Scontri tra pastori e agricoltori in Nigeria: più vittime di Boko Haram, l’analisi

di Valentina Milani
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La questione degli scontri tra pastori seminomadi fulani e agricoltori yoruba interessa in modo particolare la regione nota come Meddle Belt e rappresenta oggi una delle criticità più rilevanti della Nigeria. Sulla stampa internazionale non riesce a ottenere la stessa attenzione di Boko Haram eppure fa molte più vittime e si sta intrecciando con la minaccia terroristica.

Marco Di Liddo, analista del desk Africa al Cesi di Roma, ha analizzato per la rivista Africa il quadro in cui questo scontro nasce e si sviluppa, gli elementi che lo hanno esacerbato e le modalità per disinnescarlo.

“Il fenomeno della violenza sociale ed economica che diventa etnica è probabilmente l’elemento di conflittualità più antico di questo territorio. La nascita dello stato nigeriano, che è avvenuta unendo aritficiosamente comunità che poco o nulla avevano in comune e contestualmente separandone e frammentandone altre, lo ha amplificato”, esordisce Di Liddo. “Il nuovo ordinamento non regolava in modo efficace i rapporti tra queste comunità e la gestione della terra, inoltre, come accade spesso in Africa, anche qui i governi hanno avuto più attenzione verso le comunità stanziali, perché più facili da controllare e anche perché impegnate in produzioni finalizzate all’esportazione e che quindi permettono di importare valuta preziosa”.

In questo contesto si è innestato in tempi recenti un nuovo elemento destabilizzante, il cambiamento climatico. “Se prima i pastori seminomadi fulani potevano organizzare abbastanza comodamente le loro transumanze, adesso la questione è molto più critica. I pastori si spingono sempre più a sud, alla ricerca di nuove rotte di transumanza; gli agricoltori hanno bisogno di nuovi terreni da coltivare. Tutti si espandono ma in assenza di un sistema di spartizione che definisca le modalità dell’espansione”, prosegue.

“Le richieste dei fulani sono difficili da soddisfare perché implicano l’accesso a grandi quantità di terra e per periodi limitati: lo Stato non può permettersi di rispettare i tempi della transumanza e gli agricoltori nemmeno. Ma i fulani, accusati oggi di violenze efferate ai danni degli agricoltori, vivono con grande convinzione e senso di appartenenza la loro condizione di pastori seminomadi e sentono i limiti imposti alla loro libertà di movimento come un affronto”, aggiunge.

Nella Meddle Belt non si trovano solo gli stati a più forte vocazione agricola e pastorale, ma anche i mercati che, a causa di queste tensioni, da luogo di incontro diventano spesso luoghi di scontro, il posto dove regolare i conti. “Gli incidenti di cui si è parlato in questi ultimi tempi, in particolare quelli al mercato di Sasha di Ibadan, nello stato di Oyo, non sono nuovi ma ricorrenti. Cominciano per cose apparentemente futili ma poi diventano attacchi contro la comunità”.

E cosa fanno i gruppi jihadisti in queste circostanze? “Si infiltrano, proponendosi come difensori dei pastori. Questa dinamica l’abbiamo vista nel Sahel. Adesso torniamo a vederla in Nigeria”, risponde Di Liddo. “E potrebbe avere conseguenze molto pericolose”.

Cosa fare? Secondo l’esperto è necessaria “una riforma agraria che redistribuisca la terra”. Ma è un’operazione molto complicata. “Una legge di riforma agraria, per essere efficace, deve coinvolgere tutti gli attori, che sono tanti e teoricamente si trovano anche oltreconfine. Se la si impone dall’alto il rischio è scontrarsi con le consuetudini tradizionali che concretamente regolano la vita degli uomini e che non sono liquidabili come retaggi anacronistici”.

“I meccanismi per la risoluzione delle controversie, un tempo affidati ai re, sono andati in crisi perché queste figure non sono riconosciute da tutti. Le logiche dello Stato spesso sono aliene alle comunità. Lo stato è percepito come lontanissimo e i mediatori considerati burattini. Ecco perché la mediazione di un capo religioso può essere mille volte più efficace delle parole del presidente o di un governatore”. Secondo Di Liddo non ci sono scappatoie: “La soluzione è creare regole di governance condivise da tutti. Riconoscere che il problema è culturale prima che politico o sociale e muoversi di conseguenza. La soluzione repressiva non serve. Quella amministrativa, senza condivisione, neppure: si tenga conto che quando in Nigeria si va a toccare la terra, in realtà si toccano regni antichi i cui confini non coincidono con quelli amministrativi. Da anni è in discussione una legge di riforma che si scontra con i governatorati locali che contestano leggi fatte senza ascoltare le comunità o immaginare valide forme di compensazione”.

Riprendere in considerazione la toponomastica dei regni potrebbe agevolare una soluzione? “No, perché si andrebbero a creare nuovi livelli amministrativi alimentando il rischio di secessionismi. E inoltre si scontenterebbero quelle etnie che sono state avvantaggiate dall’invenzione della Nigeria. Come gli hausa, per esempio, che si sono trovati a essere etnia maggioritaria su terreni ricchi e che hanno il controllo dell’esercito. Affidare agli Stati la riforma agraria sarebbe ugualmente problematico perché avremmo 36 riforme diverse e, dal momento che i pastori si muovono, potrebbero partire migrazioni di massa”.

In relazione agli episodi di violenza in Nigeria, l’organizzazione Global Rights Nigeria ha appena pubblicato un rapporto per dare conto della violenza registrata nel Paese, rilevando che nel corso del 2020 le vittime di atrocità di massa sono state almeno 4556. Rispetto alle 3188 dell’anno precedente, c’è stato un picco del 43 per cento.

(Stefania Ragusa)

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