Lorenzo Prezzi | Nuovi dati sui cristiani perseguitati

di Pier Maria Mazzola
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Nuovo rapporto, questa volta di una ong evangelica, sui cristiani perseguitati. Che sostanzialmente conferma il trend preoccupante. Diversi i Paesi africani – “i soliti noti” in questo campo – che figurano nella World Watch List di “Open Doors”.

Dopo il rapporto di Aiuto alla Chiesa che Soffre [tema anche di un recente editoriale di Africa], esce ora (15 gennaio) quello di Open Doors – Porte aperte, una ong evangelica che ha la sua sede in Olanda e agisce in circa 60 Paesi (Indice mondiale delle persecuzioni ai cristiani 2020).

I dati confermano la drammaticità della situazione. I cristiani a grave rischio persecuzione sono cresciuti in un anno da 245 milioni a 260. «Un cristiano su otto è perseguitato in ragione della sua fede».

In calo il numero dei morti accertati. Erano 4305 nel 2018; sono, nel 2020, 2983. Ma il numero è largamente per difetto per la difficoltà di avere notizie nei punti più critici come la Nigeria o la Corea del Nord. Una stima credibile parla di 10.000 martiri all’anno dall’inizio del secolo. I Paesi più pericolosi per la vita sono la Nigeria, il Centrafrica e lo Sri Lanka.

Le chiese danneggiate o distrutte sono 9488 (nel 2018 erano 1847). Una crescita enorme legata in particolare alla Cina, dove 5576 edifici sono stati danneggiati o distrutti. I cristiani detenuti sono 3711 (Cina, Eritrea, India in testa).

Le responsabilità di Stati e società

In quest’ultimo decennio è possibile indicare alcune tendenze maggiori che alimentano le persecuzioni.

La forma delle persecuzioni può essere “a martello”, violenta e devastante, o a pressione, con un restringimento lento e micidiale della libertà di fede.

Vi sono tre motori attivi in molte parti del mondo: il tribalismo esclusivo, cioè le situazioni dove tutte le minoranze sono considerate pericolose e da punire; il laicismo estremo, dove lo Stato o le classi egemoni vogliono controllare e soffocare ogni dissenso; i poteri abusivi (dalla corruzione endemica alla criminalità come unico potere di riferimento).

Sempre maggior rilievo hanno i gruppi o le organizzazioni sociali che perseguitano gli “altri” o i “diversi”. Vi sono dei passaggi riconoscibili della loro progressiva crescita di influenza negli Stati. Partono come un piccolo gruppo fortemente attivo, cominciano a premere sulle autorità e il governo, avviano disordini sociali, si impongono all’agenda governativa, il sistema statuale si piega alle loro esigenze d’ordine, l’ideologia del gruppo impregna la cultura e le istituzioni.

Infine, gli attori delle persecuzioni. In primo luogo, il fondamentalismo islamico e l’islamismo statuale. In questi anni la “guerra agli infedeli”, che possono essere islamici di diverso indirizzo o dissidenti, cristiani o gruppi religiosi minoritari, ha dispiegato una violenza disumana, visibile nelle vicende che hanno interessato i Paesi del Medio Oriente, dall’Iraq alla Siria.

Le sconfitte militari e la fine del Califfato (Daesh) ha visto la disseminazione della violenza religiosa in diversi Paesi del Nord Africa (dall’Egitto alla Libia) e, in particolare, negli Stati dell’Africa subsahariana (Sudan, Ciad, Niger, Nigeria, Burkina Faso, Mali, Mauritania).

La militanza fondamentalista ha attecchito nell’Asia meridionale e sudorientale (dallo Sri Lanka al Pakistan, alle Filippine).

Il secondo attore è il radicalismo religioso, in connessione con il nazionalismo. È il caso dell’India, dove gli episodi di violenza anticristiana sono numerosi (440 nel 2017, 477 nel 2018, 447 nel 2019). Più di 100 chiese sono state chiuse e, nei confronti della violenza induista e nazionalista, si può parlare di impunità.

Secondo un recente censimento, la percentuale degli induisti nel Paese è scivolata sotto l’80%, con il risultato di allarmare i nazionalisti che hanno messo sotto pressione le popolazioni islamiche e le minoranze. È il caso del Myanmar, dove è in atto una campagna genocidaria per 1,6 milioni di abitanti dello Stato di Kachin. I cristiani dell’area sono stati uccisi, violentati, torturati e perfino usati per ripulire le aree disseminate dalle mine anti-uomo.

Fondamentalismo e anarchia

Il terzo attore è l’implosione dell’autorità dello Stato con la crescita della criminalità, in specie quella organizzata. «Gli scandali dovuti alla corruzione hanno colpito molti Paesi dell’America Latina nel 2019. Spesso la disgregazione delle strutture statali e la sfiducia nelle autorità sono sfociate in rivolte, che hanno provocato grandi disordini sociali. Questa situazione ha favorito l’impunità dei gruppi criminali e milizie varie, aumentando così la vulnerabilità delle Chiese e dei leader. Alcuni di loro hanno subìto estorsioni, rapimenti, omicidi, minacce di morte, oppure sono stati costretti a lasciare le proprie comunità, come è accaduto in Colombia o in Messico» (Indice 2020).

Un caso eclatante è quello del Venezuela, dove lo Stato sembra implodere su sé stesso. In un rapporto della Conferenza episcopale tedesca (Arbeithilfen 302) si sollecita l’avvio di corridoi umanitari per i milioni di popolazione in fuga e la crescita della fame (con la gente che cerca cibo nella spazzatura). In uno studio dell’università della capitale (Caracas) si denuncia che l’87% delle famiglie è sceso sotto il livello di povertà.

Il quarto attore è la tradizione antireligiosa del comunismo. Il caso più drammatico è quello della Corea del Nord, da un decennio al vertice dei Paesi più invivibili per i credenti. Da sessant’anni vi è persecuzione nel Paese. Quando i cristiani vengono riconosciuti, sono catturati, torturati e inviati nei campi di lavoro dei prigionieri politici. Sarebbero dai 50.000 ai 70.000 i detenuti nei campi. Il 75% di loro muore a causa del trattamento ricevuto, dei lavori forzati e delle torture. 80 cristiani sono stati giustiziati in uno stadio perché trovati in possesso della Bibbia. Disertori nord-coreani hanno riferito di atrocità quali un neonato, figlio di una prigioniera, dato in pasto ai cani da guardia, aborti forzati e l’esecuzione di prigionieri affamati sorpresi a cercare nei campi erbe commestibili.

C’è un quinto attore, di minor rilievo e di non sempre facile identificazione. È la “cristianofobia”, cioè la declinazione laicista delle democrazie occidentali in funzione anticristiana. In merito, mons. A. Camilleri, ex sottosegretario della Segreteria di Stato vaticana, ha ricordato alcuni mesi fa «altre forme di discriminazione e di persecuzione che, sebbene forse meno radicali a livello di persecuzione fisica, cionondimeno nuocciono al pieno godimento della libertà di religione… Mi sto riferendo alla crescente tendenza, persino nelle democrazie consolidate, a criminalizzare o a penalizzare i capi religiosi che presentano i principi base della loro fede, specialmente quelli che riguardano gli ambiti della vita, del matrimonio e della famiglia».

Le «vittime rimosse»

Vi sono declinazioni di persecuzioni non nuove, ma che meritano una particolare attenzione. Anzitutto i cristiani “rimossi”. Tali sono le vittime di cui non si ha notizia o la cui morte è considerata non interessante per le cronache locali.

Vi sono credenti che muoiono perché resi vulnerabili in ragione delle guerre e delle violenze come in Nigeria (i genitori delle ragazze e dei giovani che vengono rapiti) o in Yemen. O, ancora, cristiani che muoiono per le discriminazioni cui sono sottoposti a lungo termine. Come chi è privato dell’acqua potabile o delle medicine (Messico e Venezuela).

Sempre più frequente è la violenza sessuale. L’Indice segnala 8537 casi a cui «si dovrebbero sommare i matrimoni forzati (almeno 630), cifre che rappresentano solo la punta dell’iceberg», perché questo tipo di viscida persecuzione, usato spesso come arma per piegare la volontà, avviene anche in ambienti domestici, per cui il sommerso è imponente.

Open Doors negli ultimi anni sta potenziando la ricerca nel campo della violenza di genere, «scoperchiando un universo di abusi sempre più sconvolgente».

Infine, l’uso delle nuove tecnologie: dalla biometria (riconoscimento facciale) all’intelligenza artificiale. Sul banco degli imputati, soprattutto Cina e India. «Si stima che più di un milione di uiguri, musulmani, si trovino in centri di detenzione nella regione dello Xinjiang. In tali centri ci sono evidenze di un sistematico “lavaggio del cervello” e controllo coercitivo». Nei loro confronti, ma non solo, vi sarebbe un largo uso del riconoscimento facciale. Così l’India. Ufficialmente per facilitare il lavoro della polizia, in realtà per controllare le minoranze. Col paradosso che su volti dalla pelle scura i risultati sono imprecisi e rischiano di confermare una sistematica discriminazione.

Il caso Cina

Una nota a parte merita la Cina. Non fa parte dei Paesi classificati di «persecuzione estrema» (Corea del Nord. Afghanistan, Somalia, Libia, Pakistan, Eritrea, Sudan, Yemen, Iran, India e Siria), ma nello scaglione successivo («persecuzione molto forte»), e rimonta quest’anno cinque punti e quattro posizioni (23ª posizione). Non per uccisioni o torture, ma sostanzialmente per i danni alle chiese e l’intervento poliziesco sui leader religiosi. I 5576 edifici sacri interessati all’intervento della forza pubblica (croci rimosse, ambienti ecclesiali danneggiati, chiese distrutte) e i circa 1000 provvedimenti di polizia sui singoli sono numeri inquietanti.

Gli uni e gli altri sono conseguenze della nuova normativa degli affari religiosi (2017) e dell’indirizzo politico della sinizzazione delle fedi e delle religioni. Una volontà positiva, per la prima volta nella storia comunista del Paese, di fare i conti con la dimensione spirituale e delle fedi viene declinata secondo le modalità tradizionali dell’impero, illuminando, da un lato, la riconosciuta impossibilità di rimuovere la dimensione trascendente, ma, dall’altro, anche l’imperizia e la contraddittorietà dei mezzi messi in campo. Talora anche a danno delle religioni “legali” e non solo delle comunità “illegali” o familiari (soprattutto protestanti).

Sulla stessa linea, l’uso del riconoscimento facciale e del sistema di credito sociale, un punteggio di affidabilità sociale che può facilmente prestarsi a penalizzazioni indebite.

Come annotava il rapporto di Aiuto alla Chiesa che Soffre: «Aumentano progressivamente la consapevolezza e le iniziative di denuncia, ma la persecuzione anticristiana continua a diffondersi».

Padre Lorenzo Prezzi è il direttore di SettimanaNews

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