La carta italiana che illuminò il Sahel

di Tommaso Meo

di Marco Aime

Nella penombra di Timbuctu, dietro alle volute di un manoscritto, appare la filigrana “Pordenonis”: carta italiana del XIII secolo, trasportata fino al Sahel. Genova, Fabriano, Venezia: il lusso della scrittura viaggiava tra Europa e Africa, creando reti culturali e commerciali, nutrendo biblioteche, studiosi e manoscritti, simbolo di un legame millenario tra Mediterraneo e Sahara

Un giorno mi trovavo nella stanza dei manoscritti del Fondo Kati, una delle tante biblioteche private della città di Timbuctu, in Mali, immersa nella penombra, dove il sole sahariano filtrava a fatica da un’unica piccola finestra, proiettando fasci di luce polverosa. «Guarda questo», mi disse l’amico e bibliotecario Ismaël Haïdara Dadié, tendendomi un piccolo foglio preso dallo scaffale. Lo osservo: scritto in arabo, senza miniature, simile a molti altri. «Guardalo così», ripetè, inclinando il foglio alla luce. Dietro alle sinuose volute della calligrafia appare la filigrana. Guardo Ismaël con aria interrogativa. Sorride e mi fa cenno di sì con la testa: c’è proprio scritto “Pordenonis”. Sì, la carta arrivava proprio da là, dal Friuli. Un’altra prova delle fitte connessioni tra il Mediterraneo e il Sahel.

A Timbuctu i manoscritti su papiro erano pochi; la maggior parte dei testi era su carta, tecnologia che a sud del Sahara si diffuse solo in epoca coloniale. Gran parte proveniva dall’Italia: alla metà del XIII secolo, Genova e Fabriano aprirono i primi stabilimenti, seguiti da Treviso, Firenze, Bologna, Parma, Milano e Venezia. La carta italiana si distingueva da quella araba e spagnola per l’introduzione della filigrana, che fungeva da marchio di fabbrica: per esempio le carte genovesi riportavano il profilo di una mano e un’ancora, quelle francesi una testa di toro e una pentola, altre ancora delle campane sormontate da una croce; e una corona, una stella e una mezzaluna. La sempre più corposa classe di letterati e studiosi che si andava affermando a Timbuctu e non solo, proprio nel XV secolo, fece crescere di molto la domanda di carta, in particolare quella italiana, filigranata con tre mezze lune, ritenuta più pregiata e resistente. Nonostante il prezzo elevato dovuto al trasporto, i centri culturali saheliani – come Timbuctu, Djenné, Chinguetti – riuscivano ad acquistarla in quantità, segno che erano sufficientemente ricchi da permettersi tale lusso per le loro esigenze di scrittura. Nel 1635 il mercante veneziano Santo Sequezzi riferiva che dall’Africa occidentale si importava oro e si esportavano «stoffe di seta dall’Italia, corallo, carta, piombo, rame, stagno e argento vivo». Allo stesso tempo, un mercante del Cairo immagazzinava carta per pellegrini dell’Africa occidentale diretti all’Hijaz. Dal XVII secolo quasi tutti i resoconti indicano carta italiana, soprattutto filigranata con tre lune. Alla fine del XVII secolo, il console francese Le Maire nota che merci scambiate tra Fezzan e Bornu – perle, stoffe, carta, filo di rame – provenivano per lo più da Venezia. Un rapporto britannico del 1767 elenca importazioni veneziane: «carta timbrata con tre lune», quaderni, altri tipi di carta. Terence Walz riporta di avere trovato manoscritti con le iniziali dei produttori in filigrana: AG per Andrea Galvani (Pordenone), GB per Giovanni Berti, BNC per Bernardino Nodari, LT per Giovanni Trentin.

Tale era il predominio dei veneziani, che gli inglesi tentarono di produrre carta “a tre mezze lune” a Mahon (nelle Baleari) per contrastarne il primato. Nel XVIII e XIX secolo la carta spesso si classificava solo dopo la stoffa come l’articolo di commercio più importante tra le esportazioni europee verso il Medio Oriente e il Nord Africa. Manoscritti sudanesi confermano questa tendenza: prodotti da Galvani (Pordenone), Giovanni Berti, Bernardino Nodari, Luigi Trentin e altri, contrassegnati da filigrane e iniziali. Nel XIX secolo gli esploratori tedeschi Barth e Nachtigal annotano che la carta “tre lune” era venduta in grandi quantità nel Sahara e in Sudan, spesso a prezzo basso. La domanda crescente di carta nei centri culturali subsahariani rese la produzione europea un elemento chiave dello scambio tra Africa ed Europa, contribuendo a costruire reti di sapere e commercio tra due mondi lontani ma strettamente collegati.


Questa rubrica è uscita sul numero 3/2026 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui.

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