Viaggio nel mondo semiclandestino dei metallari di Tunisi

di Matteo Merletto
Tempo di lettura stimato: 4 minuti

Perseguitato per decenni dai governanti e marchiato come “diabolico” dagli imam islamisti, il rock tunisino deve la sua salvezza al coraggio di pochi appassionati. Che sfidano moralisti e integralisti a suon di musica.

I microfoni sul palco sono già accesi. Il tecnico del suono regola le manopole sul mixer. Gli addetti alle luci aggiustano i faretti per illuminare i graffiti disegnati sui muri. Tutto è pronto per il concerto rock di stasera: il gruppo metal degli Outrage (“indignazione”) si prepara a scatenare tutta la sua energia sul pubblico del Plug, un locale alternativo situato nel cuore di Tunisi. Nella sala gremita i giovani fan ostentano look trasgressivi, inconsueti da queste parti: giacche con le frange e abiti succinti per le teenager, pantaloni di pelle e cinturoni borchiati per i ragazzi.

Società inquieta

Stivali, piercing, tatuaggi, capelli lunghi e disordinati: sono gli inconfondibili segni di riconoscimento dei metallari della Tunisia, ultimi discepoli di un genere musicale nato negli Usa, approdato in Europa, infine sbarcato – con trent’anni di ritardo – nel cuore del Nord Africa. «Ogni venerdì sera ospitiamo un’esibizione live di rock duro e il locale si riempie di gente», racconta Khaled, il proprietario del Plug. «È uno dei rari momenti di evasione e di libertà concessi ai giovani di Tunisi». Mohamed Dagachi, 31 anni, musicista e appassionato di black metal, non rinuncerebbe per niente al mondo a questo appuntamento settimanale. Per guadagnarsi da vivere, indossa abiti eleganti e vende polizze assicurative, ma dopo il tramonto si infila il suo giubbotto nero e dà libero sfogo alla sua grande passione. «Non m’importa di tutti quelli che mi giudicano dall’aspetto esteriore… Non sopporto i moralisti e i fondamentalisti – dice –. Ci sono troppi bigotti conservatori che guardano all’Occidente come un nemico e una minaccia… Ma per fortuna tanti giovani lo considerano l’orizzonte culturale e musicale di riferimento».

La Rivoluzione dei Gelsomini, che all’inizio del 2011 demolì Ben Ali e diede il via alla stagione delle Primavere arabe, ha scosso profondamente un Paese che era rimasto imbrigliato per decenni nella tela di un regime soffocante. Oggi la Tunisia è attraversata da tensioni che affiorano da unA società inquieta in cui convivono aspirazioni progressiste, spinte laiche democratiche, pulsioni integraliste, regressioni nostalgici. E i musicisti metal (come i rapper) sono gli emblemi di una netta frattura generazionale e culturale.

Clima ostile

Thameur Mekki è un giornalista indipendente che segue con attenzione il panorama musicale locale. «È in atto una rivoluzione epocale – sostiene –. Durante la dittatura, il metal era bandito e attaccato attraverso campagne mediatiche orchestrate dal regime che gli avevano affibbiato un’immagine negativa e stereotipata… Oggi nella capitale Tunisi ci sono almeno trenta band musicali metal che sono uscite allo scoperto e che godono di ampio seguito tra i giovani».

Ymyrgar è un gruppo composto da sette ragazzi di vent’anni che amano mischiare tradizione e modernità. «Le nostre canzoni hanno ritmi sfrenati, ma i testi sono ispirati ai racconti popolari della cultura berbera», spiegano. Anche i Myrath mescolano chitarre indiavolate e poemi arabi. «Non ci interessa suonare le cover delle band statunitensi – chiarisce Zaher, il cantante del gruppo –. Siamo figli di questa terra e la nostra musica deve parlare del mondo in cui viviamo e saper trasmettere emozioni al nostro pubblico». I governanti hanno smesso di censurare le canzoni e di sbattere in prigione i musicisti che propagavano «versi immorali e potenzialmente eversivi», tuttavia nella società permane un diffuso sentimento di diffidenza, e talvolta di aperta ostilità, nei confronti di una musica che molti considerano contraria alla morale dell’islam. Mohamed ha subìto sulla sua pelle le conseguenze del clima ostile alimentato dagli imam più conservatori e dai proclami dei leader del partito islamista Ennahda. «Noi metallari siamo ancora oggi associati al diavolo – osserva –. Per molti fedeli musulmani, quello che facciamo è haram, proibito».

Grido di libertà

Sotto il regime di Ben Ali, era sufficiente camminare con una t-shirt degli Iron Maiden o degli Skorpion per essere arrestati dalla polizia. «Le cose sono progressivamente migliorate, ma questa mentalità è tuttora presente tra le frange più tradizionaliste, in particolare tra i salafiti», fa sapere Mohamed. Anche se il clima nella Tunisia post-rivoluzione è cambiato, Mohamed continua a sentirsi minacciato. «Non sono completamente sereno quando esco di casa – confessa –. Il mio aspetto non passa certo inosservato: per strada spesso mi prendono in giro e talvolta subisco insulti e minacce. L’abitazione in cui abito è regolarmente presa di mira dai vandali. Non molto tempo fa, un gruppo di fondamentalisti mi ha bloccato su un tram mentre rincasavo al termine di una serata trascorsa con degli amici. Mi hanno preso a sberle e mi hanno rotto la chitarra».

Nessim Bouslama è uno dei veterani della scena metal tunisina. Ai tempi della dittatura, importava clandestinamente i dischi dei Motörhead e dei Black Sabbath, che ascoltava in gran segreto. Oggi è DJ della trasmissione We Rock in onda sulla radio nazionale Rtci (Radio Tunis Chaîne Internationale). «In un palinsesto monopolizzato dalla musica tradizionale araba, sono riuscito a ritagliare quattro ore ogni settimana per trasmettere musica metal». Gli ascolti sono ottimi e crescono in continuazione. «Negli anni Ottanta eravamo solo una manciata di appassionati, per noi la musica era uno sfogo, uno strumento per evadere da una prigione – ricorda Nessim –. Oggi per migliaia di giovani il metal è una forma di riscatto. E nessun politico o islamista riuscirà mai a soffocare questo grido di liberazione».

(testo di Sébastien Deslandes – foto di Olivier Touron / LightMediation)

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