Venti di xenofobia in Libia, tra campagne d’odio e ondate di arresti

di Tommaso Meo
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di Giulia Beatrice Filpi

La retorica della «Libia ai libici» si traduce in rastrellamenti e detenzioni arbitrarie a Bengasi e Tobruk. L’allarme di Refugees in Libya: «Per migliaia di persone è l’inizio dell’inferno»

Un’ondata di proteste contro un presunto piano straniero di alterazione demografica della Libia ha infiammato le strade di Tripoli, in questi giorni, al grido «La Libia ai libici». Nel Paese, a una retorica patriottica e anti-coloniale che riecheggia i toni dell’era del vecchio regime di Muammar Gheddafi si affiancano discorsi che prendono di mira soprattutto le istituzioni delle Nazioni Unite, gli Stati europei e il Qatar, accusati di partecipare a un progetto di «reinsediamento» di migranti sul territorio nazionale.

In una nota pubblicata ieri sulla sua pagina Facebook, la Missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) ha espresso il proprio sgomento per la diffusione di queste «illazioni», affermando che «le voci secondo cui le Nazioni Unite o l’agenzia Onu per i rifugiati starebbero attuando programmi di reinsediamento di stranieri in Libia sono completamente false e all’opposto della realtà».

Queste notizie sono state fatte circolare sui social media attraverso video e reel sponsorizzati i cui contenuti sono impossibili da verificare, ma che hanno suscitato grande indignazione e aggregato centinaia di migliaia di utenti intorno a gruppi e pagine che si richiamano alla già citata teoria del «reinsediamento».

D’altra parte, è un fatto noto che gli attori occidentali come l’Unione Europea e in particolare l’Italia investano già da tempo risorse economiche e impegno diplomatico per incentivare il respingimento delle imbarcazioni irregolari che si dirigono verso la sponda nord del Mediterraneo partendo dalla Libia.

«Non è che l’Unhcr stia reinsediando persone in Libia», osserva David Yambio, portavoce di Refugees in Libya, un’organizzazione che difende i diritti dei rifugiati nel Paese. «La nostra critica è che migliaia di rifugiati e richiedenti asilo hanno trascorso anni – e in alcuni casi più di un decennio – in attesa di procedure di asilo, opportunità di reinsediamento, evacuazioni o altre soluzioni durature, rimanendo intrappolati in un ambiente che non è né sicuro né in grado di garantire i loro diritti».

La Libia, infatti, non ha aderito alla Convenzione di Ginevra e, quindi, non può fornire nessuna garanzia, nemmeno formale, a chi è in fuga dalla guerra, come le 559.920 persone che qui sono scappate dal Sudan dopo lo scoppio dell’ultimo conflitto civile ad aprile 2023.

Qatar, Unione Europea e agenzie Onu, i già citati bersagli delle mobilitazioni, sono tradizionali alleati del governo di Tripoli: una coincidenza che per le fonti libiche sentite da Africa potrebbe suggerire una possibile strategia di Haftar per screditare il governo rivale di Abdul Hamid Dbeibah.D’altra parte, i sentimenti xenofobi e in particolare il razzismo verso le persone nere potrebbero servire a entrambi i governi per dirottare l’opinione pubblica in una fase di crisi economica e mantenere lo status quo.

La Libia attraversa infatti un momento critico, con appelli pubblici al razionamento dei consumi energetici e una situazione economica che, secondo il report finale del Dialogo Strutturato promosso dall’Onu e diffuso la scorsa settimana dalla stampa locale, rischia di collassare già da quest’anno.

Anche il presidente del Consiglio presidenziale libico, basato a Tripoli, Mohammed Menfi, la cui carica corrisponde grosso modo a quella del presidente della Repubblica, ha solidarizzato con le proteste e incontrato i dimostranti. Da parte sua, il ministro degli Esteri facente funzioni del Governo di unità nazionale, Taher Baour, ha lanciato velate accuse alle autorità dell’est, dichiarando alla TV al-Ahrar che i migranti, soprattutto provenienti dall’Asia orientale, entrano nel Paese da Bengasi con «contratti aziendali contraffatti, utilizzati per facilitare il loro afflusso».

Se, tradizionalmente, lo spauracchio dei migranti veniva utilizzato come strumento di pressione da parte libica verso l’Italia e l’Unione Europea, insomma, ora sembra entrato a far parte del dibattito politico interno con rinnovata centralità, senza tuttavia perdere la sua funzione di leva verso l’esterno. E anche se le proteste di piazza a Tripoli fanno forse più rumore sui media, l’ondata di violenza più preoccupante si registra in Cirenaica, nell’est controllato dal clan Haftar.

«Le notizie che ci giungono dal campo includono segnalazioni di arresti di massa, perquisizioni domiciliari e nei luoghi di lavoro, nei bar e nei luoghi di ritrovo, detenzioni arbitrarie, confisca di effetti personali, incitamento pubblico contro le persone nere e una crescente ostilità nei confronti dei rifugiati e dei migranti in generale», ha raccontato ancora ad Africa David Yambio.

Le organizzazioni armate che controllano le frontiere nell’est libico si stanno intestando l’arresto di migliaia di persone in città come Ajdabiya, Bengasi e Tobruk, spesso pubblicando immagini di uomini che camminano in fila, o seduti a terra, con i loro passaporti sequestrati e raccolti su un tavolo.

«Ciò che ci preoccupa di più non sono solo gli arresti in sé», prosegue Yambio, «ma ciò che accade dopo. La Libia ha una lunga storia di detenzioni arbitrarie, estorsioni, lavori forzati, tratta di esseri umani, violenza sessuale e altri gravi abusi che colpiscono migranti e rifugiati. Per molte persone, essere catturate è l’inizio di un altro ciclo di violenza».

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