Masto | Il ricordo di Roberto Morel

di Diego Fiore
Tempo di lettura stimato: 2 minuti

Gli mandai una mail nel novembre del 2013 da Mweso, un villaggio che ospita da due decenni decine di migliaia di esseri umani in fuga e ammassati in disperati campi profughi, nell’est della Repubblica Democratica del Congo. Nelle mie righe, nelle mie tre pagine, c’era un misto di emozioni personali e di informazioni giornalistiche sulla situazione umanitaria a Mweso e in Kivu. Non conoscevo Raffaele ma avevo letto i suoi libri. Trovai un indirizzo mail a cui rivolgermi nel suo blog Buongiorno Africa, gli scrissi. Mi rispose due giorni dopo. Aveva trent’anni più di me ma mi sorprese il suo sincero tono di rispetto per il mio lavoro e di elogio per le mie righe. Mi colpì una frase: «Conosco bene quella situazione ed è bello leggere qualcuno che sia ancora capace di provare un trasporto sentimentale». Mi chiese di continuare a inviargli i miei pezzi, le mie riflessioni, i miei dubbi. Cominciammo così una fitta e regolare corrispondenza che si trasformò in chiamate skype, un primo incontro in Burundi nel 2014 e incontri sempre più regolari a ogni mio passaggio in Italia, spesso a Genova, a metà strada tra casa mia e casa sua. Raffaele divenne un amico. Prezioso, rarissimo. Un amico con un bagaglio da condividere e una smisurata comune passione. Lo stesso irrazionale trasporto per un mondo più che un continente. Una passione che ci ha tenuto a discutere per ore e ore e ore di politica, cultura, storia, attualità. Sull’Africa, di Africa.

Raffaele conosceva l’Africa. Conosceva i suoi paesi, i suoi popoli, i suoi paesaggi. Scriveva perché l’aveva studiata, letta e raccontata. Era un appassionato, uno che ci si dedicava con zelo e senza pregiudizi. Raffaele è stato per me sponda unica e luminosa nelle nostre innumerevoli discussioni. Mi accomuna a lui un concetto astratto che malamente si esprime come mal d’Africa. Quel sentimento che ti avvolge a dei luoghi, inizialmente a tua insaputa, fino a farti perdere la capacità di staccarsene. Un manto che utilizza la tavolozza dei colori della sera, i paesaggi ineguagliabili, gli insondabili ritmi di vita che a poco a poco avvinghia le sue docili prede lentamente, spiritualmente, visceralmente. D’un tratto, ma è già troppo tardi, ti sei reso conto che ne sei diventato parte anche tu, che non c’è più ritorno.

Raffaele amava l’Africa perché l’ha viaggiata in lungo e in largo. Ti esprimeva questo amore ad ogni mezzo sorriso, ad ogni alzata di sopracciglio, ad ogni secondo di pausa che faceva al telefono prima di rispondere perché andava ripescando nei suoi ricordi le emozioni vissute in quei luoghi, che fossero Nigeria, Ciad, Congo, Costa d’Avorio. Raffaele non era un innamorato cieco. Era perfettamente cosciente dei problemi, delle mille contraddizioni, delle ingiustizie, delle barbarie compiute e delle lunghe lotte delle società africane. Le ha sempre raccontate nei suoi libri, nei suoi articoli, nei suoi interventi, con dovizia di particolari.

Ai miei occhi aveva un pregio, un fattore che ci legava ancor di più. Sapeva vedere le cose – e raccontarle – dal basso. Sapeva che il punto di vista di un ciabattino alla periferia di Kinshasa o di un contadino in una campagna senegalese non era meno prezioso dell’intervista al ministro. Sapeva mettersi all’ascolto, faceva sforzi per immedesimarsi in quelle parole, in quelle lamentele, in quelle speranze, in quei sogni. Sapeva mangiare con loro, sapeva ridere con loro. Non aveva l’arroganza e i mezzi per tenerli fuori dalle analisi che conduceva. Sapeva molto bene che si apprendeva molto più seduti a una tavola di un parroco di provincia che non ad una cena all’Hilton della capitale.

(Roberto Morel)

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