Un bimbo in foto funziona sempre – editoriale Africa n°6-2019

di Matteo Merletto
Stacey Dooley

di Marco Trovato

Farsi fotografare attorniati da bambini africani e condividere l’immagine con il resto del mondo: una tentazione a cui pochi viaggiatori riescono a resistere. Turisti, cooperanti o volontari non fanno differenza. Basta un’occhiata ai social network per rendersene conto. I bianchi in Africa amano mostrarsi attorniati da stuoli di bimbi neri, di cui spesso ignorano persino il nome: in genere sono foto-ricordo di incontri fugaci… Tutte molto simili tra loro, come i commenti che li accompagnano. “Non scorderò mai i loro occhi pieni di vita”, “Me li porterei a casa tutti”, “Così poveri eppure così felici”.

Anche la presentatrice inglese Stacey Jaclyn Dooley (foto), durante un recente viaggio umanitario in Uganda, non ha esitato a pubblicare il più classico dei selfie: la donna, bionda e occhi azzurri, ostenta un sorriso luminoso, mentre il bimbo appare intimidito e un poco imbronciato. L’immagine postata ha ricevuto in pochi minuti una valanga di like e di commenti ammirati. Ma qualcuno non ha apprezzato. Per esempio, il parlamentare laburista David Lammy (britannico di pelle nera) ha twittato velenoso: «D’accordo con la solidarietà e la fratellanza internazionale, ma piantiamola con i cliché dei bianchi che soccorrono i piccoli africani bisognosi di aiuto». Ne è nata un’aspra polemica che è diventata globale e che ha preso di mira decine di altre star internazionali.

Sono innumerevoli, infatti, i testimonial delle ong che vengono ritratti in mezzo a bimbi africani: “funzionano alla grande per le donazioni”, assicurano gli esperti del marketing umanitario. Ma nel mondo nero crescono le voci di dissenso che criticano questo genere di iconografia (per non parlare di quella che mostra bimbi sofferenti o malati). Nella rete fioriscono blog (il più irriverente: Failed Missionary) e pagine social (per esempio Humanitarians of Tinder su Tumblr e White Savior Barbie su Instagram) che stigmatizzano le immagini postate da volontari e filantropi, e con l’arma tagliente dell’ironia si prendono gioco dei loro selfie. Quelle foto – argomentato caustici i commentatori – tradiscono la cosiddetta “sindrome del salvatore” (o “complesso del buon samaritano”) di cui ancora soffrono molti occidentali. «L’Africa non ha bisogno di eroi né di eroine che si mostrano amorevoli e caritatevoli», ha scritto su Vice l’editorialista Dipo Faloyin.

«Benché il colonialismo sia morto da tempo, resiste tra i bianchi un pregiudizio di superiorità che certe foto contribuiscono a rafforzare», ha rafforzato l’attivista Chidera Ihejirika. «I diritti di tutela dell’immagine dei minori valgono solo in Europa o Stati Uniti – tuona il sito Afropunk – mentre gli occidentali si sentono liberi di pubblicare foto di bimbi africani senza il consenso dei loro genitori». I toni della polemica si inaspriscono, ma i bianchi per il momento non paiono curarsene. «I turisti in Africa cercano leoni e bambini da fotografare», mi ha confessato il responsabile di un tour operator. «Gli occidentali adorano gli africani quando sono bimbi, poi però ne sono terrorizzati quando diventano adulti», commenta amaro un senegalese in un forum di Travel Blog. Ne ho parlato con un’amica, accanita viaggiatrice. «Non capisco dove sia il problema – mi ha detto con sincerità –. Non ci vedo nulla di male a mostrarmi assieme a dei bimbi allegri». Eppure quel genere di foto, anche le più innocenti, suscita un fastidio crescente, non solo in Africa. Come sempre, è una questione di prospettive e di sensibilità. Possiamo continuare a ignorare la questione, o cominciare a ragionarci sopra.

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