Il rompicapo somalo, l’analisi del vescovo di Gibuti

di Valentina Milani
Tempo di lettura stimato: 3 minuti

Un rompicapo. Così monsignor Giorgio Bertin, vescovo di Gibuti e amministratore apostolico di Mogadiscio, descrive la politica somala. Una matassa ingarbugliata in cui si intrecciano moltissimi fili, alcuni tirati da forze locali, altri da forze straniere. Un quadro complesso al quale la Rivista Africa dedica un evento online che, in programma venerdì 30 aprile, intende raccontare le enormi sfide della Somalia, i suoi problemi irrisolti, ma soprattutto la sua voglia di farcela e di risorgere.

“Se vogliamo semplificare – osserva il prelato in un’intervista alla Rivista Africa, una vita spesa per la Somalia prima come frate francescano e poi come vescovo -, abbiamo di fronte a noi un potere centrale che cerca di rinascere e cerca di affermarsi. Questo potere centrale si confronta con alcuni Stati federali che, a loro volta, cercano di far sentire la loro voce. Questo scontro ha, di fatto, immobilizzato il Paese”.

In questo quadro di tensioni tra potere centrale e poteri regionali, come giocano le potenze straniere?

“La situazione politica somala è fortemente influenzata dagli interessi di Paesi terzi sia gli attori regionali sia quelli internazionali. Purtroppo, mi duole dirlo, anche la comunità internazionale, che pure è presente in Somalia, non ha una agenda comune, ma ogni Paese ha un proprio obiettivo da portare avanti. Il costo di questo atteggiamento è l’instabilità che viene pagata dalla popolazione civile”.

Che cosa servirebbe alla Somalia ora?

“A trent’anni dalla caduta del regime di Siad Barre, la situazione è molto difficile. Ci sono istituzioni deboli, a volte assenti e spesso litigiose. Al Paese servirebbe un programma per costruire uno Stato in grado di fornire ai suoi cittadini sicurezza e servizi di base. Per assurdo nelle zone controllate da al-Shabaab, la milizia legata ad al-Qaeda, questa sicurezza e questi servizi ci sono. Ovviamente in un regime di terrore che limita qualsiasi forma di libertà”.

Da sempre, la società somala è divisa in clan. Come gioca questa frammentazione?

“Gli Stati regionali che contrastano lo Stato centrale sono a base clanica ed è chiaro quindi che la divisione clanica incide sulla politica nazionale. Va però detto che negli ultimi anni le autorità claniche tradizionali che facevano leva sugli anziani hanno gradualmente perso la presa sulla società somala. Ora i clan e l’appartenenza clanica viene sfruttata dai politici per ottenere consenso e far carriera. Anche il fondamentalismo islamico ha dato un forte colpo alla struttura sociale clanica della Somalia”.

L’influenza dei fondamentalisti rimane forte sul Paese?

“Direi di sì. Al-Shabaab è presente nell’entroterra della Somalia centromeridionale, ma ha anche proprie cellule nelle principali città somale. Oltre ad al-Shabaab, sono presenti, soprattutto nel Puntland, gruppi che si ispirano allo Stato islamico. Entrambi, oltre a imporre una visione integrale dell’Islam, seminano odio e terrore nel territorio”.

Esiste ancora una comunità cristiana in Somalia?

“Non parlerei di una vera e propria comunità. Ci sono alcuni cristiani che in segreto, in modo nascosto, professano il cristianesimo. Ci sono poi molti fedeli cristiani tra i membri delle organizzazioni internazionali e i contingenti militari presenti sul territorio. Penso al contingente italiano, a quelli burundese, keniano. In Somaliland, Stato dichiaratosi indipendente, ma non riconosciuto dalla comunità internazionale, c’è una presenza più stabile. C’è un sacerdote con un buon gruppo di fedeli. Sono però costretti a professare la loro fede in casa o in luoghi chiusi”.

Quale atteggiamento hanno i somali nei confronti dei cristiani?

“I somali non sono mai stati anticristiani. Anzi, in passato ci vedevano in modo benevolo. Dalla caduta di Siad Barre, forse anche un po’ prima, con l’avvento di un islamismo che cerca di ricostruire la società ripartendo dalla legge islamica, i cristiani sono stati gradualmente emarginati. Ora i politici, pur non essendo ostili alla Chiesa, tendono a non garantire spazi ai cristiani perché temono di essere accusati di favorire i crociati. Sono formule retoriche che, purtroppo, però, fanno presa”.

Come Chiesa cattolica come operate in Somalia?

“Lavoriamo soprattutto attraverso Caritas Somalia collaborando con i somali musulmani che, in stragrande maggioranza, non sono fondamentalisti. Abbiamo fornito assistenza alla popolazione in occasione del ciclone Gati che ha sconvolto il Paese nel 2020. Stiamo lavorando a Mogadiscio, Garowe e Bosaso con programmi educativi per prevenire la diffusione del covid-19. È un lavoro sociale che però ci permette di mantenere un forte legame con la Somalia e la sua gente”.

(Enrico Casale)

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