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Edizione del 27/09/2026

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Rivista Africa
La rivista del continente vero
Tag:

libia

    CONTINENTE VERO

    L’esilio dimenticato dei libici in Italia

    di Tommaso Meo 22 Agosto 2026
    Scritto da Tommaso Meo

    La memoria cancellata dei libici deportati in Italia durante il colonialismo. In migliaia furono strappati alla loro terre e imprigionati sulle isole di Favignana e Ustica. Oggi, studiosi delle due sponde del Mediterraneo stanno recuperando la loro storia

    di Giulia Beatrice Filpi – foto del Centro Studi e Documentazione Isola di Ustica

    Quando fu catturato dalle forze militari italiane, Fadil al-Shalmani aveva circa 34 anni e viveva coltivando la sua terra nel villaggio di Qaminis, nell’est della Libia. Era il 1912. L’anno precedente, quell’agricoltore originario di Tobruk aveva preso parte a diverse battaglie per difendere la sua città dall’aggressione coloniale. Un giorno, un cugino gli spedì una lettera con informazioni sulla resistenza. Ma il portalettere incaricato di consegnarla fu arrestato, e con lui si scoprì l’indirizzo di Fadil. Così fu anche lui imprigionato e deportato in Italia, insieme allo sventurato messaggero, ignaro del contenuto. Il viaggio fu straniante e doloroso. Lo raccontano le poesie che Fadil scrisse lungo i sette anni di detenzione sull’isola di Favignana: «La loro nave ha urlato, mi sta avvertendo / vuole portarci via dalla terra dei nostri padri / Ci hanno gettati nel suo ventre d’acciaio / mentre lei levava le ancore, pronta a fendere il mare».

    Lo sgomento e la sensazione d’impotenza sembrano amplificati dai mezzi della modernità italiana di inizio Novecento: «Prima dell’alba fummo incatenati insieme, come bestie da allevamento / Ci spinsero su un vascello di ferro, il treno, lo chiamavano, costruito da un cristiano / Mai avevamo visto tale meraviglia, un gigante che ruggiva come il tuono / che scorreva su ruote come un tamburino che batte il tempo con fervore». (La loro nave ha urlato, trad. Khalifa Abo Khraisse e Giusy Muzzopappa). La storia e l’opera di al-Shalmani sono riemerse negli ultimi anni grazie a un gruppo di traduttori volontari, a cominciare dal regista libico Khalifa Abo Khraisse.

    L’obiettivo, attraverso eventi e letture pubbliche, è far conoscere il destino di migliaia di deportati libici dopo la disfatta dell’esercito giolittiano a Shara al-Shatt nel 1911. Ma anche restituire attenzione alla storia rimossa del colonialismo italiano. «Mi chiamo come mio nonno, anche lui Khalifa», racconta il regista, evocando l’antenato combattente della resistenza, decorato al valore durante il regime di Gheddafi dopo aver perso due fratelli in battaglia. Sulle tracce del colonialismo ancora visibili in Libia, risponde: «No, non credo ce ne siano. Ed è proprio per questo che mi interessa lavorare sulla memoria». Se ai tempi di Gheddafi si promuovevano studi sul colonialismo, spesso in modo strumentale, «dal 2008-2009 è cambiato tutto». Dopo il “trattato di amicizia” firmato da Silvio Berlusconi e Gheddafi, la narrazione storica fu silenziata. Quel trattato, firmato nel 2008, rilanciava la cooperazione tra Italia e Libia lasciando il passato coloniale fuori dall’agenda. Ma i segnali di riavvicinamento diplomatico erano già cominciati da tempo, e in quella traiettoria le isole della deportazione ebbero un ruolo simbolico.

    E le Tremiti?

    Nel 1987 Gheddafi rivendicò l’arcipelago delle Tremiti, sostenendo che spettasse alla Libia per via dei deportati ivi mandati nei primi del Novecento. Poco prima, sull’isola di San Nicola, si era verificato un attentato compiuto da un cittadino svizzero: le due vicende non furono mai collegate ufficialmente. Dal molo di San Nicola parte un sentiero che in primavera si riempie di fiori e porta al “mausoleo dei libici”. Il monumento fu inaugurato nel 2004, sul luogo della fossa comune che accolse i corpi dei tanti morti sull’isola. I loro nomi, incisi sul ferro, oggi sono consumati dalla ruggine. Dormivano in casermoni, in casette, o nelle grotte sotto il promontorio, come racconta la storica Chiara Pagano. C’erano resistenti, donne, bambini, civili. «Oggi la cooperazione culturale tra Italia e Libia si limita alle antichità, considerate meno critiche politicamente», osserva Pagano. Da anni, il direttore del Libyan Studies Center, che custodisce 27 milioni di documenti sull’occupazione italiana, chiede un aiuto italiano per digitalizzare l’archivio. Finora non è successo nulla.

    Secondo diverse fonti raccolte da Africa, il centro sarebbe oggi difficilmente accessibile, forse in stato di semi-abbandono. Nel 1989, due anni dopo le tensioni alle Tremiti, 170 libici guidati dal nipote di Omar al-Mukhtar arrivarono a Ustica. L’evento resta nella memoria dell’isola. Angela Ailara Natale li accolse sventolando una vecchia foto, chiamandoli «amici». «Forse pensarono che fosse pazza», racconta il nipote Vito, oggi presidente del locale Centro Studi. I racconti suggeriscono che, nonostante la violenza del colonialismo, a Ustica si crearono legami tra isolani e deportati. Interessanti i rapporti tra gli antifascisti confinati a Ustica durante il ventennio e i relegati libici dello stesso periodo, documentati da diverse ricerche e di cui si fa cenno anche nei Quaderni dal carcere di Antonio Gramsci, che fu confinato sull’isola nel 1924.

    Dopo la prima guerra mondiale, inoltre, l’isola non aveva più ospitato deportazioni di massa, ma solo pochi esuli di primo piano, come il ricchissimo nipote del capo della confraternita senussita, Hassan Reda, portato in Italia in via preventiva per evitare che si unisse alla resistenza. Era arrivato con moglie, figli e servitù al seguito, e percepiva dall’Italia uno stipendio di 4.000 lire: una fortuna, per l’epoca, soprattutto se paragonato al livello di vita degli isolani, che sperimentarono con quei deportati “di lusso” i prodromi dell’economia turistica.

    Intitolare piazze e vie all’eroe al-Mukhtar

    Al di là degli aneddoti, le deportazioni di massa rappresentarono, molto spesso delle stragi annunciate. Si calcola che a Ustica morirono di colera oltre 130 persone soltanto durante la prima deportazione di massa, dopo lo sbarco dei 920 passeggeri della nave Romania nel 1911. Dei circa 1300 libici deportati alle Tremiti lo stesso anno, circa un terzo morirono di tifo. «Il colonialismo è sempre una rapina, lo è sempre stato, come lo è, ora, anche il post (o neo) colonialismo» sottolinea Farid Adly, un altro giornalista libico, di Bengasi, impegnato sulla questione della memoria. «Negli anni Quaranta», aggiunge, «mio padre si stava preparando per sposarsi. Aveva appena ristrutturato la nuova casa, nel 1939, e ci aveva anche messo una bella targa. Sono arrivati gli ufficiali italiani e gli hanno requisito tutto. È andato via da Bengasi, sfollato in una tenda a 50 chilometri dalla sua città, ed è potuto tornare solo nel 1943. Ma non l’ho mai sentito parlare con rancore degli italiani. Dello Stato, dell’esercito, tuttalpiù».

    Adly, che vive in Italia da molto tempo, propone da anni di dedicare piazze e strade d’Italia a Omar al-Mukhtar, il capo della resistenza libica anticoloniale. «Ricordare queste storie è importante», sottolinea Adly. «In Libia, oggi, i militari italiani continuano ad addestrare milizie. Dire, ancora, che gli italiani che occupavano la Libia erano brava gente è un tentativo di rimozione storica. E può riaprire la strada al militarismo».

    L’articolo è stato realizzato nell’ambito dell’iniziativa “Tracce coloniali”, promossa dall’Arci e da Un ponte per, ed è uscito sul numero 2/2026 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui.

    Dal 17 settembre al 6 novembre alla Casa della Memoria e della Storia di Roma, in ideale prosecuzione del Festival Arene Decoloniali, sarà esposta la mostra fotografica sulla deportazione coloniale a Ustica, realizzata in collaborazione con il Centro Studi Isola di Ustica.

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