsabili o complici dell’approvazione o dell’attuazione di politiche che consentano espropri senza indennizzo, discriminazioni fondate sulla razza o incitamento alla violenza contro minoranze etniche e razziali in Sudafrica. Washington non ha indicato pubblicamente i nomi delle persone interessate.

Pretoria ha respinto questa ricostruzione. Il ministro delle Relazioni internazionali e della Cooperazione, Ronald Lamola, ha sostenuto che l’annuncio si allieni alla rappresentazione distorta delle politiche sudafricane promossa da gruppi marginali che si presentano impropriamente come rappresentanti delle minoranze e dell’intera comunità afrikaner. Secondo Lamola, le divergenze tra i due Paesi devono essere affrontate attraverso il dialogo diplomatico e non mediante provvedimenti unilaterali.

L’Expropriation Act del 2024

La norma al centro dello scontro è l’Expropriation Act numero 13 del 2024. Il provvedimento ha ricevuto l’assenso presidenziale il 20 dicembre 2024 ed è stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale il 24 gennaio 2025. È destinato a sostituire l’Expropriation Act del 1975, risalente all’epoca dell’apartheid, e ad adeguare la disciplina degli espropri ai principi della Costituzione democratica sudafricana.

L’Expropriation Act è stato dunque approvato e pubblicato, ma non è ancora operativo. L’articolo 31 rinvia la sua entrata in vigore a una proclamazione presidenziale che, secondo le fonti giuridiche sudafricane ufficiali, non risulta ancora emanata. La stessa disposizione consente di stabilire date differenti per l’applicazione delle diverse parti della legge.

Continua quindi a essere applicata la precedente legge sugli espropri del 1975 e nessun terreno può essere stato espropriato sulla base del nuovo testo. Anche Reuters, riferendo nell’agosto 2026 sul procedimento giudiziario contro la legge, ha precisato che fino a quel momento nessun terreno era stato espropriato.

Le garanzie legali, il nodo “indennizzo zero” e i ricorsi costituzionali

Il nuovo Expropriation Act riguarda l’esproprio di proprietà per uno scopo pubblico o nell’interesse pubblico e definisce le procedure che le autorità dovranno seguire. L’articolo 25 della Costituzione sudafricana ammette l’esproprio soltanto in presenza di questi presupposti e prevede un indennizzo il cui importo e i cui tempi di pagamento siano «giusti ed equi», tenendo conto dell’interesse pubblico e di quello dei soggetti coinvolti.

La legge non autorizza quindi una confisca generalizzata delle aziende agricole appartenenti ai bianchi. Prima dell’esproprio, l’autorità dovrà di norma tentare di raggiungere un accordo con il proprietario, notificare le proprie intenzioni e valutare le eventuali obiezioni. Le controversie sulla legittimità dell’operazione o sull’entità dell’indennizzo potranno essere sottoposte ai tribunali.

L’aspetto più controverso è contenuto nell’articolo 12, comma 3, secondo il quale, in alcune circostanze, può risultare giusto ed equo non corrispondere alcun indennizzo per un terreno espropriato nell’interesse pubblico. Le ipotesi indicate riguardano i terreni non utilizzati e detenuti principalmente per beneficiare dell’aumento del loro valore; quelli appartenenti a un organo dello Stato e non indispensabili alle sue funzioni, purché non siano stati acquistati; quelli abbandonati dal proprietario; e le proprietà il cui valore di mercato sia uguale o inferiore agli investimenti diretti o ai contributi statali ricevuti.

Queste condizioni non determinano automaticamente un indennizzo nullo. La formula utilizzata dal legislatore è possibilistica e richiede una valutazione del singolo caso alla luce del criterio costituzionale di giustizia ed equità. Il comma successivo stabilisce inoltre che un tribunale possa determinare l’assenza di indennizzo per edifici abbandonati, tenendo conto delle condizioni dell’immobile e dell’eventuale presenza di rischi per la salute o la sicurezza. Quest’ultima disposizione è distinta dalle quattro ipotesi relative ai terreni.

La costituzionalità della legge è al centro di un procedimento davanti all’Alta corte del Capo Occidentale. Tra i ricorrenti figurano Alleanza democratica, AfriForum e il South African Institute of Race Relations. Alleanza democratica, secondo partito della coalizione di governo, sostiene che alcune disposizioni attribuiscano allo Stato poteri eccessivamente ampi e formulati in modo impreciso, creando incertezza per i proprietari e gli investitori.

Il governo difende invece la legge come uno strumento coerente con la Costituzione, necessario per sostituire la normativa dell’apartheid e disciplinare in modo uniforme gli espropri. Le diverse cause sono state esaminate congiuntamente dall’Alta corte nell’agosto 2026. Al momento non risulta ancora pronunciata la decisione sul merito.

Le radici storiche della disuguaglianza

La questione fondiaria affonda le proprie radici nella storia sudafricana. Il Natives Land Act del 1913 ha limitato la possibilità per la popolazione africana di acquistare o occupare terreni al di fuori delle aree assegnate, inizialmente pari a circa il 7 per cento del territorio. La quota è stata formalmente portata a circa il 13 per cento dal Native Trust and Land Act del 1936. Le successive politiche di segregazione e apartheid hanno ampliato gli espropri e i trasferimenti forzati.

Dopo le prime elezioni democratiche del 1994, il nuovo governo ha avviato programmi di restituzione delle proprietà sottratte, redistribuzione della terra e riforma dei diritti fondiari. I risultati sono stati però più lenti delle attese, a causa della complessità delle rivendicazioni, della scarsità delle risorse, delle controversie giudiziarie e delle difficoltà incontrate da alcuni nuovi proprietari nell’accesso a finanziamenti, infrastrutture e assistenza tecnica.

L’audit fondiario pubblicato dal governo nel 2017 ha rilevato che i sudafricani bianchi possedevano 26,66 milioni di ettari, pari al 72% dei circa 37 milioni di ettari classificati come aziende e terreni agricoli intestati a persone fisiche. Il dato non riguarda tutta la superficie del Sudafrica: esclude, tra l’altro, molte proprietà intestate a società, trust, Stato e comunità e i terreni per i quali non era possibile stabilire il gruppo razziale dei titolari. Rimane comunque indicativo del forte squilibrio presente in questa specifica categoria della proprietà agricola.

A più di trent’anni dalla fine dell’apartheid, il Sudafrica continua a registrare profonde disuguaglianze economiche e sociali. Nel secondo trimestre del 2026 il tasso ufficiale di disoccupazione ha raggiunto il 33,6%, secondo Statistics South Africa. Nello stesso periodo il prodotto interno lordo è diminuito dello 0,2% rispetto al trimestre precedente, interrompendo una serie di sei trimestri consecutivi di crescita.

I miglioramenti nella disponibilità di energia elettrica hanno attenuato una delle principali difficoltà del sistema produttivo, ma la crescita resta insufficiente per ridurre sensibilmente disoccupazione, povertà e divari territoriali. La condizione economica continua inoltre a presentare profonde differenze tra i gruppi della popolazione: in media i sudafricani bianchi sono più ricchi e hanno maggiori probabilità di essere occupati rispetto alla popolazione nera, come ricordato anche da Reuters ricostruendo le motivazioni delle politiche contestate da Washington.

Instabilità politica ed escalation diplomatica

Le difficoltà economiche hanno contribuito alla trasformazione del quadro politico. Alle elezioni del maggio 2024 l’African National Congress ha ottenuto il 40,18% dei voti, perdendo per la prima volta la maggioranza assoluta nell’Assemblea nazionale. Ramaphosa ha quindi formato un governo di unità nazionale con Alleanza democratica e altri partiti.

La coalizione ha assicurato continuità all’esecutivo, ma rimane divisa su diverse politiche economiche e sociali, compresa la riforma agraria. Il ricorso presentato da Alleanza democratica contro l’Expropriation Act mostra come la controversia attraversi lo stesso schieramento di governo.

La questione razziale si intreccia inoltre con gli elevati livelli di criminalità del Paese. Gli attacchi compiuti nelle aziende agricole rappresentano un problema reale, ma colpiscono proprietari, lavoratori e residenti appartenenti a gruppi diversi. Le statistiche disponibili non dimostrano l’esistenza di una campagna organizzata di persecuzione o di un «genocidio» contro i bianchi.

In base ai dati della polizia citati da Associated Press, nel 2024 sono stati registrati dodici omicidi nelle aziende agricole: una delle vittime era un agricoltore, mentre le altre erano lavoratori, persone residenti nelle proprietà e un addetto alla sicurezza. Le statistiche non indicavano il gruppo razziale delle vittime. Gli afrikaner e le altre comunità bianche possono essere vittime della grave criminalità presente nel Paese, ma questo non equivale a dimostrare l’esistenza di una persecuzione organizzata su base razziale.

La crisi con Washington si è aggravata il 7 febbraio 2025, quando Trump ha ordinato di sospendere l’assistenza statunitense al governo sudafricano e di favorire il reinsediamento negli Stati Uniti degli afrikaner ritenuti vittime di discriminazioni razziali. Pretoria ha respinto le accuse di persecuzione e ha criticato la scelta di attribuire priorità a una comunità che, in media, presenta condizioni economiche e occupazionali migliori rispetto alla maggioranza nera.

Nel marzo 2025 Rubio ha dichiarato persona non grata l’ambasciatore sudafricano Ebrahim Rasool, accusandolo di ostilità verso Trump dopo alcune sue dichiarazioni sull’evoluzione politica degli Stati Uniti. Pretoria ha definito la decisione deplorevole, ma ha ribadito la volontà di preservare il rapporto bilaterale.

Ramaphosa ha successivamente scelto l’ex viceministro delle Finanze Mcebisi Jonas come inviato speciale per il Nord America. Le affermazioni secondo cui Washington gli avrebbe negato un visto diplomatico sono state diffuse da Alleanza democratica, ma sono state contestate dalla presidenza sudafricana e non sono state confermate pubblicamente dalle autorità statunitensi.

Nell’aprile 2026 Ramaphosa ha nominato ambasciatore negli Stati Uniti Roelf Meyer, esponente afrikaner che ha partecipato ai negoziati tra il governo dell’apartheid e l’Anc durante la transizione democratica. La scelta è stata interpretata come un tentativo di ristabilire un canale politico stabile con Washington. Meyer ha presentato le proprie credenziali alle autorità statunitensi nel maggio successivo.

Le restrizioni sui visti annunciate da Rubio indicano però che le divergenze rimangono profonde. La controversia sulla terra si è trasformata in un confronto più ampio sulla legittimità delle politiche sudafricane di riparazione storica. Washington considera alcune di queste misure discriminatorie; Pretoria sostiene invece che siano necessarie per affrontare gli effetti economici di secoli di colonialismo, segregazione e apartheid.

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