Zimbabwe – Manifestazioni contro le sanzioni internazionali

di Marco Simoncelli

Ieri migliaia di persone hanno marciato per le strade di Harare e di altre città zimbabwane per protestare contro le sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea nei confronti dello Paese e che continuano ormai dal 2002.

La giornata di mobilitazione è stata organizzata dal governo per denunciare le sanzioni occidentali, che secondo il presidente Emmerson Mnangagwa stanno «paralizzando» lo sviluppo dello Zimbabwe. La giornata di ieri, come riporta Al Jazeera, è stata dichiarata giorno festivo dalle autorità e i sostenitori del governo di tutto il Paese sono stati accompagnati nella capitale e nei principali centri urbani a partire dalla mattina presto per partecipare a una serie di iniziative tra cui una marcia, una partita di calcio tra i club più famosi dello Zimbabwe e un concerto.

Come riportato dalla Reuters, il presidente dello Zimbabwe, Emmerson Mnangagwa, ha descritto le sanzioni occidentali nei confronti di Harare un «cancro» che sta danneggiando l’economia del Paese. Mnangagwa ha poi aggiunto che le sanzioni imposte nel 2001 dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea sono uno strumento per rimuovere dal potere il partito Zanu-Pf. «Ogni parte e settore della nostra economia è stato colpito da queste sanzioni come da un cancro, Ne abbiamo abbastanza, rimuovete subito queste sanzioni!», ha detto Mnangagwa parlando ad alcune migliaia di sostenitori radunati nello stadio di Harare.

In precedenza, circa 7000 sostenitori del governo guidati dalla moglie di Mnangagwa, Auxillia, hanno marciato per cinque chilometri per le strade della capitale scandendo slogan ed esponendo cartelloni con la scritta «Nessuna sanzione, nessuna discriminazione. Sanzioni, nuova versione della schiavitù» e «Basta, levate le sanzioni ora».

I membri dell’opposizione hanno criticato le proteste definendole un esercizio di propaganda progettato per distrarre dalla malagestione, da parte del governo, della grave crisi economica che colpisce da anni il Paese e che ha generato carenza di forniture di base come carburante, energia e acqua.

Le sanzioni internazionali allo Zimbabwe sono state imposte nel 2002 per violazioni dei diritti umani e i sequestri di fattorie di proprietà di cittadini bianchi da parte dell’amministrazione dell’ex presidente Robert Mugabe, rovesciato dall’esercito nel novembre 2017 e morto lo scorso 6 settembre all’età di 95 anni. Le restrizioni attualmente in vigore non coinvolgono l’intero Paese, ma colpiscono 85 persone fisiche (tra cui Mnangagwa) e 56 aziende. Diversi Paesi africani si sono uniti all’appello di Harare per la revoca delle sanzioni.

Ad agosto, infatti, la Comunità per lo sviluppo dell’Africa australe (Sadc) ha invitato gli Stati Uniti e l’Ue a revocare «immediatamente» le sanzioni allo Zimbabwe, tuttavia finora le autorità di Washington e Bruxelles non hanno accolto la richiesta, citando la mancanza di progressi nelle riforme democratiche e dei diritti umani, nonché restrizioni alla libertà di stampa.

L’ambasciata statunitense ad Harare ieri ha respinto le accuse, affermando che la crisi è causata da un contesto economico e sociale sul quale pesa gravemente la corruzione, come riportato dalla BBC.

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