Sahel | Aspettando Takuba

di Pier Maria Mazzola
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Takuba: cominciamo a fare l’orecchio a questa parola, che in tamashek, la lingua dei Tuareg, significa “spada”. È il nome assegnato alla nuova unità di forze speciali nel Sahel, tra i 250 e i 350 uomini scelti, pensata per contrastare il jihadismo e che prenderà forma nel 2020. Un raggruppamento di forze speciali europee, che sta ancora muovendo i primi passi, con la Germania che ha già declinato invito, e l’Estonia e il Belgio, per esempio, che invece parteciperanno. E la Francia, naturalmente. Che ieri, nella persona del suo presidente Emmanuel Macron, ha convocato un vertice a Pau con i suoi omologhi del G5 Sahel – Niger, Ciad, Mauritania, Burkina Faso, Mali – per suonare loro la sveglia e immaginare un nuovo «quadro strategico e operativo» nel contrasto al terrorismo, che nella regione cresce a vista d’occhio (si veda, per esempio, l’ultimo, pesante attacco in Niger, la settimana scorsa).

Il 2019 è stato, a questo proposito, l’anno peggiore di sempre, con almeno 4000 morti nel Sahel; nel 2013 erano stati 770. Non è sempre facile stabilire con esattezza la matrice degli attacchi, poiché sul campo si muove un gran numero di sigle, tra cui spicca ultimamente lo Stato Islamico nel Grande Sahara (Eigs). Ma non pochi sono i nomi, e i numeri, anche delle forze che dovrebbero stabilizzare l’area. Dall’operazione Barkhane, a guida francese (4500 uomini; sede a N’Djamena, Ciad) – ampliamento della precedente operazione Serval –, alla Forza congiunta del G5 Sahel, senza parlare della missione Onu Minusma – 13.000 uomini in Mali – e dei vari contingenti di nazioni europee tra cui l’Italia: l’operazione Misin, in Niger, conta su circa 500 uomini, «nell’ambito di uno sforzo congiunto europeo e statunitense per la stabilizzazione dell’area e il rafforzamento delle capacità di controllo del territorio da parte delle autorità nigerine e dei Paesi del G5 Sahel» (ministero della Difesa).

Ora, mentre nei Pirenei Macron persuadeva i capi di Stato africani a «concentrare immediatamente i loro sforzi militari» nelle tre aree di confine più massacrate (Mali, Burkina Faso, Niger), e questi in risposta «hanno anche espresso il desiderio di veder proseguire l’impegno militare della Francia nel Sahel» – a dispetto del sentimento antifrancese che nella regione è in crescita –, gli Stati Uniti annunciavano il loro piano di disimpegno. Questo, in vista di «migliorare la preparazione delle nostre forze negli Stati Uniti o nel Pacifico», come ha dichiarato il capo di stato maggiore americano, generale Mark Milley, domenica a Bruxelles in ambito Nato.

Gli Usa schierano in Africa, non solo nel Sahel ma anche in Somalia, 7000 uomini delle forze speciali, impegnati in operazioni congiunte con gli eserciti nazionali locali. Dispongono inoltre di 2000 soldati per missioni di addestramento in una quarantina di Paesi africani e sono presenti in operazioni di cooperazione militare, in particolare con l’operazione Barkhane, cui assicurano soprattutto assistenza logistica.

Ora, la prossima, drastica riduzione della presenza americana, per quanto non totale, potrebbe includere anche la chiusura dell’importante base di droni ad Agadez, nel nord del Niger, «costata centinaia di milioni di dollari – precisa l’agenzia Agi – e che fornisce agli Stati Uniti una piattaforma di sorveglianza formidabile sul Sahel».

Macron, che a Pau ha anche promesso una crescita dell’impegno militare francese sul terreno, si è «augurato di riuscire a convincere» Trump «che la lotta al terrorismo si gioca anche in questa regione e che il tema libico non può essere separato dalla situazione nel Sahel e nella regione del Lago Ciad».

Prossimo vertice Francia-G5 Sahel: a Nouakchott (Mauritania) il mese di giugno.

 

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