I blackout prolungati e il collasso dei servizi essenziali alimentano la protesta contro il governo Dbeibah. A Tripoli cresce la mobilitazione e i movimenti civici lanciano una campagna di disobbedienza civile.
Di Mattia Giampaolo
La crisi energetica in Libia sta superando la dimensione di una semplice emergenza infrastrutturale, trasformandosi in una vera e propria crisi politica e sociale, con proteste di piazza e appelli alla disobbedienza civile da parte di movimenti civici sorti in diverse aree della capitale. Dopo settimane di blackout prolungati, interruzioni dell’approvvigionamento idrico, carenza di carburante e peggioramento delle condizioni economiche, migliaia di cittadini sono scesi in piazza nella capitale Tripoli, dando vita alla più ampia ondata di proteste registrata negli ultimi mesi contro il governo di unità nazionale guidato da Abdul Hamid Dbeibah.
I cortei hanno interessato quartieri strategici della capitale, tra cui Tajoura, Souq al-Jumaa, Ain Zara, al-Sarraj, Janzour, al-Hadaba, Abu Salim e Hay al-Andalus, dove i manifestanti hanno bloccato strade, incendiato pneumatici e innalzato barricate improvvisate per denunciare quella che definiscono «la paralisi dello Stato». Le interruzioni di corrente, aggravate da temperature comprese tra i 45 e i 50 gradi, arrivano in molte aree a superare le dieci ore quotidiane, con punte che in alcuni quartieri raggiungono le quattordici ore. Il collasso della rete elettrica ha avuto un effetto domino sull’intero sistema dei servizi: la distribuzione dell’acqua è stata compromessa, le stazioni di rifornimento hanno registrato rallentamenti, ospedali e centri sanitari hanno dovuto ricorrere ai generatori, mentre attività commerciali e imprese lamentano perdite economiche sempre più consistenti.
Secondo la Compagnia generale dell’elettricità (Gecol), la rete nazionale ha perso circa 1.350 megawatt di capacità produttiva a causa della combinazione tra carenza di gas e combustibile, guasti tecnici nelle centrali, problemi sulle linee di trasmissione e difficoltà di natura operativa. Una situazione che ha costretto l’azienda a reintrodurre il programma di razionamento dell’energia, dopo un periodo di relativa stabilità della rete.
La protesta, tuttavia, non si limita più alla richiesta di una soluzione alla crisi energetica. I movimenti civici sorti in diverse municipalità hanno proclamato l’inizio di una campagna di disobbedienza civile, chiedendo la chiusura di ministeri, enti pubblici e società statali. A Souq al-Jumaa, Tajoura e Ain Zara sono stati diffusi comunicati nei quali si invita la popolazione a sospendere ogni forma di collaborazione con il governo, accusato di aver fallito nella gestione dei servizi pubblici e di aver dissipato ingenti risorse finanziarie senza migliorare le condizioni di vita dei cittadini.
La scorsa notte i manifestanti hanno chiuso con barriere di terra gli accessi ad alcuni edifici istituzionali, tra cui il ministero degli Esteri, la sede dell’emittente Libya National TV, la Holding delle Telecomunicazioni e altri uffici governativi. L’obiettivo dichiarato dai promotori della protesta è «paralizzare il governo senza paralizzare la vita dei cittadini», concentrando l’azione sulle istituzioni e non sulle infrastrutture destinate alla popolazione.
Le rivendicazioni vanno ormai ben oltre l’emergenza elettrica. Nei comunicati diffusi dai diversi movimenti si denunciano l’aumento del costo della vita, la svalutazione del dinaro, la cronica mancanza di liquidità bancaria, le lunghe file ai distributori di carburante, il deterioramento del sistema sanitario e scolastico e la diffusione della corruzione. In molti chiedono non solo le dimissioni del governo Dbeibah, ma anche la fine di tutte le istituzioni politiche nate dal lungo periodo di transizione, comprese la Camera dei Rappresentanti, l’Alto Consiglio di Stato e il Consiglio Presidenziale. Nel comunicato diffuso dal movimento di Souq al-Jumaa è stata sottolineata la natura pacifica della campagna di disobbedienza civile con lo slogan «Abbasso il governo della normalizzazione e della corruzione, No al vandalismo».
Di fronte all’escalation, il ministero dell’Interno ha ordinato il massimo livello di allerta alle forze di sicurezza nella capitale. Il ministro ad interim Emad Trabelsi ha disposto il rafforzamento della presenza delle pattuglie, la protezione delle sedi governative e delle infrastrutture strategiche, l’istituzione di nuovi posti di controllo e l’ordine di impedire eventuali atti di vandalismo o il blocco delle principali arterie cittadine. Le autorità hanno inoltre invitato gli agenti a garantire il passaggio dei mezzi di soccorso e delle emergenze, pur mantenendo un atteggiamento di fermezza nei confronti di eventuali violazioni dell’ordine pubblico.
La risposta del governo è stata finora limitata soprattutto all’aspetto della sicurezza, mentre non sono arrivate iniziative politiche capaci di disinnescare il malcontento. Questa assenza di una risposta immediata rischia di rafforzare ulteriormente la protesta, che nelle ultime ore ha iniziato a coinvolgere anche altre città della Tripolitania. A Zuwara, al-Jamil e Rigdalin alcuni gruppi hanno minacciato di bloccare il complesso energetico di Mellitah qualora i blackout dovessero continuare, mentre a Gharyan, Sebha e Khoms sono state organizzate manifestazioni contro il razionamento dell’energia e il deterioramento dei servizi.
L’attuale mobilitazione rappresenta probabilmente la sfida più significativa affrontata dal governo Dbeibah dopo gli scontri armati del maggio 2025. A differenza delle precedenti proteste, questa volta il malcontento appare trasversale e nasce da problemi quotidiani che accomunano gran parte della popolazione: elettricità, acqua, carburante, inflazione e servizi essenziali. Resta ora da capire se le manifestazioni rimarranno circoscritte a una fase di pressione popolare oppure se evolveranno in un movimento più ampio capace di incidere sugli equilibri politici del Paese. In un contesto segnato dalla persistente divisione istituzionale e dalla competizione tra i principali centri di potere, la protesta contro i blackout rischia infatti di diventare il catalizzatore di un dissenso molto più profondo nei confronti dell’intero sistema politico libico.



