L’Africa di Raffaele Masto

di Diego Fiore
Raffaele Masto 1
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In questo scritto di qualche anno fa, il compianto Raffaele Masto ci raccontava la sua visione dell’Africa. Uno sguardo lucido e disincantato, il suo, ma anche pieno di amore per il continente

Fame, guerra, profughi. É l’Africa che arriva sui nostri giornali o sui nostri schermi e che infine plasma il nostro immaginario, le nostre conoscenze, le nostre idee sul mondo. Ma l’Africa non è solo questo. Se i colorati, chiassosi, caotici mercati sono il polso dell’economia, i quartieri delle baraccopoli, tutti con nomi fantasiosi o roboanti, i locali, le discoteche sono uno spaccato della società africana. Una società che non arriva quasi mai sui nostri media. Eppure è vitale, curiosa, informata e ha un grande bisogno di rapportarsi.

L’Africa dimenticata

Una volta in una baraccopoli a Brazzaville, mi imbattei in un carro armato con i cingoli rotti abbandonato in uno spiazzo molto trafficato. Qualcuno ci aveva scritto sopra con la vernice bianca SARAJEVO.  Era una protesta perché il mondo, in quel periodo, sembrava avere occhi solo per la capitale bosniaca assediata, mentre anche Brazzaville era squassata dalla guerra e dai bombardamenti, ma nessuno ne parlava. Gli africani sono molto più informati di noi, sentono le radio internazionali in inglese o in francese, e le famiglie che hanno una televisione e una parabolica si ritrovano la casa invasa di gente del villaggio o del quartiere, non solo per vedere telenovelas, ma anche per seguire i Tg della Cnn o quelli delle reti arabe o europee.

L’Africa che resiste

Nel 2000, quando ancora l’Angola era devastata dalla guerra civile, nella capitale Luanda, su un muro di una delle strade più trafficate, vidi scritto a caratteri cubitali: FORÇA ANGOLA TUDO PASA, forza Angola tutto passa. Venticinque anni di conflitto, uno dei più lunghi e cruenti di tutto il continente, non avevano annullato le speranze della gente. Qualcuno, non si sa chi, si era sentito in dovere di fare coraggio ai suoi concittadini. Una dimostrazione che gli africani sanno resistere e sperare e, anche in condizioni estreme, sanno divertirsi ed essere solidali, ricreando una condizione di «normalità» con una capacità di adattamento che società appagate come la nostra non sono più in grado di fare. È una capacità degli africani, questa, che mi ha sempre affascinato e, più che nei politici, nei leader guerriglieri o nei presidenti, è visibile nella gente comune.

L’Africa che ho amato

Questa qualità ha finito per influenzare il mio modo di svolgere il mestiere di giornalista. Non ho ben chiaro attraverso quali circuiti mentali ciò sia successo, ma so che è avvenuto come se di volta in volta mi rendessi conto di non riuscire a spiegare avvenimenti e fatti senza fare ricorso alla parte più emotiva del mio essere. Credo che tutto questo dipenda dal fatto che l’Africa è un nervo scoperto, più che per gli africani, per noi occidentali. Un nervo scoperto perché rappresenta qualcosa di incompiuto, un ambito che non è stato completamente permeato dalla civiltà vincente, quella della rivoluzione francese e industriale, del mercato globalizzato e del profitto, della tecnologia e della razionalità. Un nervo scoperto perché racchiude in sé quegli elementi primordiali che il progresso scientifico ha relegato nei circuiti periferici del nostro cervello e che invece in Africa riaffiorano con più facilità e influenzano comportamenti individuali e collettivi. Per questo motivo cercare di comprendere a fondo le dinamiche sociali e politiche africane significa fare i conti con ciò che di primordiale c’è in noi, qualcosa che è impresso nel nostro Dna ma che, grazie al fatto che viviamo in società nelle quali la precarietà è limitata e il benessere elevato, abbiamo potuto progressivamente far assopire. L’incontro con l’Africa risveglia invece questa parte di noi e l’impatto, di solito, è traumatico e affascinante allo stesso tempo.

L’Africa oggi

L’Africa non è più il continente che si presentava agli esploratori ottocenteschi, non è nemmeno quella romantica di Karen Blixen o quella delle grandi speranze dei padri della patria del postcolonialismo che Ryszard Kapuscinski ha così ben raccontato. L’Africa del terzo millennio è un continente che non sa dove andare, abbagliato dal mito dell’Occidente e contemporaneamente deluso, rassegnato, roso dal cancro della corruzione e dilaniato dalle guerre. Questa paralisi è il risultato della storia, è un effetto ritardato dell’incontro con l’Occidente. Noi non sappiamo dove sarebbe andata l’Africa se il suo percorso non si fosse intersecato con il nostro. Probabilmente il suo processo di sviluppo non avrebbe avuto bisogno dello stato-nazione, dei confini, dell’accumulazione del capitale. É stato l’Occidente – con il suo bisogno di espansione, di forza lavoro, di materie prime – che ha spinto le civiltà africane su binari che non erano i loro. L’Africa ha resistito, e ancora oggi ce ne sono i segni.

(Raffaele Masto)

 

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