Di Uoldelul Chalati Dirar
Tra Sette e Ottocento l’Occidente abolisce la schiavitù, spinto da ragioni economiche e ideali. Ma l’abolizionismo s’intreccia con colonialismo e missioni religiose, alimentando nuove ambiguità. La vicenda di Zeinab Alif, divenuta suor Maria Giuseppina, racconta una storia poco nota di riscatto, fede e identità tra Africa ed Europa
A partire dalla fine del Settecento, nel mondo occidentale si assiste a una svolta profonda nel modo di guardare alla schiavitù. Per secoli il lavoro forzato aveva rappresentato uno dei pilastri dell’economia delle Americhe, contribuendo in modo decisivo all’accumulazione di capitali, che sono alla base dell’ascesa del sistema capitalistico. Eppure, tra la fine del XVIII secolo e il XIX, questo modello comincia a essere messo in discussione. Le ragioni sono molteplici. Da un lato, il calo dei profitti delle grandi piantagioni ne riduce la convenienza economica. Dall’altro, cresce la pressione dei movimenti abolizionisti, composti da attivisti laici e religiosi, che denunciano l’incompatibilità della schiavitù con i principi di giustizia e dignità umana. Questo cambiamento porta, nel corso dell’Ottocento, all’abolizione prima della tratta e poi della schiavitù stessa.
Negli Stati Uniti, un passaggio simbolico è il 13° emendamento del 1865; in Brasile sarà la Lei Áurea del 1888 a sancirne la fine legale. Sul piano culturale, l’abolizionismo si nutre delle idee illuministe – uguaglianza, diritti, libertà – e di un forte impulso religioso, soprattutto cristiano. Tuttavia, il processo non è privo di ambiguità: mentre si condanna la schiavitù, si diffonde anche una narrazione che la presenta come un fenomeno “tipicamente africano”, rafforzando gli stereotipi sulla presunta inferiorità delle società del continente. La lotta alla schiavitù si intreccia così con la cosiddetta missione civilizzatrice rivendicata dalle potenze europee. L’abolizionismo diventa, almeno in parte, uno degli argomenti utilizzati per giustificare l’espansione coloniale. Anche le missioni religiose assumono un ruolo centrale, ponendo la liberazione degli schiavi e la loro evangelizzazione al cuore delle proprie attività. Una pratica diffusa è quella del riscatto degli schiavi, acquistati dai mercanti per essere poi liberati. Su di loro si concentra spesso l’attenzione dei missionari, che li considerano interlocutori privilegiati per la diffusione del cristianesimo. La loro marginalità sociale viene interpretata come una maggiore apertura al messaggio evangelico. Nascono così comunità cristiane composte in gran parte da ex schiavi, concepite come avamposti della conversione.
In alcuni casi, soprattutto quando si tratta di bambini, i liberati vengono portati in Europa per essere formati e poi reinviati in Africa come missionari. Sono i cosiddetti “moretti”, protagonisti di una storia poco conosciuta, ricostruita anche negli studi dello storico Giacomo Ghedini. Tra queste vicende, una delle più emblematiche è quella di Zeinab Alif. Nata intorno al 1845 nel Kordofan, nell’attuale Sudan, viene catturata da bambina e venduta in Egitto. Nel 1856 viene riscattata dal sacerdote Niccolò Olivieri, fondatore della Pia Opera del Riscatto delle fanciulle more, che la porta in Italia insieme ad altre giovani. Affidata alle clarisse di Belvedere Ostrense, nelle Marche, Zeinab viene battezzata con il nome di Maria Giuseppina Benvenuti. Entra in convento e trascorrerà tutta la sua vita religiosa tra Belvedere Ostrense e Serra de’ Conti, dove il monastero si trasferirà nel 1894. Qui diventa maestra delle novizie e poi badessa. Accanto alla vita religiosa coltiva una forte passione per la musica: impara a suonare l’organo e si distingue per le sue capacità, ottenendo apprezzamenti anche fuori dal monastero. Secondo alcune testimonianze, nelle sue esecuzioni riusciva a intrecciare elementi della tradizione europea con suggestioni ritmiche legate alle sue origini africane. Muore nel 1926, dopo una lunga malattia. Nel 2011 viene proclamata beata da papa Benedetto XVI, al termine di un processo avviato negli anni Ottanta.

La sua storia, come quella di molti altri “moretti”, restituisce la complessità di un’epoca spesso semplificata nei manuali. Abolizione della schiavitù, missioni religiose ed espansione coloniale sono fenomeni intrecciati, animati da motivazioni che vanno dalla sincera aspirazione umanitaria a forme di paternalismo eurocentrico. Allo stesso tempo, vicende come quella di Zeinab – Maria Giuseppina Benvenuti – ricordano quanto sia lunga e articolata la storia delle presenze africane in Italia: una storia di incontri e trasformazioni, di cui resta oggi una traccia troppo debole nella memoria collettiva.
Questa rubrica è uscita sul numero 3/2026 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui.



