Uganda, il giorno dopo le elezioni

di Stefania Ragusa
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Ci sono stati ritardi e intoppi, dovuti in gran parte al mancato funzionamento del sistema biometrico di identificazione degli elettori, legato a un guasto della rete o, più probabilmente, all’oscuramento dei social network. Funzionari di vari seggi elettorali hanno dovuto fare ricorso al registro elettorale manuale. Non ci sono stati invece – per fortuna –  incidenti. Alle 16 le urne sono state chiuse e, teoricamente, la commissione elettorale dovrebbe riuscire, in 48 ore, a comunicare l’esito di queste tesissime elezioni presidenziali.

18 milioni di elettori registrati al voto, 11 candidati, 529 i seggi parlamentari in lizza, 0 osservatori inviati da Ue e Usa e, soprattutto, 35 anni  di potere da parte del presidente Yoweri Museveni, uno che era partito bene, animato da ideali di giustizia e democrazia, ma che strada facendo si è convertito in un dinosauro. Tra i dieci che aspirano alla sua poltrona uno solo è in grado di impensierirlo: Bobi Wine, il 38enne ex rapper dall’inconfondibile basco rosso, che ha ricevuto anche l’endorsement del premio Nobel Soyinka e che il regime ha cercato di disarcionare con ogni mezzo: con la violenza, le minacce, gli arresti e anche la messa fuori legge del basco rosso. Ieri Bobi Wine ha votato a Magere, a nord della capitale ugandese, in mezzo a una grande folla riunita per accoglierlo e sostenerlo. Attraverso twitter ha fatto sapere che il suo telefono, come quello della moglie, era stranamente non funzionante, e ha rilanciato l’hashtag della sua difficilissima campagna: #WeAreRemovingADictator .

Sull’esito di queste elezioni e sulla possiiblità concreta che il dittatore venga rimosso sono pochi, in ogni caso, a farsi illusioni. Come osservava qualche giorno fa la testata burkinabe Le pays, un dittatore non organizza le sue elezioni per perderle. Di Bobi Wine, in questi ultimi giorni ma anche in passato, noi di Africa abbiamo parlato spesso. Il “presidente del ghetto”, come è chiamato, è nato in uno slum di Kampala e nel 2017 ha fatto ufficialmente il suo ingresso in politica vincendo un seggio in parlamento. La sua ascesa ha infiammato i giovani ugandesi. Tra loro tanti non si erano mai interessati alla politica fino ad allora. Il voto dei giovani, in assenza di brogli, potrebbe fare la differenza. L’Uganda è un paese molto giovane: il 75 per cento degli abitanti viaggia sotto i 30 anni. La lotta alla disoccupazione è uno dei punti centrali del programma di Bobi Wine. Se, stravolgendo i pronostici, Museveni dovesse perdere, la prima grande incognita con cui misurarsi riguarda l’esercito: cosa farà dopo 35 anni di sottomissione ininterrotta?

La storia politica di Museveni, come si diceva, era partita bene. Salito al potere nel 1986, dopo aver guidato la rivolta armata che aveva portato alla caduta di Idi Amin e Milton Obote, Museveni ha condotto l’Uganda fuori dalla povertà e ha inaugurato un’era di relativa stabilità. Una ‘storia di successo’ che si è deteriorata negli anni, con il conflitto civile nel nord e le incursioni dell’esercito ugandese nel Congo Orientale e con i ritocchi strategici alla Costituzione che hanno fatto sparire il limite dei due mandati presidenziali e poi anche quello relativo all’età massima per candidarsi. Nello scenario attuale, Museveni potrebbe teoricamente restare al governo fino al 2031. Trent’anni fa “una promettente voce africana” ebbe a dire che  “il problema dell’Africa in generale, e dell’Uganda in particolare, non è la gente ma sono i leader che vogliono restare troppo a lungo al potere”. A ricordarlo è Giovanni Carbone responsabile del Programma Africa dell’Ispi, nella sua nota di commento alle elezioni ugandesi pubblicata sul sito dell’Istituto. La promettente voce era Museveni. Da allora, il presidente ha perso la giovinezza ma non la poltrona. Il panorama attorno a lui è cambiato e anche lui ha evidentemente dimenticato la sua storia. “Il giovane Museveni – scrive Carbone – oggi sarebbe il più acerrimo nemico del vecchio Museveni”.

(Stefania Ragusa)

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