di Enrico Casale
Gli esperti spiegano che è impossibile eradicare il virus senza risolvere l’instabilità cronica della regione, un territorio dove la guerra ha smantellato i controlli sanitari e costretto alla fame i civili
Povertà, guerra, instabilità politica: sono queste le cause che hanno favorito lo scoppio di una nuova epidemia di Ebola nelle regioni orientali della Repubblica Democratica del Congo (Rdc) e in Uganda. Il focolaio rilevato questo mese non è quindi una questione meramente sanitaria. È un quadro complesso nel quale l’epidemia rappresenta il punto di arrivo di una lunga catena di crisi economiche, sociali e politiche che da anni colpiscono l’Africa centrale.
Il contesto sociale e il salto di specie
Secondo Vittorio Colizzi, professore di Patologia generale e Immunologia con una lunga esperienza nello studio delle malattie tropicali nel continente africano, il virus dell’Ebola non può essere compreso se non si guarda al contesto in cui nasce e si diffonde. «L’estrema povertà, la guerra, il cibarsi di animali infetti e quindi l’avvio del focolaio epidemico sono i tasselli che compongono il puzzle di questa epidemia – osserva -. L’Ebola è una zoonosi: il virus vive nei pipistrelli della foresta equatoriale e può essere trasmesso ad altri animali, in particolare alle scimmie. Quando la popolazione, spinta dalla fame e dall’assenza di alternative alimentari, si nutre della carne di questi animali spesso senza adeguata cottura, il virus passa all’uomo».
La grande foresta tropicale che si estende tra Congo e Uganda costituisce da decenni un serbatoio naturale del virus. «Eradicare l’Ebola è impossibile – fa eco Giovanni Putoto, responsabile della programmazione sanitaria internazionale di Medici con l’Africa Cuamm -. Come si può controllare la presenza dei pipistrelli in una foresta equatoriale vastissima?». Per questo motivo, secondo l’esperto, il vero obiettivo non è eliminare definitivamente il virus, ma costruire efficaci sistemi di prevenzione e di contenimento. Tuttavia proprio questo rappresenta la sfida più difficile nelle regioni orientali congolesi, dove il conflitto armato rende quasi impossibile garantire un controllo sanitario capillare del territorio.
Il conflitto armato blocca la prevenzione
Le province dell’Ituri, del Nord Kivu e del Sud Kivu, dove si registrano gran parte dei casi, sono infatti tra le aree più instabili dell’intero continente africano. Qui operano decine di gruppi armati, milizie locali e movimenti ribelli che combattono per il controllo di immense ricchezze minerarie, tra cui coltan, oro e cobalto. Gli scontri hanno provocato milioni di sfollati interni, costringendo la popolazione a continui spostamenti alla ricerca di sicurezza e cibo. In questo scenario, il monitoraggio epidemiologico diventa estremamente complicato.

Bunia, Repubblica Democratica del Congo, 21 maggio 2026. Foto di Moses Sawasawa
Ali Mahamat Moussa, direttore generale dell’Istituto nazionale di sanità pubblica del Ciad, sottolinea come il problema non riguardi soltanto la mancanza di fondi. «Certamente servono risorse economiche e strutture sanitarie – afferma -, ma non bisogna dimenticare che questa epidemia si sviluppa in una zona di guerra dove l’organizzazione dello Stato è molto difficile, se non impossibile». Moussa evidenzia inoltre il peso dei cambiamenti climatici e dell’insicurezza alimentare, fattori che spingono sempre più persone a penetrare nelle foreste per procurarsi cibo, aumentando così il rischio di contatto con animali portatori del virus.
Infrastrutture fragili e diagnosi complesse
La fragilità delle infrastrutture sanitarie rappresenta un ulteriore elemento critico. Molti villaggi si trovano in aree isolate, difficili da raggiungere anche in condizioni normali. Quando poi il territorio è attraversato da combattimenti, le équipe mediche e le organizzazioni umanitarie incontrano enormi ostacoli logistici e di sicurezza. «La sorveglianza epidemiologica deve essere molto stretta – spiega Moussa -, ma nelle zone rurali controllate dai gruppi armati diventa estremamente difficile intervenire rapidamente».
Nonostante ciò, Moussa respinge l’idea che il problema sia dovuto a una scarsa preparazione del personale sanitario africano. «I medici africani sono spesso molto preparati sulle malattie tropicali e infettive – sostiene -. Il problema non è la competenza clinica, ma la debolezza dei sistemi di sorveglianza». I primi sintomi dell’Ebola – febbre, diarrea, spossatezza – possono infatti essere confusi con molte altre malattie diffuse nella regione, come malaria o febbre tifoide. Per questo è fondamentale disporre di reti diagnostiche efficienti e di sistemi in grado di individuare rapidamente i primi casi sospetti.

Anche le organizzazioni internazionali e le Ong svolgono un ruolo decisivo. Strutture come Organizzazione mondiale della sanità, Africa Cdc e Medici Senza Frontiere hanno accumulato una notevole esperienza nella gestione delle epidemie di Ebola. Tuttavia, secondo Moussa, l’efficacia degli interventi dipende soprattutto dalla capacità politica degli Stati africani di costruire sistemi sanitari nazionali e regionali più solidi e coordinati. «Sono le autorità politiche – afferma – a dover creare strutture permanenti di sorveglianza per bloccare sul nascere la diffusione di malattie mortali come l’Ebola».
L’incognita del nuovo ceppo e la mobilità dei rifugiati
Un altro elemento di preoccupazione riguarda il ceppo virale attualmente in circolazione. «L’attuale epidemia – osserva Giovanni Putoto – è causata dal ceppo Bundibugyo, diverso dal più noto ceppo Zaire responsabile della grande epidemia dell’Africa occidentale del 2014-2016. Il problema è che per questo ceppo abbiamo pochi strumenti diagnostici specifici e non esistono vaccini pienamente efficaci come quelli sviluppati per il ceppo Zaire». Delle 17 epidemie di Ebola che hanno colpito la Rdc dal 1976, solo due sono state causate dal ceppo Bundibugyo.
Putoto ricorda come durante l’epidemia che colpì Sierra Leone, Liberia e Guinea tra il 2014 e il 2016 si riuscì a contenere la diffusione del virus grazie a una massiccia mobilitazione internazionale, all’introduzione di vaccini sperimentali e a un forte coinvolgimento delle comunità locali. Oggi, invece, il contesto appare ancora più difficile a causa dell’intensificarsi dei conflitti armati nell’est del Congo. Secondo lui, uno degli aspetti più pericolosi è rappresentato dalla mobilità forzata della popolazione. «Parliamo di milioni di sfollati – spiega -, persone che si spostano continuamente per sfuggire alla violenza e cercare risorse di sopravvivenza». Questo continuo movimento facilita inevitabilmente la diffusione del virus oltre i confini nazionali, come dimostrano i casi registrati in Uganda.
«La prevenzione – conclude Putoto – richiede non soltanto medici preparati, ma anche laboratori diagnostici decentrati, disponibilità di dispositivi di protezione, mezzi di trasporto e una rete sanitaria capace di raggiungere rapidamente le aree rurali più isolate. Tutti elementi che risultano estremamente fragili in contesti segnati da guerre e instabilità cronica».



