Lo scandalo delle prigioni africane

di AFRICA

di Silvana Leone

Prigione MalawiPer molti, le condizioni detentive nelle carceri non sono un tema rilevante, eppure citando Dostoevskij, “il livello di civiltà di un paese si misura osservando la condizione delle sue carceri”. Le carceri africane si trovano ad affrontano problemi crescenti: sovraffollamento, condizioni di vita malsane, insicurezza, violenza. Gli sforzi congiunti intrapresi dai governi per fronteggiare questi problemi fanno registrare però pochi miglioramenti, facendo sorgere qualche perplessità sull’adeguatezza di queste misure.

È interessante sottolineare che in Africa, i sistemi penali sono stati in gran parte un’eredità coloniale e che il quadro normativo, così come le infrastrutture, sono rimasti da allora quasi del tutto inalterati. In Africa l’incarcerazione come punizione non era praticata quando arrivarono i primi europei, mentre la detenzione preventiva era comune, l’illecito veniva sanzionato con la restituzione del maltolto. Le prigioni sono state utilizzate in primo luogo durante la tratta degli schiavi e non per punire i reati ma per controllare le popolazioni locali.

Tornando ai giorni nostri, la Dichiarazione di Kampala sulle condizioni carcerarie in Africa, già nel 1996 aveva giudicato disumano il sovraffollamento delle carceri africane, intimando agli stati di compiere delle riforme per porre rimedio alla situazione. Questa iniziativa è stata promossa dal African Commission on Human and Peoples’ Rights che funge anche da organo di controllo ed è uno dei promotori della riforma del sistema carcerario.

Dal Camerun al Sudafrica, i tassi di sovraffollamento sono elevatissimi: 200% in Tanzania, Uganda, Senegal, e oltre il 400% a Douala e Nairobi. In media, si ritiene che in Africa subsahariana i detenuti dispongano di uno spazio di circa 2 m², ben al di sotto dei 9 m² fissati dalle Nazioni Unite.

In questo contesto insalubre, con carenza di cibo, cure mediche e strutture ricreative, si alimenta una cultura della violenza che scaturisce talvolta in maltrattamenti, abusi sessuali e atti di tortura. Spesso i detenuti sono accalcati senza alcuna distinzione tra adulti e bambini o per tipologia di reato (di maggiore o minore entità). La difficile situazione delle donne e dei bambini nelle carceri è stata largamente ignorata da politici e studiosi, di conseguenza queste fasce di popolazione sono particolarmente vulnerabili ed emarginate all’interno di un contesto già estremo.

È necessario investire nello sviluppo di strutture in cui si possa effettivamente svolgere la riabilitazione e, in alcuni casi, considerare anche le misure alternative alla detenzione, che hanno il vantaggio di contribuire al decongestionamento e ridurre i costi (Zimbabwe, Tanzania e Burundi hanno avviato dei programmi per il lavoro di utilità sociale).

Paesi come Sudafrica, Uganda e Botswana hanno preso provvedimenti per migliorare i loro programmi di riabilitazione e reintegrazione nella comunità, attraverso formazione scolastica e professionale, sostegno psicologico, promozione del contatto con i familiari, accesso ai servizi religiosi e integrazione della società civile. I problemi delle carceri in Africa non possono essere risolti se non con una reale volontà politica e le risorse economiche per tradurre queste dichiarazioni in pratica.

È per questo che è importante mantenere alta l’attenzione da parte dei media e della società civile, denunciando le violazioni dei diritti umani e interpellando la classe politica affinché vengano rispettati i diritti dei detenuti, a cominciare dalle condizioni di vita nelle carceri (Cfr. United Nations High Commissioner for Human Rights, Standard Minimum Rules for the Treatment of Prisoners).

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