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Edizione del 03/11/2026

© Rivista Africa
Editore: Internationalia srl
P.IVA 11980111006

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Rivista Africa
La rivista del continente vero

ANTROPOLIS – Marco Aime

    Ali Farka Toure
    ANTROPOLIS - Marco AimeCONTINENTE VERO

    Il lungo viaggio del blues, che parte dall’Africa

    di Tommaso Meo 20 Settembre 2026
    Scritto da Tommaso Meo

    Una storia di deportazione, di resistenza, di straordinaria creatività. Dal Sahel ai work songs nelle piantagioni americane, fino al jazz, al rock e al pop: la musica che ha cambiato per sempre il paesaggio sonoro del mondo affonda le sue radici nel continente africano. Parola di Ali Farka Touré

    di Marco Aime

    In uno straordinario documentario prodotto e diretto da Martin Scorsese, Dal Mali al Mississipi, il chitarrista blues Corey Harris percorre a ritroso la storia della musica che ama. Parte dal delta del Mississippi, culla del blues, incontra gli ultimi grandi interpreti di quella tradizione e continua a risalire la memoria fino al Mali. Lì, sulle rive del Niger, si siede all’ombra di un albero accanto ad Ali Farka Touré (nella foto), uno dei più grandi musicisti africani del Novecento. I due suonano insieme senza bisogno di spiegazioni: sembrano parlare la stessa lingua. Anche se il viaggio di Harris procede all’indietro nel tempo, il titolo italiano del film (in inglese: Feel Like Going Home) racconta il percorso opposto: quello compiuto, secoli prima, da melodie, ritmi e modi di cantare che attraversarono l’Atlantico insieme agli schiavi deportati nelle Americhe. È nel Sahel, lungo la grande ansa del Niger che lambisce il Sahara, che da secoli convivono tradizioni musicali africane e influenze arabe. Da quell’incontro nacquero sonorità basate sulla scala pentatonica, sul dialogo tra voce e strumenti, su un canto sospeso tra invocazione e racconto. Non erano ancora blues. Lo sarebbero diventate dopo aver attraversato l’oceano e preso forma nelle piantagioni del Sud degli Stati Uniti.

    Qualcuno definì Ali Farka Touré «il John Lee Hooker del Mali», paragone che lui non ha mai amato. «Mi chiedono quale sia la differenza tra il blues americano e quello africano. In Africa la parola blues non esiste. Non significa nulla». Per lui era il blues americano ad avere profonde radici africane, non il contrario. Nel documentario dice anche una frase folgorante: «Non ci sono americani neri. Ci sono neri in America. Gli africani sono partiti con la loro cultura, ma hanno perso la loro biografia, la loro etnia, le loro leggende». In effetti, cosa potevano portare con sé uomini e donne incatenati nelle stive delle navi negriere, privati di tutto, se non la memoria custodita nella voce? Nelle piantagioni quei canti cambiarono forma, adattandosi al ritmo del lavoro, alla nostalgia della terra perduta e alla violenza della schiavitù. Nacquero così gli spiritual e, più tardi, il blues.

    Molti testi parlavano di amori infelici o di donne crudeli, ma dietro quelle metafore si celavano sofferenza, umiliazione e desiderio di libertà. Nel film compaiono anche immagini di Othar Turner, che suona una sorta di piffero accompagnato da tamburi (fife and drum, tradizione del Mississippi settentrionale). Più a sud, i proprietari delle piantagioni ne avevano proibito l’uso, temendo che i tamburi favorissero la comunicazione e alimentassero rivolte tra gli schiavi. Fu proprio quel patrimonio ritmico – poliritmie, sincopi, call and response (botta e risposta), improvvisazione – a trasformare profondamente la musica. La tradizione europea aveva privilegiato armonia e melodia; quella africana riportò il ritmo al centro della scena. Dal blues nacquero il jazz, il rhythm & blues, il soul, il rock’n’roll; dall’incontro con il folk degli immigrati europei sarebbero arrivati Woody Guthrie, Bob Dylan e gran parte della canzone d’autore americana. Le stesse radici alimentano la musica brasiliana, le tradizioni afrocubane, il reggae, il funk, l’hip hop e buona parte della musica pop contemporanea.

    Non è un caso che quattro ragazzi di Liverpool abbiano cambiato la storia della musica. Dal porto arrivavano i dischi di blues, rhythm & blues e rock’n’roll nei bagagli dai marinai di ritorno dagli Stati Uniti. John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr furono tra i primi giovani europei ad ascoltare quella musica figlia della diaspora africana. È uno dei grandi paradossi della storia: il continente più sfruttato e colonizzato ha finito per conquistare il mondo con ciò che nessuno avrebbe potuto confiscargli: la sua musica. Ancora oggi, dall’afrobeats all’elettronica, dal jazz alle contaminazioni della world music, l’Africa continua a reinventare il paesaggio sonoro globale. Così, quando sentiamo dire che «gli africani hanno il ritmo nel sangue», ricordiamo che la verità è un’altra: non è l’Africa ad avere conquistato il ritmo. È il ritmo dell’Africa ad avere conquistato noi.

    Questa rubrica è uscita sul numero 5/2026 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui.

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    20 Settembre 2026 0 commentI
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