Da Museveni a Biya, da Ouattara a Obiang, molti leader africani ricorrono ai simboli della tradizione per consolidare il proprio potere. Intanto, re, dignitari e capi consuetudinari, dati per scomparsi, continuano a esercitare unāinfluenza reale nelle istituzioni e nelle comunitĆ
di Stefano Pancera
Sulla collina di Got Ramogi, in Kenya, lāanziano Ker ā massima autoritĆ tradizionale del popolo luo ā porge a due capi di Stato una corona, uno scranno, una lancia e uno scudo. Ć il gennaio dello scorso anno. Il primo ĆØ lāottuagenario Yoweri Museveni, al potere in Uganda da quattro decenni. Il secondo ĆØ William Ruto, presidente del Kenya. Entrambi chinano il capo e si fanno incoronare Ā«anziani del popolo luoĀ». Non diventano re, ma quel gesto dice molto: due uomini che governano intere nazioni cercano una legittimazione simbolica che le urne, da sole, non possono offrire.
Per decenni si ĆØ dato per scontato che i capi tradizionali africani ā re, sovrani locali, autoritĆ di lignaggio ā fossero reliquie del passato. Liquidate come folclore, queste istituzioni hanno invece attraversato la modernitĆ e oggi tornano a esercitare un peso reale.In Botswana la Ntlo ya Dikgosi, assemblea dei capi tradizionali, ĆØ un organo consultivo previsto dalla Costituzione. In Ghana, la Carta del 1992 riconosce i consigli tradizionali, coordinati dalla National House of Chiefs, mentre figure come lāAsantehene continuano a esercitare una forte autoritĆ morale e politica. In Sudafrica i leader tradizionali godono di riconoscimento costituzionale; in Nigeria, emiri e Oba restano arbitri del consenso che nessun governatore può ignorare.
Lāincoronazione dei due presidenti richiama le cronache di questi mesi. A gennaio Museveni ha ottenuto il settimo mandato, quarantāanni dopo la presa di Kampala. A marzo Denis Sassou Nguesso, 82 anni, si ĆØ confermato alla guida del Congo con il 95% dei voti, tra arresti di oppositori e internet oscurato. Ad aprile, IsmaĆÆl Omar Guelleh ha sfiorato il 98% a Gibuti. Poche settimane fa, Teodoro Obiang Nguema ha raggiunto i quarantasette anni al potere in Guinea Equatoriale. Eppure gli uomini forti africani non si reggono soltanto sui brogli: la frode spiega come vincono le elezioni, non perchĆ© molti continuino a considerarli legittimi. Le figure del capo consuetudinario e del presidente longevo finiscono cosƬ per riflettersi lāuna nellāaltra. Una delle maschere più efficaci, presa in prestito dalla tradizione, ĆØ lāetĆ . Paul Biya, 92 anni, governa il Camerun dal 1982. Lo chiamano Ā«lāuomo leoneĀ», ma il suo potere ĆØ fatto soprattutto di assenza: parla raramente alla nazione e governa spesso dalla Svizzera come un sovrano distante. Quando promette di Ā«servire la nazione amataĀ», parla con il linguaggio del patriarca. Lāaltra grande maschera ĆØ il sangue. In Togo, dopo trentotto anni di potere di GnassingbĆ© EyadĆ©ma, lāesercito favorisce lāascesa del figlio Faure, che modifica la Costituzione. La repubblica resta la forma, la dinastia diventa la sostanza. Museveni lo aveva capito prima di molti altri. Si fa chiamare Ā«MzeeĀ», āanziano rispettatoā. In Costa dāAvorio, Alassane Ouattara, 83 anni, dopo aver modificato la Costituzione per azzerare il conteggio dei mandati, ha conquistato il quarto mandato con quasi il 90 per cento dei voti.
La giustificazione ĆØ sempre la stessa: serve lāesperienza, serve lāanziano. Lo specchio, però, deforma. Il capo tradizionale fonda la propria autoritĆ su una comunitĆ concreta, che può anche contestarlo o destituirlo. Lāuomo forte della politica, invece, indossa la tradizione come una maschera per rafforzare un potere costruito con gli strumenti dello Stato moderno. Alla fine rischia di restare un capo senza comunitĆ . Liquidare un re ashanti come folclore, o un presidente ottuagenario come semplice dittatore, significa ancora una volta guardare lāAfrica con categorie troppo semplici. Per capire il continente bisogna riconoscere che tradizione e Stato non sono mondi separati: spesso convivono, si contendono il potere e, talvolta, finiscono per legittimarsi a vicenda.
Questa rubrica ĆØ uscita sul numero 5/2026 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui.


