di Enrico Casale
Dal Sudafrica alle coste della Libia, l’utopia delle frontiere aperte dell’Agenda 2063 si scontra con l’esplosione dei nazionalismi e la logica del capro espiatorio
Migliaia di manifestanti sono scesi in piazza il 30 giugno in diverse città del Sudafrica per chiedere l’espulsione degli immigrati irregolari, al termine dell’ultimatum fissato da alcuni movimenti anti-immigrazione affinché gli stranieri privi di documenti lasciassero il Paese entro quella data. Le manifestazioni, svoltesi a Johannesburg, Durban, Città del Capo e in altri centri urbani, sono rimaste in gran parte pacifiche, ma in alcune aree si sono verificati episodi di violenza, saccheggi e scontri con la polizia. Mentre le strade delle città si svuotavano e migliaia di cittadini malawiani e nigeriani venivano evacuati d’urgenza, era sempre più evidente che l’ambizioso progetto dell’Unione africana di abbattere le frontiere interne sta vaccillando. La mobilità intra-africana, che secondo i piani ufficiali dovrebbe fare da volano alla prosperità, si scontra da alcuni mesi con un clima di ostilità diffusa che non risparmia nessuna regione, dal profondo Sud fino alle sponde del Mediterraneo.
La libera circolazione delle persone rappresenta il pilastro fondamentale dell’Agenda 2063 dell’Unione africana, un piano strategico concepito per dare vita a «un continente integrato, politicamente unito e fondato sugli ideali del panafricanismo». Questa visione, che richiama l’eredità storica dei leader dell’indipendenza, come Kwame Nkrumah, punta a creare uno spazio economico e sociale privo di barriere attraverso strumenti innovativi come il Passaporto africano e il Protocollo del 2018 sulla libera circolazione. Tuttavia, un recente studio del Nkafu Policy Institute evidenzia una realtà ben diversa. L’attuazione di questi accordi procede con estrema lentezza. Nel 2026, appena 32 Stati membri hanno firmato il documento e solo quattro lo hanno ratificato.
Le cautele nazionali derivano da timori strutturali legati alla sicurezza, alla gestione dei confini e alla forte pressione sui mercati del lavoro locali. Questa paralisi diplomatica contrasta con le dinamiche reali della popolazione. Secondo i dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), l’Africa ospita attualmente 21 milioni di migranti intra-africani. La gestione di questa enorme forza lavoro è cruciale per il futuro dell’Area continentale di libero scambio (AfCFTA), che secondo le stime della Banca mondiale potrebbe incrementare il commercio interno di oltre il 50% e sottrarre milioni di persone alla povertà assoluta. Ma senza la libertà di movimento dei lavoratori, capitali e merci rimangono bloccati, soffocati da risentimenti identitari e disinformazione.
L’epicentro di questa crisi identitaria ed economica rimane il Sudafrica, dove le tensioni cicliche, già esplose con violenza nel 2008, nel 2015 e nel 2019, hanno raggiunto un nuovo picco in questi giorni. L’ultimatum lanciato dal gruppo nazionalista Operation Dudula per l’espulsione dei migranti privi di documenti ha portato in piazza migliaia di manifestanti nelle province di Gauteng, KwaZulu-Natal e del Capo Occidentale. La polizia ha schierato reparti speciali per evitare linciaggi, ma a Soweto si registrano già saccheggi ai danni dei negozianti stranieri, definiti in modo dispregiativo «Makwerekwere». Il presidente Cyril Ramaphosa ha tentato di mediare ricordando che «molti cittadini stranieri contribuiscono positivamente alla nostra economia e hanno diritto alla protezione delle nostre leggi». La macchina delle espulsioni è però già in moto: dall’inizio dell’anno si contano oltre 50.000 arresti e 25.000 rimpatri.
Nelle tendopoli di transito di Durban si consumano i drammi personali di migliaia di sfollati. Il Malawi ha già evacuato circa 7.000 connazionali con autobus d’emergenza, mentre la Nigeria ha organizzato voli speciali per sottrarre i propri cittadini alle violenze, che hanno già provocato due vittime accertate di nazionalità nigeriana. Sulla crisi è intervenuta con fermezza la Conferenza delle Chiese di tutta l’Africa, sostenuta dal Consiglio ecumenico delle Chiese, che ha diffuso una durissima dichiarazione congiunta. «Respingiamo la narrativa pericolosa e falsa che cerca di addossare la colpa delle più ampie difficoltà economiche agli stranieri africani, si legge nella nota. Se non si supera la logica del capro espiatorio, dopo aver espulso gli stranieri i sudafricani si rivolteranno gli uni contro gli altri usando altri parametri, come le tribù o i regni locali».
Filippo Ferraro, padre scalabriniano e direttore del Centro studi mobilità umana in Africa di Città del Capo, indica tra i nodi irrisolti l’inadeguatezza del sistema scolastico, la fragilità dell’educazione giovanile, la criminalità diffusa e la corruzione radicata nell’amministrazione pubblica. «La presenza di un numero elevato di immigrati – ha detto in un’intervista all’Osservatore Romano – ha fatto emergere contraddizioni già esistenti in una società storicamente divisa non solo tra bianchi e neri, ma anche tra differenti comunità. Nei trent’anni successivi alla svolta democratica, i governi non hanno mai inciso davvero con riforme efficaci, consentendo ai problemi di aggravarsi».
Se l’Africa australe brucia sotto i colpi del nazionalismo populista, la situazione sul fronte settentrionale non è meno allarmante. La Libia e la Tunisia sono diventate vere e proprie trappole per i migranti provenienti dall’Africa subsahariana. In territorio libico, l’assenza di una governance migratoria stabile e il perdurare dell’instabilità politica hanno trasformato la legittima aspirazione alla mobilità in un incubo di segregazione e abusi sistematici. I rapporti redatti dal Centro europeo per i diritti costituzionali e umani (Ecchr) descrivono uno scenario in cui i migranti neri non solo subiscono una profonda discriminazione sociale, ma diventano merce di scambio per reti criminali dedite alla tratta di esseri umani e al lavoro forzato.
In Libia, la retorica della sicurezza nazionale viene costantemente utilizzata per giustificare detenzioni arbitrarie in centri governativi e clandestini, dove le condizioni igienico-sanitarie sono disumane. Sul fronte migratorio, negli ultimi tempi sono nate proteste diffuse che chiedono il rimpatrio della maggior parte dei migranti presenti nel Paese. Karim Mezran, direttore della North Africa Initiative e senior fellow presso il Rafik Hariri Center e i Middle East Programs dell’Atlantic Council, ridimensiona però i toni della polemica sviluppatasi attorno a questo fenomeno. «In Libia – sottolinea – i migranti sono tra i 700.000 e il milione. Sono davvero moltissimi. Gran parte vive nei centri di raccolta. Molti altri sono accampati nelle città e bivaccano per le strade. La popolazione non sa come reagire, ma è stanca di questa presenza. Non mi stupirei, tuttavia, se dietro queste proteste ci fossero le milizie che in passato facevano affari con le partenze verso l’Europa e che oggi si trovano private della loro principale fonte di guadagno».



