«Mai partiti»: Il legame eterno dell’Africa con gli antenati

di Tommaso Meo

di Federico Monica

Dalla poesia di Birago Diop alle pratiche funerarie di molte società africane, i defunti continuano a vivere accanto ai vivi, nelle case, nei villaggi e nei paesaggi quotidiani. Un rapporto con la morte che racconta un legame profondo con la memoria e con i luoghi d’origine, in contrasto con la modernità occidentale, dove i morti sono stati progressivamente allontanati dalla vita di tutti i giorni

«Ceux qui sont morts ne sont jamais partisQuelli che sono morti non sono mai partiti». Così scriveva nel 1960 il poeta senegalese Birago Diop in uno dei suoi componimenti più celebri. «Sono nelle fronde dell’albero che freme, sono nell’acqua che scorre, sono dentro le case, sono tra la folla che passa». Parole che raccontano molto del rapporto con la morte e con gli antenati diffuso in numerose culture africane che, con tutte le loro differenze e sfumature, continuano a considerare gli avi parte integrante della comunità dei viventi.

Mi è capitato più volte di assistere a rituali di avvio di progetti di cooperazione in cui gli antenati venivano invocati e chiamati a favorire la buona riuscita delle iniziative per la comunità. Qualcuno li liquida come superstizioni o perdite di tempo. Eppure la sensazione di assistere a qualcosa di profondo e potente è tale da lasciare ogni volta un segno indelebile nella memoria. La centralità degli antenati ha effetti tangibili anche sugli spazi della vita quotidiana. In molte culture i defunti vengono sepolti nei cortili delle abitazioni familiari, come accade tra gli Akan del Ghana o tra i Malagasy del Madagascar, che in alcuni casi perpetuano ancora l’antica pratica della riesumazione rituale delle salme, ilFamadihana. In altre tradizioni la sepoltura avviene addirittura all’interno della casa, sotto il pavimento della sala principale o delle verande, consuetudine diffusa in diverse comunità yoruba e non solo. Altrove i morti vengono sepolti all’ingresso del villaggio, come nei kraal degli Tsonga del Sudafrica, oppure in boschi sacri situati ai margini degli insediamenti, spesso gli stessi in cui si svolgono i riti iniziatici dei giovani.

«Questa è la tomba di mio padre», mi disse anni fa un amico della Sierra Leone indicando un grande albero rigoglioso in mezzo alla foresta. Sono pratiche che testimoniano un legame indissolubile con i luoghi di origine. Un legame che oggi si scontra con normative sempre più stringenti, non solo pensate per ridurre rischi sanitari ma spesso legate alla pressione del mercato immobiliare o agli espropri per progetti pubblici. Non è difficile capire perché comunità e famiglie siano restie a cedere terreni o abitazioni in cui riposano i propri antenati. Nelle grandi città, dove l’espansione urbana sembra travolgere ogni cosa, nemmeno i cimiteri vengono risparmiati. Spesso sono insufficienti, disorganizzati, abbandonati. Le nuove tombe si sovrappongono alle precedenti e la vegetazione riconquista lentamente lo spazio. Accanto ai grandi camposanti, con distese di croci e cippi islamici, non è raro imbattersi in piccoli cimiteri informali: gruppi di tombe tra le case, dove i bambini giocano e gli adulti chiacchierano all’ombra degli alberi. Non è poi così lontano il tempo in cui anche nelle nostre città i morti venivano sepolti nelle chiese o nei piccoli cimiteri che le circondavano, usanza che in alcune zone dell’Appennino o delle Alpi sopravvive ancora. All’inizio dell’Ottocento, però, arrivò Napoleone Bonaparte, che impose la costruzione di grandi cimiteri monumentali fuori dalle mura urbane. Una scelta dettata da ragioni di igiene pubblica ma che contribuì profondamente a trasformare il nostro immaginario: gli antenati, un tempo al centro della comunità e del cuore simbolico delle città, vennero allontanati e confinati ai margini dello spazio urbano. Può sembrare una semplice questione urbanistica. In realtà è anche l’inizio di una trasformazione culturale più profonda: la morte non è più percepita come parte naturale dell’esistenza ma come qualcosa da nascondere, da rimuovere, da tenere il più possibile lontano dalla vita quotidiana. La poesia di Diop continua così: «Impara ad ascoltare le cose oltre che gli esseri. Senti la voce del fuoco, dell’acqua. Ascolta nel vento i cespugli che mormorano: è il soffio degli antenati». Immersi nel nostro frastuono iperefficiente e tecnologico, forse dovremmo reimparare ad ascoltare quei soffi.

Questa rubrica è uscita sul numero 3/2026 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui.

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