Il diario del pescatore: un film camerunese sulla forza delle donne

di claudia
Tempo di lettura stimato: 3 minuti

Oggi vi presentiamo il film del regista camerunese Enah Johnscott, “Il diario del pescatore”, una produzione africana, recentemente acquisita da Netflix. Al centro della storia emergono tematiche importanti, come la lotta per la parità di genere.

di Annamaria Gallone

Netflix sta acquisendo un numero considerevole di serie e film prodotti in Africa, per lo più in stile Nollywood. Il termine è nato dalla fusione di Nigeria e Hollywood e si riferisce alla prolifica e proficua industria cinematografica nigeriana. Se agli inizi, nonostante il grande, vasto successo il valore artistico di queste produzioni fosse meno che mediocre, man mano si è verificato un miglioramento.

Il regista Enah Johnscott del film programmato su Netflix, Il diario del pescatore, non è nigeriano, ma camerunese, come anche la produzione, sebbene lo stile si avvicini molto a quello di Nollywood.

Il contenuto, validissimo, è la storia di una ragazza, Eka, che aiuta il padre nella pesca, ma desidera ardentemente studiare ed è disposta a qualsiasi sacrificio per poterlo fare, sulle tracce della pakistana Malala Yousafzai, la più giovane vincitrice del premio Nobel per la pace nota per il suo impegno per l’affermazione dei diritti civili e per il diritto all’istruzione – bandito da un editto dei talebani – delle donne della città di Mingora, nella valle dello Swat.

La trama

La ragazzina dodicenne adora il padre e lo serve fedelmente, ma sogna di frequentare la scuola, che le è proibita. Il padre, innamoratissimo della moglie, le aveva permesso di istruirsi, nonostante fosse uno scandalo per il villaggio, ma aveva assistito sgomento alla progressiva evoluzione della moglie, sempre più indipendente e autoritaria, fino a perderla. Eka, però, assiste alle lezioni della maestra del villaggio, spiando da una fessura della finestra dell’unica aula, mentre la sua avidità di sapere diventa insaziabile.

Una scena tratta da “Il diario del pescatore”

Quando l’insegnante scopre l’intelligenza e l’impegno della ragazzina, insiste con il padre perché le lasci frequentare la scuola, ma viene scacciata ed Eka viene punita con crudeltà dal padre che la frusta a sangue, mentre lo zio, approva entusiasta e il direttore della scuola proibisce tassativamente all’insegnante di impartire lezioni alle figlie dei pescatori. Eka, però, si ribella e la maestra l’istruisce a casa sua, di nascosto. Lo zio, nel frattempo, non riesce a saldare il debito che ha contratto con un ricco musulmano e decide di dargli in sposa la nipote dodicenne che così sarà domata. La storia prosegue in un crescendo tragico e la sposa bambina sta per suicidarsi, quando, per partecipare a una gara di studenti, il direttore decide di proporre proprio lei, l’unica alunna veramente preparata.

L’happy end è prevedibile: Eka vince e la vediamo poi laureata, che sancisce agli studenti la forza delle donne e il loro diritto alla parità.

Due quindi le due tematiche importanti del film: il diritto allo studio delle bambine e l’orrore del matrimonio forzato. Alcuni degli interpreti sono bravi, ma alcuni molto caricaturali, come il ricco musulmano o lo zio corrotto. Il film inoltre si dilunga molto, la sceneggiatura sfocia nella telenovela e la regia non è perfetta, ma vale comunque la pena di vedere il film perché la storia riflette realtà dolorose ancora attuali e la piccola Eka riesce a commuovere.

L’autrice dell’articolo, Annamaria Gallone, tra le massime esperte di cinema africano, terrà a Milano il 16 e 17 Ottobre 2021 il seminario “Schermi d’Africa” dedicato alla cinematografia africana. Per il programma e le iscrizioni clicca qui

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