Sahelistan | L’alleanza al-Qaeda/Isis e il crescente rischio fame

di Pier Maria Mazzola
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Il Sahel nell’Africa occidentale è nel caos. In quest’area, che ormai possiamo chiamare Sahelistan per paragonarla ai grandi spazi dell’Afghanistan e del Pakistan, si sta realizzando una saldatura fra terroristi impensabile fino a qualche mese fa: la collaborazione tra miliziani legati ad al-Qaeda e quelli appartenenti al sedicente Stato Islamico, l’Isis. Tutto ciò sta preoccupando molto le potenze internazionali – Francia e Stati Uniti – che stanno operando nel Sahel per eradicare la minaccia terroristica, con poco successo per la verità.

L’allarme per questa saldatura è arrivato da un comandante delle forze speciale Usa in Africa, Dagvin Anderson, secondo il quale la collaborazione tra entità jihadiste diverse può rappresentare un’opportunità per gli estremisti di estendere la loro presenza in nuove aeree. Come sta già accadendo nel Nord della Costa d’Avorio. «Mentre in altre parti del mondo hanno obiettivi diversi e diversi punti di vista, qui sono in grado di superare le loro differenze e lavorare per un obiettivo comune», ha spiegato Anderson. Nel lanciare l’allarme, il comandante Usa ha voluto spiegare che si tratta di un fenomeno locale. Una precisazione che tende a giustificare la decisione degli Stati Uniti di ridurre la loro presenza militare nel continente e, in particolare, nella regione del Sahel, che molti, tuttavia, ritengono sciagurata.

La Francia – che ha una presenza militare di tutto rilievo – già mesi fa aveva avvertito del pericolo di questo legame. Il capo di stato maggiore dell’esercito francese, il generale François Lecointre, è stato ancora più esplicito e ha evocato il rischio concreto che a sud della Libia, nel Sahel appunto, possa nascere un nuovo Califfato nero. Lecointre ha spiegato che il futuro della regione del Sahel si basa su ciò che accadrà nel 2020, e cioè, se fosse permesso al caos di mettere radici, l’Isis andrebbe a insediarsi nel vuoto che si andrebbe a creare. Un allarme preciso e circostanziato che, oggi, si aggrava ancora di più vista la saldatura con al-Qaeda.

Occorre ricordare che Parigi, attualmente, ha sul terreno 4500 uomini, 260 veicoli pesanti, 360 veicoli logistici, 210 veicoli blindati leggeri. Dispone, inoltre, di un appoggio aereo di sette Mirage 2000, di una decina di aerei di trasporto tattico e strategico e di tre droni. Questa forza, secondo il presidente francese Emmanuel Macron, è particolarmente gravosa in termini economici, ma è anche molto rischiosa e mette in pericolo molte vite umane.

Per questo motivo Macron ha chiesto un maggior sostegno internazionale alla missione Barkhane – la Francia la guida da cinque anni – ma anche un maggior impegno da parte della coalizione formata dai Paesi del G5 Sahel, cioè Burkina Faso, Mali, Mauritania, Niger e Ciad. Impegno che questi Paesi – in particolare Mali e Burkina Faso – non sembrano in grado di fornire, vista la situazione interna nei singoli Stati, cioè governi assediati dai gruppi jihadisti con una popolazione messa allo stremo dal terrorismo e da una situazione economica che non dà alcuna speranza di futuro. L’esercito congiunto del G5 Sahel ha sempre incontrato difficoltà proprio nella sua capacità operativa. È altrettanto vero che le sfide interne al Sahelistan sono enormi. Un territorio con un’alta concentrazione di organizzazioni che minacciano la pace, la sicurezza e lo sviluppo.

Il nodo principale, infatti, è quello dello sviluppo. Le popolazioni sono allo stremo e il jihadismo ha gioco facile nel reclutare adepti. Un terrorismo che si sta estendendo anche al Nord della Costa d’Avorio, dove l’integralismo sta prendendo sempre più piede e si stanno insediando numerose scuole coraniche. Non è solo una questione religiosa. In queste aeree la povertà è allarmante, e sono dimenticate dal potere ivoriano. Con le scuole arrivano anche aiuti, denaro: la radicalizzazione e l’affiliazione al jihadismo è praticamente scontata. Molti, infatti, sono i giovani che cercano in tale affiliazione una ragione di vita, un futuro, un modo per aver soldi e poter vivere e mantenere le loro famiglie.

Che la situazione nel Nord della Costa d’Avorio sia preoccupante lo dimostra anche il fatto che i francesi vietano i viaggi in quelle aeree. Sconsigliano, persino, viaggi per la città di Korhogo, sulla strada che parte dalla capitale Yamoussoukro per arrivare al confine con il Burkina Faso. Il terrorismo si è spinto fino a lì e ne è una riprova l’attacco all’ultimo posto di frontiera, Yanderé, prima di arrivare in Costa d’Avorio.

In Burkina Faso, oltre al caos regna la confusione. A dimostrarlo è la decisione del governo di arruolare e armare civili in funzione antiterrorismo. In un Paese dove la crisi umanitaria sta raggiungendo livelli insopportabili per la popolazione, il governo arruola civili anziché provvedere ai bisogni primari. Una decisione che potrebbe diventare un boomerang per il governo stesso. Milizie di civili armati, senza un riconoscimento preciso, alla diretta “dipendenza” delle comunità locali, potrebbero diventare un ulteriore elemento di destabilizzazione del Paese, intensificare i conflitti etnici e alimentare le tensioni tra pastori nomadi e comunità agricole, già in lotta per il controllo delle terre. A danno si aggiunge danno.

In Mali le operazioni militari si complicano sempre di più. E così il primo ministro Boubou Cissé ha annunciato un aumento del 50 per cento degli effettivi dell’esercito del Paese. Il piano è quello di assumere 10mila soldati per «consentire alle nostre forze armate e di sicurezza di essere molto più presenti in quantità e, spero, in qualità in aree dove non lo sono», ha detto Cissé.

Tutto ciò accade mentre più di 3,3 milioni di persone hanno bisogno di assistenza immediata nel Sahel centrale. Cresce in maniera esponenziale il numero persone a rischio fame. Solo in Burkina Faso i profughi interni sono sei volte superiori rispetto al gennaio 2019. Questi governi, evidentemente, non credono o ritengono che il miglior antidoto al jihadismo sia quello di dare un futuro economico stabile ai loro cittadini. Con buona pace degli africani.

 

(Angelo Ravasi)

 

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