L’enigma Traoré oltre la lente dell’Occidente

di Tommaso Meo

Tra pugno di ferro contro il terrorismo, laicità forzata e petrodollari sauditi: la complessa equazione del capitano al potere in Burkina Faso

di Andrea Spinelli Barrile

Risulta difficile scegliere la lente giusta attraverso cui guardare, e provare a comprendere, Ibrahim Traoré, il capitano delle Forze di difesa del Burkina Faso diventato con golpe nel settembre 2022 il più giovane capo di Stato al mondo. È un esercizio complicato perché, a latitudini europee, è complicaro trovare l’ottico giusto, capace di decifrare la retorica di Traoré, mettendo a fuoco con un occhio il conflitto interno contro il jihadismo e con l’altro le palesi violazioni dello stato di diritto e le libertà fondamentali nel Paese saheliano. Ed è complesso perché lo sguardo che rivolgiamo all’Africa è sempre intriso di pregiudizi, storici, politici e simbolici, che come sempre allontanano la complessità avvicinando la semplificazione.

Il 16 luglio, Traoré si è recato in visita a Ouahigouya, nella regione burkinabé di Yatenga (spesso indicata localmente come Yaadga), per incontrare le Forze vive, i rappresentanti della società civile e le autorità locali. La scelta della tappa non è casuale: Yatenga è una delle zone più drammaticamente colpite dal terrorismo di matrice jihadista e qui, davanti a una popolazione stremata, il leader della giunta militare ha calcato la mano sulla mobilitazione patriottica, chiedendo un sostegno incondizionato ai Volontari per la difesa della patria (Vdp) e un cambio radicale di postura. Per Traoré, la sovranità e la sicurezza non si guadagnano solo al fronte, ma richiedono una vera e propria «riconquista delle mentalità», un rifiuto del fatalismo e della complicità, anche passiva, con i gruppi armati.

È proprio in questo solco di mobilitazione permanente che si inserisce lo schema di repressione del dissenso del regime. La difesa dello Stato e la sicurezza nazionale diventano il motivo, e la giustificazione ideale, per mettere a tacere le voci critiche e blindare la Transizione. Questa «bonifica della mentalità» si riflette inevitabilmente sui media e sulla politica, sul discorso pubblico e le libertà civili, ma anche sulla complessa gestione del fattore religioso nel Sahel. Pur essendo un fedele musulmano e usando spesso questa fede anche per la propaganda della giunta militare – come in occasione dell’Eid al Adha – Traoré si muove su una linea di stretta difesa della laicità dello Stato, intesa soprattutto come argine politico: l’obiettivo cardine è evitare che i leader religiosi usino i pulpiti per fare politica, veicolare agende esterne o spaccare il delicato tessuto sociale del Paese. Da qui derivano i controlli stringenti e i mirati provvedimenti restrittivi che il governo di Ouagadougou ha adottato nel tempo contro i predicatori giudicati radicali o destabilizzanti, con la chiusura di moschee e imam finiti in carcere o nei campi di lavoro.

In questo quadro, il rapporto con partner internazionali come l’Arabia Saudita, patria dell’Islam, dove questo è religione di Stato, rivela tutto il pragmatismo geopolitico della giunta. Riad, attraverso il Fondo saudita per lo sviluppo (Sfd), continua a finanziare regolarmente progetti infrastrutturali vitali in Burkina Faso, stanziando milioni di dollari per la costruzione di strade, ospedali e reti idriche, oltre a sostenere iniziative di stabilizzazione nella regione.

La linea di Traoré appare dunque sdoppiata ma chiarissima: massima apertura alla cooperazione economica e ai fondi per lo sviluppo, ma tolleranza zero per le influenze ideologiche esterne, a partire dal wahhabismo, che rischiano di alimentare l’estremismo o di incrinare la convivenza con la storica comunità cristiana del Paese.

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