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Edizione del 26/07/2026

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Tag:

Stato islamico

    cabo delgado
    QUADERNI AFRICANI

    Allah e gli spiriti della foresta: il volto africano dello Stato Islamico in Mozambico

    di Tommaso Meo 4 Luglio 2026
    Scritto da Tommaso Meo

    di Alessio Briguglio – Centro Studi Amistades

    Quando in Occidente si parla di terrorismo jihadista, l’immaginario corre immediatamente a Raqqa, Mosul, Kabul o alle montagne dell’Afghanistan. Pochi sanno che uno dei fronti più attivi dello Stato Islamico si trova oggi nell’estremo nord del Mozambico, nella provincia di Cabo Delgado. Una terra di foreste tropicali, villaggi costieri swahili, giacimenti di gas miliardari e pratiche spirituali pienamente integrate nella vita sociale

    Ridurre ciò che accade a Cabo Delgado, in Mozambico, a una semplice espansione dell’ISIS sarebbe un errore. Dietro le bandiere nere e i proclami religiosi si nasconde una realtà molto più complessa, dove la guerra si intreccia con il risentimento sociale, le ricchezze naturali, le identità etniche e persino con gli spiriti della foresta.

    L’insurrezione esplode ufficialmente nel 2017. A guidarla è un gruppo noto localmente come Al-Shabaab, da non confondere con l’organizzazione somala, che successivamente verrà riconosciuto dallo Stato Islamico come sua branca regionale. Oggi, il gruppo è conosciuto come ISIS-Mozambico o Ansar al-Sunna. L’obiettivo dichiarato è rovesciare il governo mozambicano, espellere le influenze straniere e imporre una forma rigorista della sharia. Accanto, poi, a chi entra nel gruppo per adesione ideologica ci sono ragioni economiche, opportunistiche, comunitarie o legate a dinamiche di protezione locale. Ma la religione, da sola, non spiega il fenomeno.

    Come evidenziato dagli studi più recenti sul conflitto, Cabo Delgado rappresenta uno dei paradossi più evidenti dell’Africa contemporanea. È una delle regioni più ricche del continente in termini di risorse naturali, grazie agli enormi giacimenti di gas scoperti negli ultimi anni e alle miniere di rubini. Allo stesso tempo, resta una delle aree più povere del Mozambico. Molti giovani hanno visto arrivare multinazionali, investimenti miliardari e promesse di sviluppo senza che nulla cambiasse realmente nelle loro vite. Un vuoto in cui il jihadismo, così come il crimine organizzato, trova terreno fertile.

    Tuttavia, chi immagina che i combattenti di Ansar al-Sunna abbiano semplicemente sostituito le credenze tradizionali con l’islam radicale commette un altro errore. L’Africa orientale ha una storia religiosa particolare. L’Islam arrivò sulle coste del Mozambico attraverso le rotte commerciali swahili molti secoli prima della colonizzazione europea. Nel tempo si è sviluppata una forma di Islam profondamente influenzata dalle culture e cosmologie locali e dalle tradizioni sufi.

    Per molti abitanti della regione, il mondo visibile e quello invisibile continuano a convivere. Spiriti degli antenati, luoghi sacri nella foresta, guaritori tradizionali e pratiche fanno parte della vita quotidiana. Non si tratta di superstizioni marginali, ma di sistemi culturali che strutturano il rapporto con la malattia, la morte, la guerra e il potere.

    Proprio per questo il jihadismo locale ha assunto caratteristiche che in Medio Oriente apparirebbero quasi contraddittorie. Molti combattenti continuano a ricorrere a rituali di protezione, amuleti e pratiche ereditate dalle tradizioni locali. Sul campo di battaglia, è evidente come le tradizioni non siano state completamente eliminate dall’ideologia jihadista, ma spesso riadattate e integrate nella narrazione militante.

    In altre parole, nella foresta di Cabo Delgado il kalashnikov convive con il talismano, facendo emergere con forza una delle caratteristiche più singolari dello jihadismo africano contemporaneo. La capacità di fondersi con le pratiche spirituali radicate sul territorio, senza rinunciare alla propria ideologia globale. Questa fusione tra radicalismo islamico e tradizioni locali ricorda altri fenomeni africani. Si pensi ai Kamajor, milizie di autodifesa comunitaria all’interno di una guerra civile, non un movimento jihadista transnazionale.

    Dalle milizie Kamajor della Sierra Leone, che si ritenevano immuni ai proiettili, fino alle pratiche magico-religiose adottate da diversi gruppi armati nella regione dei Grandi Laghi, il continente ha spesso prodotto movimenti in cui il soprannaturale e la violenza politica si alimentano reciprocamente. Minimo comune denominatore che riguarda esclusivamente, sia chiaro, l’uso di pratiche rituali di protezione e non gli obiettivi politici o militari In questo senso, la forza dell’ISIS africano sta, proprio, nella sua capacità di adattamento al sincretismo locale. A cui si affianca la dimensione della debolezza statale, gli elevati livelli di corruzione, le  violenze sistemica delle forze di sicurezza, la marginalizzazione economica e l’ingarbugliato intreccio di molteplici dinamiche regionali.

    Mentre in Iraq o in Siria il progetto dello Stato Islamico puntava alla costruzione di un’entità politica centralizzata, in Mozambico il gruppo si presenta come un attore capace di parlare contemporaneamente il linguaggio del jihad globale e quello delle comunità locali. Questo spiega anche la sua resilienza.

    Nonostante l’intervento dell’esercito mozambicano, delle forze regionali e soprattutto dei contingenti ruandesi, l’insurrezione non è stata sconfitta. Anzi, negli ultimi anni il conflitto ha continuato a produrre vittime e sfollati.  Nel frattempo, il gruppo continua a colpire villaggi, infrastrutture e civili. I rapimenti di minori restano una grave minaccia nell’area. Questi ragazzi vengono utilizzati come facchini, lavoratori forzati o addirittura combattenti e le organizzazioni internazionali hanno documentato una crescita preoccupante di questi episodi negli ultimi anni. 

    Eppure, limitarsi a osservare la dimensione militare significherebbe perdere il cuore della questione. Questo perché Cabo Delgado è la dimostrazione che il terrorismo contemporaneo non cresce nel vuoto. Si alimenta di esclusione economica, di identità ferite, di territori dimenticati e di simboli culturali profondamente radicati. Lo Stato Islamico ha saputo inserirsi in queste fratture, offrendo non soltanto una bandiera sotto cui combattere, ma una narrazione capace di dare senso alla rabbia di migliaia di giovani. Per questo motivo la soluzione non potrà essere esclusivamente militare.

    Finché le immense ricchezze del gas continueranno a convivere con la povertà estrema, finché intere comunità si sentiranno escluse dal futuro della propria terra, la foresta di Cabo Delgado continuerà a generare nuovi combattenti. Dietro le bandiere nere dell’ISIS non si nasconde, infatti, “soltanto” il terrorismo. Si nasconde il fallimento di uno Stato, il peso della storia coloniale, la maledizione delle risorse naturali e l’antica convinzione, comune a molte culture, che il mondo invisibile continui a camminare accanto a quello degli uomini. Una spiritualità distorta non diversa da quella impiegata dalle mafie nostrane per reclutare e terrorizzare la popolazione.

    Per comprendere davvero questa guerra bisogna guardare e comprendere entrambe le dimensioni, entrambe le credenze: Allah e gli spiriti della foresta.

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    4 Luglio 2026 0 commentI
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