A cura dell’Ufficio Comunicazione di Aics Nairobi
Grazie a un progetto di formazione sostenuto dalla Cooperazione italiana, i conducenti di moto-taxi mettono la propria rete capillare al servizio delle comunità per proteggere le donne e scortare le sopravvissute verso la giustizia
«Combattere la violenza di genere è qualcosa che mi sta molto a cuore», dice Patrick Abuya, presidente dell’associazione Mibona Boda Boda nella città di Luanda, contea di Vihiga, mentre sale sulla sua moto per iniziare la giornata. Le sue parole portano il peso di un’esperienza personale difficile: tre anni fa, sua figlia quattordicenne è stata violentata ed è rimasta incinta a causa della violenza subita. Nonostante l’identificazione del responsabile e la denuncia alla polizia, la giustizia non è mai arrivata e il colpevole non è mai stato arrestato.
Invece di cedere alla rabbia, Patrick ha deciso di trasformare il suo dolore in azione. È diventato uno dei tanti boda boda – come vengono comunemente chiamati i conducenti di moto-taxi in Kenya – ora impegnati nella lotta per porre fine alla violenza di genere nelle contee occidentali del Paese, trasformando il loro ruolo da semplici spettatori a difensori dei diritti umani in prima linea.
Nell’ovest del Kenya, secondo le organizzazioni locali per i diritti umani e della società civile, la violenza di genere e il femminicidio sono in aumento negli ultimi anni, un fenomeno aggravato dalla povertà, dall’abuso diffuso di sostanze stupefacenti, da un sistema giudiziario debole e da norme sociali discriminatorie profondamente radicate, con conseguenze di vasta portata, tra cui gravidanze adolescenziali e abbandono scolastico. La situazione diventa ancora più preoccupante durante i periodi pre-elettorali: la violenza sessuale legata alle elezioni è stata infatti una caratteristica ricorrente delle votazioni keniane. Le contee di Kisumu, Bungoma e Vihiga sono state tra le più colpite, con l’85% dei casi di violenze documentati durante le elezioni generali del 2017, secondo la Commissione Nazionale per i Diritti Umani del Kenya (Knchr). In questo contesto, i conducenti di boda boda sono stati a lungo considerati parte del problema piuttosto che potenziali alleati nella sua risoluzione.
Qualcosa, però, sta lentamente cambiando. Negli ultimi tre anni, rider come Patrick sono stati formati da UN Women, in collaborazione con l’ong keniana Cso Network e con Physicians for Human Rights, nell’ambito del progetto Let It Not Happen Again, finanziato dalla Cooperazione Italiana, un progetto che vuole migliorare l’accesso alla giustizia e ai servizi per le donne sopravvissute, rafforzando le istituzioni e promuovendo i diritti delle donne e delle ragazze. Le formazioni condotte nelle tre contee di Bungoma, Vihiga e Kisumu hanno fornito ai rider conoscenze sui diritti umani, comprensione della violenza di genere, meccanismi di protezione e percorsi di segnalazione, rendendoli in grado di supportare le famiglie, la polizia locale e gli attori della giustizia nell’identificare i responsabili, accompagnare le sopravvissute alle stazioni di denuncia e connetterle con spazi sicuri.

«Ci vuole un villaggio per crescere un figlio», dice Betty Okero, direttrice esecutiva di Cso Network, che ha condotto le formazioni. «Questo è l’approccio che abbiamo utilizzato per coinvolgere i rider nelle discussioni. Abbiamo capito che potevano svolgere un ruolo fondamentale come campioni nella lotta contro la violenza di genere ed essere esempi di mascolinità positiva, una volta diventati consapevoli del problema. Hanno una rete capillare, conoscono quasi tutti in città. Possono identificare e localizzare le persone che hanno commesso questi crimini e monitorarle per assicurarsi che vengano denunciate alla polizia locale e arrestate». Le donne e i bambini che subiscono atti di violenza sono spesso le loro stesse figlie, mogli, sorelle, o i figli dei vicini che hanno portato a scuola per anni.
I rider che hanno aderito al movimento condividono spesso storie personali di paura, ingiustizia e discriminazione, legate alla loro professione e al loro ruolo nella società, che li hanno spinti a farsi avanti e a riappropriarsi del proprio ruolo come agenti positivi di cambiamento. Oscar, un rider che aveva trasportato a scuola una ragazza tredicenne per quattro anni, è stato falsamente accusato di violenza nei suoi confronti nel 2025. È stato picchiato dai membri della sua stessa comunità. Solo un test del dna ha alla fine lo ha scagionato. Invece di allontanarsi dalla suo villaggio, Oscar ha trasformato la sua esperienza in un insegnamento per gli altri, diventando un ambasciatore di genere che ora sensibilizza l’opinione pubblica attraverso forum pubblici, social media e radio comunitarie.
George Otieno, un altro rider e ambasciatore contro la violenza di genere, descrive uno degli strumenti deterrenti più efficaci ideati dalle associazioni boda: il divieto di accesso alle reti boda boda per i presunti responsabili di violenza. In comunità dove l’appartenenza a un’associazione di rider significa sopravvivenza economica, l’esclusione può essere un deterrente molto potente.
Finora, nell’ambito del progetto, 30 boda leaders sono stati formati nella contea di Bungoma e 45 in quella di Vihiga. Quando è stata organizzata una sessione di follow-up, più di 100 rider provenienti dalle tre contee si sono presentati. La mobilitazione è stata guidata non dagli organizzatori, ma dai rider stessi che ne avevano fatto richiesta. Hanno anche organizzato marce comunitarie, utilizzato le radio locali per sensibilizzare l’opinione pubblica e trasportato le sopravvissute alle stazioni di denuncia, dimostrando che la violenza di genere è ormai una questione che considerano una responsabilità condivisa e di cui si sentono attivamente parte.

«Il cambiamento sta lentamente avvenendo», dice Suzanne Kidenda di Physicians for Human Rights. «I percorsi di riferimento per denunciare la violenza di genere si stanno rafforzando grazie a coraggiosi rider che hanno trovato il coraggio di agire e grazie all’instancabile lavoro delle difensore dei diritti umani sul campo che facilitano questi collegamenti». Ciò che si sta sviluppando nel Kenya occidentale è più di un’iniziativa locale: è la prova che la lotta contro la violenza di genere appartiene a tutti, indipendentemente dall’età, dal background o dalla professione.
Le sfide, tuttavia, rimangono significative. Le risorse limitate costringono spesso i rider a sostenere di tasca propria i costi del trasporto delle sopravvissute. Il silenzio della comunità è ancora diffuso e la paura di ritorsioni continua a scoraggiare le denunce. Il sistema giudiziario a cui Patrick si è rivolto dopo che sua figlia è stata violentata si muove ancora troppo lentamente per molte sopravvissute.
Ma l’impegno contro la violenza di genere nel Kenya occidentale è ora sostenuto da una comunità di uomini che, insieme alle difensore dei diritti umani e agli attivisti per i diritti umani, hanno deciso che la violenza che li circonda è anche loro da affrontare, e che le loro moto, le loro reti e le loro voci sono strumenti per qualcosa di ancora più grande del trasporto.
«Crediamo che un cambiamento sostenibile sulla violenza di genere possa avvenire solo quando le comunità nel loro insieme si mobilitano – e ciò che abbiamo testimoniato nel Kenya occidentale attraverso Let It Not Happen Again riflette questa verità. Con questo progetto abbiamo rafforzato le istituzioni, ampliato l’accesso ai servizi essenziali per le sopravvissute e sostenuto un’azione di sensibilizzazione comunitaria che ha raggiunto gli angoli più inaspettati della società, inclusi questi rider che sono diventati campioni del cambiamento. Coinvolgere gruppi come i boda rider, tradizionalmente considerati parte del problema, può essere impegnativo, ma è proprio per questo che la loro inclusione nella lotta contro la violenza di genere è fondamentale», ha dichiarato Fabio Minniti, titolare dell’Ufficio dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (Aics) di Nairobi. «Questo è esattamente il tipo di partenariato trasformativo che la Cooperazione italiana è orgogliosa di sostenere e rimaniamo fermamente impegnati a percorrere questo cammino insieme ai nostri partner e alle comunità che servono».
I nomi delle persone citate in questo articolo sono stati modificati per tutelare la loro identità.



