È morto lunedì a Bruxelles, all’età di 93 anni, il diplomatico belga Étienne Davignon. Era stato rinviato a giudizio a marzo nel suo Paese per la sua presunta complicità nell’arresto e nell’assassinio del primo ministro della Repubblica Democratica del Congo Patrice Lumumba.
Nel corso della sua carriera Davignon ha ricoperto diverse posizioni di rilievo. Diplomatico di formazione, è stato anche Commissario europeo prima di affermarsi come figura di spicco nel mondo imprenditoriale belga. La sua carriera lo ha posto al centro di numerose decisioni politiche e istituzionali che hanno plasmato diversi decenni di storia europea.
Il suo nome, tuttavia, è rimasto negli ultimi anni associato all’inchiesta giudiziaria belga sull’assassinio di Lumumba che ha tentato di accertare le responsabilità sulle circostanze dell’arresto e della successiva esecuzione dell’ex capo del governo congolese, avvenuta il 17 gennaio 1961.
Il 17 marzo, la procura federale di Bruxelles aveva deciso di rinviare a giudizio Davignon, ritenendo che la sua posizione di giovane diplomatico di stanza a Kinshasa all’epoca dei fatti gli avrebbe consentito di essere a conoscenza del piano per arrestare e assassinare Lumumba.
Nella fattispecie, la procura belga ha accusato Davignon di «detenzione e trasferimento illegali di un prigioniero di guerra, negazione del diritto a un giusto processo e trattamenti inumani e degradanti». Il diplomatico era l’ultimo membro ancora in vita dei dieci cittadini belgi oggetto della denuncia presentata dalla famiglia Lumumba e in seguito alla quale erano state avviate indagini sulla responsabilità del Belgio nell’assassinio del leader congolese.
La scomparsa di Étienne Davignon rischia di scrivere la parola fine su una delle questioni storiche e giuridiche più delicate tra il Belgio e la Repubblica Democratica del Congo. L’assassinio di Patrice Lumumba continua a generare dibattiti, interrogativi e richieste di verità a più di sessant’anni di distanza dai fatti, ma molte responsabilità restano ancora da chiarire.



