Studente eritreo a Roma durante la guerra d’Etiopia, Menghistu Isahac Teweldemedhin fu arrestato dal regime fascista per le sue posizioni anticoloniali e condannato al confino tra Ustica, Tremiti e Ventotene. La sua storia, a lungo dimenticata, racconta un volto poco noto dell’antifascismo: quello dei sudditi coloniali che si opposero al fascismo nel cuore dell’Italia imperiale
di Uoldelul Chelati Dirar
Tra le figure africane che attraversano la storia dell’Italia coloniale, un posto particolare spetta a Menghistu Isahac Teweldemedhin: eritreo, antifascista e confinato politico nell’Italia degli anni della guerra d’Etiopia. La sua vicenda, ricostruita dallo storico Marco Lenci nel saggio Il “moro” di Ventotene. Menghistu, un eritreo al confino, mostra un volto poco noto dell’antifascismo: quello dei sudditi coloniali che si opposero al regime nel cuore stesso della metropoli fascista.
Menghistu nasce il 9 marzo 1911 nel villaggio di Shuma Negus Tahtai, in Eritrea, in una famiglia di grande rilievo culturale e politico legata ai missionari protestanti svedesi attivi nel Paese dalla metà dell’Ottocento. Il nonno, Teweldemedhin Ghebremedhin, convertito al protestantesimo, aveva studiato teologia in Svezia ed era stato ordinato pastore luterano ad Asmara nel 1909. Partecipò inoltre ai primi studi sulla lingua tigrè e alla traduzione della Bibbia in tigrino. Anche il padre Isahac e lo zio Ephrem avrebbero avuto ruoli importanti: il primo come imprenditore e figura di riferimento nel sistema scolastico eritreo del dopoguerra, il secondo come diplomatico etiopico e ministro degli Esteri. Destinato inizialmente a studiare in Svezia, Menghistu dovette rinunciare per l’opposizione dell’amministrazione coloniale italiana. Nel 1928 raggiunse così Roma, dove concluse gli studi superiori e nel 1933 si iscrisse a Ingegneria. La sua vita cambiò però con l’invasione fascista dell’Etiopia del 1935. Il giovane si ritrovò improvvisamente nella difficile condizione di suddito coloniale nella capitale dell’impero che stava combattendo una guerra contro il suo popolo. A renderlo ancora più sospetto agli occhi della polizia contribuiva il sostegno economico ricevuto dallo zio Ephrem, allora console etiopico a Parigi.
Cresciuto in un ambiente familiare liberale, Menghistu manifestò apertamente posizioni critiche verso la guerra e simpatia per la causa etiopica. A compromettere definitivamente la sua situazione fu un episodio del dicembre 1935: secondo rapporti della Questura di Roma avrebbe espresso soddisfazione per l’abbattimento dell’aereo del tenente Tito Minniti in Etiopia. Il 17 febbraio 1936 venne convocato in commissariato. Ricorderà poi: «Era verso le otto di mattina, quando un agente in borghese mi invitò gentilmente in questura per cinque minuti; cinque minuti che si trasformarono in cinque anni di confino».
Pochi giorni dopo fu condannato e inviato a Ustica. Cominciò così un lungo percorso tra le isole del confino: Ustica, Tremiti e infine Ventotene. La pena, inizialmente di un anno, fu prorogata ripetutamente. Nel frattempo Menghistu si politicizzò ulteriormente: entrò in contatto con anarchici, rifiutò il saluto romano e subì sanzioni per le critiche espresse nelle lettere alla famiglia. A Ventotene, dove arrivò nel 1938, strinse rapporti profondi con Ernesto Rossi e Sandro Pertini. Fu proprio Pertini, molti anni dopo, a ricordare pubblicamente la presenza di Menghistu tra i confinati. Il 2 giugno 1980 lo invitò al Quirinale dedicandogli una fotografia con parole significative: «A Menghistu Ishac, fiero antifascista, mio amico fraterno. Con profondo affetto». Tra gli ultimi a lasciare Ventotene, Menghistu tornò in Eritrea solo nel 1945. Neppure in patria, però, trovò stabilità: il suo spirito indipendente si scontrò con le tensioni politiche che avrebbero segnato l’Eritrea negli anni dell’annessione etiopica (1962) e della lunga guerra per l’indipendenza.
Questo servizio è uscito sul numero 4/2026 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui.



