Kigali apre all’ipotesi di accogliere le persone destinate al rimpatrio dall’Unione Europea, offrendo una sponda alle richieste del governo italiano. Restano però aperti i nodi sul rispetto dei diritti umani, il ruolo ruandese nella guerra in Rd Congo e la cooperazione paritaria promessa dal Piano Mattei
di Stefano Pancera
A Kigali, la settimana scorsa sulle frequenze di radio Royal FM, la portavoce del governo ruandese Yolande Makolo ha pronunciato due parole che a Roma aspettavano da mesi: «Stiamo trattando». Il giorno dopo, in una dichiarazione all’agenzia France Presse, il governo ha confermato che sono in corso «discussioni preliminari» con l’Italia e altri Stati europei sulla possibilità che il Ruanda diventi un Paese di transito per le persone migranti espulse dall’Unione europea.
La proposta portata dall’Italia al tavolo europeo riguarda i cosiddetti return hub: strutture in Paesi terzi dove trasferire chi non avrebbe più titolo per restare nell’Unione perché già destinatario di un ordine di rimpatrio dopo un diniego definitivo. È un dispositivo già esistente in Ruanda, quello dell’Emergency Transit Mechanism (Etm) di Gashora, nel distretto meridionale di Bugesera, avviato nel 2019 dal Ruanda stesso, Unione Africana e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Fino ad ora era riservato ai profughi evacuati dalla Libia e in attesa di reinsediamento o rimpatrio volontario.
Se Roma e Kigali stiano negoziando un ampliamento di quel meccanismo o la sua trasformazione per accogliere anche persone destinatarie di un ordine di rimpatrio, non è dato sapere. Ci sarebbe da capire inoltre, semmai i negoziati proseguissero, se un’eventuale trasformazione di Gashora manterrebbe l’amministrazione ruandese o potrebbe introdurre forme di esternalizzazione della giurisdizione simili a quella sperimentata con l’Albania. In ogni caso, secondo la stampa italiana, il governo di Giorgia Meloni punterebbe a rendere operativi i primi centri pilota entro il 2027.
La conferma è arrivata dopo il vertice straordinario dei ministri dell’Interno dell’Unione Europea convocato dopo le nuove pressioni migratorie sull’enclave spagnola di Ceuta. In quella sede il ministro dell’Interno italiano, Matteo Piantedosi, ha chiesto ai colleghi europei nuovi modelli per gestire fuori dai confini dell’Unione le procedure d’asilo e i rimpatri, rivendicando per l’Italia il ruolo di apripista: la risposta è stata a dir poco tiepida. Nessuno dei tre Paesi indicati da Roma (Ruanda, Uganda e Ghana) ha ancora firmato nulla di operativo con l’Italia o con l’Unione. E in uno di questi, il Ghana, la logica dei trasferimenti forzati verso Paesi terzi è già finita in tribunale, anche se il dossier sul banco degli imputati non è quello europeo: il riferimento è al ricorso alla Corte Suprema di Accra contro l’accordo separato tra Ghana e Stati Uniti sui deportati, ancora pendente.
È esattamente sul principio di non respingimento richiamato dal regolamento, il divieto cioè di rimandare qualcuno in un luogo dove rischia persecuzioni o trattamenti inumani, che il caso ruandese diventa scivoloso, perché non è la prima volta che il nome di Kigali viene associato a un piano di questo tipo. Il precedente britannico, infatti, pesa. Nel 2022 l’allora premier Boris Johnson annunciò un piano identico nello spirito: mandare in Ruanda i richiedenti asilo arrivati irregolarmente nel Regno Unito, in cambio di finanziamenti a Kigali. Nel novembre 2023 la Corte suprema di Londra bloccò il progetto, giudicando concreto il rischio che quelle persone venissero poi rimandate nei rispettivi Paesi d’origine senza garanzie adeguate: una violazione, di fatto, del principio di non respingimento. Nel luglio 2024 il nuovo governo laburista di Keir Starmer cancellò definitivamente l’accordo. Nessun trasferimento forzato è mai avvenuto, in due anni di trattativa.
Un altro nodo cruciale riguarda poi proprio il Ruanda, l’unico dei tre Paesi ad aver pubblicamente ammesso i colloqui con Roma, e che ospita già attualmente oltre 100 mila rifugiati, provenienti in prevalenza dalla Repubblica democratica del Congo e dal Burundi. Mentre Kigali negozia con l’Italia la gestione dei migranti espulsi dall’Europa, la stessa Unione Europea nel marzo dell’anno scorso ha sanzionato nove persone e un’entità legate al governo ruandese, oltre a sospendere le consultazioni di difesa con Kigali, per il sostegno delle forze ruandesi al gruppo ribelle M23 nella guerra nell’est della Rd Congo.
Human Rights Watch, definisce «pericolosa» la rinnovata spinta europea verso i centri offshore per il rimpatrio e chiede di abbandonare del tutto i piani sui return hub. E poi, gli eventuali centri africani dovrebbero essere considerati anch’essi parte del Piano Mattei, visto che il Ruanda è da poco diventato un Paese prioritario della strategia italiana? La questione non è del tutto peregrina: il Piano è stato presentato dal Governo italiano, come espressione di un rapporto nuovo con l’Africa, fondato su cooperazione «da pari a pari», sviluppo condiviso e superamento delle vecchie asimmetrie. Sarebbe dunque interessante comprendere in quale modo l’esternalizzazione dei confini europei possa inserirsi in questa filosofia paritaria.



