Cinema | “Matares”, la dolorosa favola di Benhadj

di Diego Fiore
Matares
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Ambasciatore dell’umanità: questo il premio che il CIR (Consiglio Italiano per i Rifugiati) ha assegnato al regista algerino Rachid Benhadj per il suo film Matares, che sarà possibile vedere on demand dal 15 giugno su Amazon Video, VatiVision, Chili ed e-Cinema.it.

Matares è il luogo che fa da scenario al film. Tra le magnifiche rovine romane in cui si trova il cimitero un tempo riservato ai figli dei nobili si aggira Mona, 8 anni, che cerca di sopravvivere vendendo ai turisti corone di fiori raccolti tra le rocce. La bimba, originaria della Costa d’Avorio, dopo un penoso viaggio ha raggiunto l’Algeria con la madre mentre il padre è già arrivato al di là del Mediterraneo, con la speranza che la famiglia possa presto raggiungerlo. Mona è cristiana credente e all’inizio del film si sente la sua voce fuori campo dare una personalissima interpretazione della Bibbia, chiaramente metaforica: «C’era una volta un uomo che si chiamava Adamo. Lui ed Eva vivevano in paradiso, avevano tutto ciò che desideravano, ma un giorno fece una stupidaggine bella grossa. Credo che avesse rubato una mela. Quando Dio venne a saperlo si arrabbiò e cacciò entrambi dal paradiso. Sulla terra la vita non era facile. Adamo ed Eva dovevano lavorare per poter vivere. Ma un giorno Adamo fu costretto a lasciare la sua Africa, sua moglie e anche i suoi bambini. Andò altrove per trovare qualcosa da mangiare. Cercò per interi giorni ma non trovò cibo per la sua famiglia. Decise di riposarsi, dopo di che si rimise in viaggio».

In una grotta, sotto le rovine, la bimba ha creato una cappella segreta, dove accende candele di fronte a un piccolo crocifisso realizzato con due rametti. Ha paura di essere punita se non riporta il suo gruzzolo quotidiano al losco individuo che la sfrutta e al suo Gesù confida tutte le difficoltà e affida le sue preghiere. Un giorno incontra Said, algerino e musulmano, e i due bambini, di diversa nazionalità e religione, entrano in conflitto. Said la insulta, aggressivo, perché vede minacciato il suo campo di lavoro. La insegue fino a scoprire il suo rifugio, ma la piccola gli tiene testa e a poco a poco, accomunati dalle angherie e dalla violenza sessuale del loro “capo”, fanno amicizia e riescono a liberarsi dall’oppressione. Le due personalità dei bambini sono forti, ma arrivano ad integrarsi e il loro legame diviene tenero e solido. Insieme riscoprono la gioia del gioco. Finché un giorno Said scopre che la sua amica è sparita. E purtroppo qui la fiction diviene realtà, perché la bimba (Dorian Yohoo), che nel film interpreta sé stessa con una bravura eccezionale, è davvero scomparsa con la madre.

Alla fine, prima dei titoli di coda, si può leggere: «Il film si ispira alla storia dei 13mila emigranti africani espulsi dal territorio algerino negli ultimi due anni. La piccola Mona e sua mamma hanno fatto parte di un gruppo di donne e bambini che sono stati espulsi e abbandonati senz’acqua né cibo al sud del Sahara. Tra gli altri rifugiati africani che hanno partecipato a questo film, alcuni hanno pagato con la vita il loro sogno e riposano nel fondo del Mediterraneo. I più fortunati, malgrado abbiano visto la costa italiana, si sono visti rifiutare l’entrata».

Il messaggio, fortissimo e di dolorosa attualità, sollecita il pubblico con domande inquietanti. Ho visto in anteprima il film al Festival di Roma in una sala gremita di alunni delle scuole che hanno partecipato alla vicenda dei due protagonisti commuovendosi, ridendo, applaudendo quando il cattivo veniva punito. Matares dovrebbe essere proiettato in tutte le classi, perché i ragazzi possano recepire il messaggio ecumenico di pace e di accoglienza. Il regista sostiene di averlo girato soprattutto per loro. Rachid, infatti, infatti non è solo “ambasciatore di umanità” per questo film. Lo è da sempre. Lo è dal suo primo lungometraggio Louss – Rosa di sabbia, selezionato al Festival di Cannes nel 1989, dove lo incontrai la prima volta, che racconta di un disabile pieno di energia e di voglia di vivere. Fui subito colpita dalla sua estrema sensibilità e dolcezza e fui felice, anni dopo, di poter collaborare con lui, perché la sua bravura di regista si accompagna alla sua scelta di stare sempre dalla parte dei più deboli: le donne, i bambini. Per citarne un altro, Mirka, del 2000, di cui ha voluto scrivere le lodi anche il cardinale Poupard, è la storia di un bambino nato da uno stupro etnico, che cerca di ritrovare la madre. Seppure pluripremiato in grandi festival internazionali, Rachid non si è mai montato la testa e continua a regalarci sogni girando i suoi film, poiché è profondamente convinto che il cinema debba contribuire a cambiare il mondo.

(Annamaria Gallone)

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