La riscossa delle piccole città

di claudia

di Federico Monica

La vertiginosa crescita urbana del continente africano è sospinta principalmente dalle piccole o medie città, località spesso marginalizzate ma sempre più strategiche

Lagos, Kinshasa, Dakar, Nairobi, Johannesburg. Quando si parla di città africane il pensiero corre alle grandi capitali, sterminate metropoli che sono diventate l’emblema di un’Africa in corsa verso le città, con l’attenzione che si catalizza sulle loro diseguaglianze stridenti e le epocali sfide sociali e ambientali che le attanagliano. Rischia però di rimanere offuscato il ruolo delle città secondarie e dei piccoli centri nello storico processo di urbanizzazione in corso. Contrariamente a quanto potremmo pensare, infatti, solo una parte minoritaria dei residenti del continente vive in una grande metropoli, mentre la maggioranza dei “cittadini” risiede in una delle oltre 7.500 città medie e piccole – centri con meno di 300.000 abitanti. È proprio qui che si giocano le partite più importanti relative all’urbanizzazione, alla tutela ambientale e agli equilibri ecosistemici. È nei centri urbani remoti che si concentrano i tassi di crescita demografica più alti, dovuti sia alla natalità sia all’immigrazione dalle campagne. Difficilmente, infatti, ci si trasferisce da un’area rurale a una metropoli: molto più semplice spostarsi in un piccolo centro vicino, meno costoso e con strutture sociali o stili di vita più simili a quelli del villaggio. Il ruolo di “filtro” che queste città hanno nel contrastare l’esplosione delle megalopoli è strategico, per quanto non ancora sufficientemente supportato da investimenti e programmi a lungo termine.

I piccoli e medi centri urbani soffrono in molti casi di una marginalizzazione che coinvolge diversi aspetti, primo fra tutti quello infrastrutturale, dal punto di vista sia delle reti di trasporto di merci e persone sia delle connessioni telefoniche o web. Problemi che contribuiscono a ridurre l’attrattività di questi centri agli investimenti privati o pubblici e che fanno il paio con la fuga dei cervelli: chi ha talento o la possibilità di studiare in capitale difficilmente farà ritorno in “provincia”, dove opportunità, salari e servizi sono estremamente più bassi, alimentando involontariamente il divario fra centri e periferie.

Nell’ultimo decennio molti Paesi, sospinti anche da programmi dell’Unione Africana, hanno iniziato a invertire la rotta, varando specifici programmi rivolti alla decentralizzazione e alla valorizzazione dei centri secondari. Fra gli altri, Etiopia, Rwanda, Senegal e Ghana hanno lanciato progetti ambiziosi per la creazione di sedi universitarie, il supporto a filiere produttive locali e il potenziamento di infrastrutture e servizi in diverse città minori: via necessaria per alleggerire la pressione sulle metropoli ormai sull’orlo del collasso, ma non solo. «È la classica piccola città africana, brutta e senza niente di interessante», mi diceva qualche tempo fa un amico parlando di una cittadina nel nord del Ghana. In realtà non è quasi mai così: dietro l’apparente banalità di basse case in cemento e strade sterrate, questi piccoli centri nascondono un patrimonio inestimabile di tipologie architettoniche, saperi, tradizioni e usanze legate al mondo rurale circostante al quale, diversamente dalle capitali, sono ancora legate a doppio filo. La crescita dirompente delle megalopoli sta indubbiamente trainando il continente africano verso il futuro ma sacrificando tradizioni, saperi e culture sull’altare di una “modernità” contraddittoria. Investire sulle città secondarie significa anche preservare un patrimonio straordinario di biodiversità, cultura e storia che l’Africa non può permettersi di perdere.

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