La Moda islamica esiste. E va al museo

di Matteo Merletto

Tra i tanti luoghi comuni che limitano la conoscenza e la comprensione dell’Islam reale, ce n’è uno che riguarda la moda, argomento assai meno frivolo di quanto in genere si creda. L’idea ricorrente è che, in nome di un monolitico senso del pudore, la preoccupazione dominante delle donne musulmane sia coprirsi il più possibile, senza concedere nulla a divagazioni estetiche e/o creative. Per questo i loro guardaroba resterebbero nel tempo sostanzialmente identici a se stessi.
Niente è più lontano dal vero. Chi ha viaggiato nei paesi musulmani o anche solo transitato per un aeroporto in Medio Oriente, avendo cura di guardarsi attorno, lo sa bene. Ma c’è poco da fare: il confirmation bias (ossia la tendenza a prendere per buono solo ciò che avalla le proprie convinzioni) riesce a non farsi scalfire da dati e testimoni oculari. Questa volta però una grande istituzione culturale americana prova a mettere le cose a posto: si tratta dei Fine Arts Museums di San Francisco. Al de Young (uno dei due poli di questo complesso) il 22 settembre è stata inaugurata una mostra major dedicata appunto alla moda islamica contemporanea. Un evento che, sia per l’intenso battage che l’ha preceduto, sia per il suo focus originale e inedito, sta richiamando visitatori a frotte.

L’esposizione spazia tra continenti e paesi diversissimi, accomunati solo dal sentimento religioso, e si snoda tra sfilate, studi fotografici e… strade. Perché lo street style e la creatività urbana, come è noto, giocano un ruolo fondamentale nella creazione delle mode e nella definizione degli stili.

Le sale del de Young ospitano outfit firmati da stilisti del calibro di Yves Saint Laurent e Faiza Bouguessa, la designer di origine algerina ideatrice di un luxury brand che vanta ormai una reputazione internazionale. Accanto a questi, proposte più accessibili o addirittura low cost: anche la moda islamica, infatti, ha sposato il prêt-à-porter e le tentazioni cheap (alla Zara, per intendersi) prodotte dalla globalizzazione. Una parte della mostra accoglie le creazioni firmate da stilisti delle differenti diaspore, che attingono a repertori culturali distinti condividendo però in genere il medesimo sfondo transnazionale e cosmopolita. Ad affiancare il tutto, opere d’arte cult, come Greater Than Fear, il celebre poster dell’artista americano Shepard Fairey che raffigura una donna con un hijab a stelle e strisce.

Un’intera sezione è dedicata alla fotografia. E qui si possono ammirare, per esempio, gli scatti di Hassan Hajjaj, fotografo originario di Larache, che immortalano con molto glamour le Kesh Angels, motocicliste marocchine che affrontano le due ruote con il capo velato e indossando abiti tradizionali. Le immagini permettono anche emozionanti ricostruzioni storiche. Come nel caso degli scatti dell’iraniana Hengameh Golestan, che nel 1979 documentò la protesta delle donne, nel suo Paese, contro l’imposizione del velo. La maggior parte dei materiali esposti proviene da collezioni private, ci sono però anche acquisizioni ad hoc: il primo hijab sportivo professionale della Nike, per esempio. Perché alle donne musulmane non interessa solo la moda, ma anche il fitness. Contemporary muslim fashions nasce dalla lungimiranza di due co-curatrici esperte di costumi e arti tessili: Jill D’Alessandro e Laura Camerlengo. Per visitarla (e attrezzarsi ancor di più contro le insidie del confirmation bias) c’è tempo fino al 6 gennaio 2019.

Info: deyoung.famsf.org

(Stefania Ragusa)

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