Nel conclave del 1550 un religioso africano si affacciò sulla Cappella Sistina per sollecitare i cardinali a eleggere il nuovo Papa. Era Tesfa Tsion Petros, intellettuale e mediatore etiopico, protagonista di una straordinaria vicenda che racconta l’antica profondità dei rapporti tra Africa ed Europa e il ruolo decisivo degli intermediari africani nella circolazione del sapere
di Uoldelul Chelati Dirar
Il 7 gennaio 1550, l’erudito e funzionario della Curia romana Pietro Paolo Gualtieri annotò nei suoi diari un episodio singolare. Il conclave per eleggere il successore di Paolo III, iniziato il 29 novembre 1549, si trascinava ormai da settimane. A un certo punto, dal balcone della cantoria della Cappella Sistina comparve un uomo identificato come Pietro l’Etiope, che rivolgendosi ai cardinali esclamò: «Reverendissimi padri, i conclavisti hanno chiuso a chiave le porte. Ora potete morire di fame oppure decidervi a eleggere il Papa». L’aneddoto, quasi ignorato dalla storiografia, apre una finestra sorprendente sulla profondità delle relazioni tra Africa ed Europa nel XVI secolo. Chi era quell’africano che interveniva con tanta autorevolezza in uno degli eventi politici e religiosi più importanti della cristianità? Come ricostruiscono James De Lorenzi, Matteo Salvadore e Deresse Ahyenachew nel volume The Many Lives of Täsfa Ṣəyon, quel “Pietro l’Etiope” era in realtà Tesfa Tsion Petros, religioso e intellettuale destinato a diventare una figura chiave nei rapporti tra la Chiesa d’Etiopia e il papato.
Nato intorno al 1510, Tesfa Tsion si formò nel monastero di Debre Libanos, uno dei principali centri della Chiesa ortodossa etiopica, fino a diventare precettore del futuro imperatore Lebna Dengel. Negli anni Trenta del Cinquecento, mentre il regno era devastato dalla guerra contro Ahmad Ibrahim al-Ghazi e numerosi monasteri venivano distrutti, fu costretto all’esilio. Come molti religiosi etiopici raggiunse Gerusalemme e da lì Roma, dove la comunità abissina era presente da oltre un secolo. Nella città dei papi si impose rapidamente come uno dei massimi conoscitori della lingua, della teologia e delle istituzioni etiopiche. La svolta arrivò nel 1536, quando Paolo III gli affidò l’esame delle dichiarazioni del portoghese João Bermudes, che sosteneva di essere stato nominato massima autorità della Chiesa etiopica. Grazie alle sue competenze, Tesfa Tsion dimostrò l’infondatezza di quelle affermazioni, conquistandosi la piena fiducia del Pontefice. Da quel momento entrò nella familia papale, la ristretta cerchia di consiglieri del Papa. I documenti d’archivio attestano che ricevette uno stipendio regolare per perfezionare il latino e lavorare come mediatore tra la Chiesa cattolica e quella etiopica, nel quadro del dialogo con le Chiese orientali. Parallelamente svolse un’intensa attività editoriale e filologica. Tradusse in latino testi della tradizione cristiana etiopica, collaborando con alcuni dei maggiori umanisti del tempo. Molti di loro costruirono poi la propria fama grazie a questi lavori, relegando nell’ombra il contributo decisivo del loro collega africano: un destino comune a molti intermediari culturali non europei.
L’opera più importante fu la pubblicazione, nel 1548, del Vangelo in lingua ge’ez con testo latino a fronte: la prima edizione a stampa di un testo evangelico in una lingua africana. Tesfa Tsion investì personalmente nel progetto, convinto che il libro stampato fosse uno strumento più pratico dei manoscritti per pellegrini e religiosi. Il suo obiettivo, però, era anche più ambizioso: favorire il rinnovamento della Chiesa etiopica valorizzandone la tradizione e aprendola al dialogo con il mondo europeo, senza rinunciare alla propria identità. Attraverso le sue traduzioni, l’insegnamento e la sua attività editoriale, Tesfa Tsion contribuì a far conoscere l’Etiopia agli studiosi europei, gettando le basi dell’etiopistica moderna e degli studi comparati sulle lingue orientali. La sua vicenda ricorda come i rapporti tra Africa ed Europa abbiano radici molto più antiche di quanto non si immagini e come, ben prima dell’età coloniale, intellettuali e religiosi africani abbiano svolto un ruolo da protagonisti nella circolazione delle idee, dei saperi e delle conoscenze tra i due continenti.
Questa rubrica è uscita sul numero 5/2026 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui.



