Fabrizio Floris | A Kibera si corre per la vita

di Pier Maria Mazzola

Una gara podistica nella più grande bidonville del continente: un’iniziativa che non persegue la visibilità una tantum ma che punta a sostenere un’educazione ecologica a lungo termine. Se ne fa carico un’associazione locale.

Kibera è comunemente riconosciuta come la più grande baraccopoli dell’Africa subsahariana, con una popolazione che sfiorerebbe il milione di abitanti, tutti stipati in case di fango e lamiere in una superficie di 225 ettari, con una densità abitativa, nell’area centrale, di 80mila persone per km2. Tuttavia, una ricerca indipendente svolta dall’italiano Stefano Marras fissava, nel 2009, la popolazione dello slum a 250mila abitanti, mentre secondo l’agenzia delle Nazioni Unite Habitat a Kibera ci sono tra i 500mila e i 700mila residenti. E qui si capisce quanto hanno potere i numeri, a cosa servono e dove portano. Dare visibilità a iniziative, elevarne il valore economico e morale, per raggiungere più gente, attirare più attenzione, attrarre più fondi, spesso è un’illusione che nasconde il reale: la necessità di eccitare i dati per favorire la compassione rischia di creare un’opinione pubblica “drogata”, che ha bisogno di sempre maggiore enfasi per intervenire, come se il valore della vita fosse nei numeri e non nella vita stessa.

Quello che tutte le ricerche confermano è che oltre il 90% degli abitanti paga l’affitto. E su questo che è un aspetto centrale poco o nulla è stato fatto. Troppo rischioso andare alle cause, troppi gli interessi. La responsabilità prima è del governo keniano, ma anche di Un-Habitat, che in vent’anni non è stata in grado di offrire un modello credibile di superamento degli slum proprio a Nairobi dove ha la sua sede mondiale: ha elaborato progetti, non processi di cambiamento, ha graffiato gli effetti e accarezzato le cause. Infatti, tutte le 200 baraccopoli e i 2 milioni di baraccati sono sempre lì.

Il nome della baraccopoli deriva da kibra, che in arabo significa “foresta”: il terreno su cui sorge venne consegnato dall’esercito inglese ai Nuba che avevano servito la corona britannica. Gli African King’s Rifles ricevettero agli inizi del secolo scorso i 225 ettari di terra dove vivono oggi gli abitanti di Kibera, al quale ogni tanto sale agli onori della cronaca per episodi di violenza, per motivi elettorali o per via delle demolizioni che lasciano migliaia di persone senza casa.

Foto di Anna Raisa Favale

Tegla Loroupe – Foto di Anna Raisa Favale

 

Domenica 18 agosto lo slum è tornato a far parlare di sé grazie a un’iniziativa che ha un’impronta italiana: una gara podistica per le strade dei vari quartieri che costituiscono Kibera. Una corsa competitiva di 10 chilometri alla quale hanno partecipato un centinaio di promesse del mezzofondo keniano. Madrina della competizione, Tegla Loroupe, vincitrice nel biennio 1994-95 della maratona di New York. A questa iniziativa si aggiunge una passeggiata di 3 chilometri aperta a tutti. In Kenya ogni iniziativa è sempre ben accolta, basta trovare qualcuno kuweka pesa, che metta i soldi, ma poi spesso tutto finisce con l’esaurirsi dei fondi. In questo caso l’obiettivo di creare visibilità e sostenere un’educazione ecologica è a lungo termine e sarà seguito da Koinonia Community, un’associazione keniana che lavora con i bambini di strada di Kibera da ormai 15 anni, in coordinamento con associazioni di giovani musulmani per garantire il coinvolgimento di tutti e una dimensione ecumenica.

La corsa è stata vinta da stata vinta da Edwin Seko per gli uomini e Beatrice Jelimo per le donne, ma la vittoria più bella è del piccolo Mike Otieno, che sorridendo racconta: questa volta per correre non ho dovuto fare quello che canta il famoso rapper di Kibera Octopizzo (octo sta per otto, come “Kibera number 8”, il quartiere della bidonville in cui è cresciuto): «I stole my first Nikies» («Ho rubato le mie prime Nike»). Per una volta non si è parlato di povertà e crimine, oltre il degrado e la povertà è emerso l’orgoglio di chi lotta per vivere, non soltanto sopravvivere: di chi corre ogni giorno, non per sport, ma per la vita.


Fabrizio Floris, una laurea in Economia e un dottorato di ricerca in Sociologia dei fenomeni territoriali e internazionali, è membro della cooperativa “Labins, laboratorio di innovazione sociale”. Ha insegnato Antropologia economica presso l’Università di Torino e ha svolto altri insegnamenti. Suo principale campo d’interesse sono gli insediamenti informali, in Italia come in Africa. Scrive per Il manifestoNigrizia e altre testate. Tra i suoi libri: Periferie esistenziali (Robin, 2018), Eccessi di città. Baraccopoli, campi profughi e periferie psichedeliche (Paoline, 2007), Baracche e burattini? La città-slum di Korogocho in Kenya (L’Harmattan Italia, 2003).

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