In Burkina Faso il dolore non parla una sola lingua

di Tommaso Meo
Burkina Faso : l’accès aux soins de santé de plus en plus fragilisé Barsalogho, centre médical. Un médecin, dont l'équipe consulte plus de 150 enfants par jour pour des cas de paludisme et de malnutrition. 04/09/2019 Copyright : CICR

di Beatrice Donzella – Centro Studi Amistades

Nel Paese sahelinao la sofferenza psichica si muove tra parole difficili da tradurre, categorie cliniche importate, fede, famiglia e comunità. Raccontarla significa evitare di ridurla a diagnosi occidentale o idealizzare le risposte tradizionali

In Burkina Faso, un Paese in cui si parlano più di 70 lingue, termini come depressione o ansia non sono traducibili nella maggior parte degli idiomi locali, da un punto di vista linguistico, ma anche concettuale. Quando i medici spiegano una diagnosi in francese e questa viene poi tradotta in lingue locali, come il Dioula, il significato clinico può perdersi lungo il percorso. Per molte persone, soprattutto nelle aree rurali, quelle parole appartengono a un altro universo di senso e possono essere percepite come “problemi dei bianchi”, lontani dall’esperienza quotidiana del dolore.

Il riconoscimento verso la sofferenza esiste, comportamenti vengono osservati e nominati con precisione. Ciò che cambia è la lente attraverso cui questi segni vengono interpretati e vengono letti come il segnale di una frattura spirituale, familiare o sacro. Si arriva a parlare un’altra lingua (o più lingue), quindi il dolore non scompare, semplicemente la categoria clinica non riesce a tradurre il vissuto locale.

Le categorie cliniche occidentali, come “depressione”, “ansia” o “trauma” nascono dentro una storia medica, culturale e sociale precisa. Applicarle automaticamente a contesti diversi rischia di produrre una fallacia di categoria: l’errore di pensare che un concetto valido in un sistema culturale abbia necessariamente lo stesso significato e la stessa utilità in un altro. Parlare di salute mentale in Burkina Faso significa allora chiedersi anche chi ha il potere di dare un nome al dolore. Quando una categoria clinica viene importata come se fosse universale, rischia di cancellare gli idiomi locali del disagio, parole, gesti, comportamenti o silenzi attraverso cui una comunità vive la sofferenza e riconosce il malessere. Le categorie possono diventare istituzioni, modificare il modo in cui le persone percepiscono se stesse e trasformare l’esperienza stessa della sofferenza.

Il punto è comprendere che ogni definizione del dolore nasce da un incontro, spesso fragile, tra sistemi di conoscenza di natura medica, familiare, religiosa e comunitaria, oltre a quella segnata dalla storia coloniale e dalla crisi istituzionale. Anche la psichiatria moderna, infatti, ha una storia specifica nel Paese, arrivata con la colonizzazione francese e i primi reparti, come quello di Bobo-Dioulasso nel 1957, erano spesso luoghi di isolamento, simili a prigioni, dove i pazienti venivano separati dalle famiglie. Accanto a questa eredità, esiste però anche una storia di riforma, influenzata dalla scuola di Dakar, che ha cercato di aprire le mura degli ospedali e creare centri psichiatrici, integrando il trattamento nella comunità.

Dentro questo spazio complesso, il sacro e la tradizione restano spesso la prima risposta alla crisi psichica. Il marabout, spesso anche guaritore spirituale, è in molti casi la prima persona a cui una famiglia si rivolge, prima ancora dello psichiatra. La sofferenza può essere attribuita agli spiriti, ai jinns, allo shaitan o alla rottura di equilibri spirituali. Anche le pratiche di cura seguono questa logica, venendo spesso usate erbe, versi del Corano immersi nell’acqua da bere, rituali tradizionali. La fede può offrire un linguaggio, una causa, una forma di appartenenza e una possibilità di cura, allo stesso tempo però, può convivere con stigma, paura, esclusione o pratiche che non sempre proteggono chi soffre.

Quando i servizi di salute mentale sono pochi o difficili da raggiungere, la prima risposta alla sofferenza arriva dalla famiglia. È la famiglia che osserva i primi segnali, interpreta il cambiamento, accompagna o trattiene, protegge o nasconde. In assenza di una rete pubblica capillare e di tutele sufficienti, il peso della cura ricade spesso interamente sui parenti, che diventano il primo vero spazio di contenimento del disagio. Bisogna riflettere però sul fatto che, da un lato, la famiglia può essere l’unico argine contro l’abbandono; dall’altro, può trovarsi sola davanti a una sofferenza che non sa nominare, gestire o sostenere nel tempo, finendo talvolta per non riconoscerla o per non accettarla pienamente.

Lo stesso vale per la comunità. Nei villaggi rurali, le reti comunitarie possono offrire vicinanza, riconoscimento e aiuto materiale, ma non sempre riescono a includere chi manifesta un disagio psichico profondo. Secondo alcune ricerche condotte nella zona rurale di Burkina Faso, i profili di sofferenza ansioso-depressiva, somatica e psicotica risultano associati a un sentimento di esclusione sociale. Quando il malessere viene letto attraverso tabù, colpe spirituali o paura della diversità, la comunità può smettere di essere rifugio e diventare confine. Chi soffre dipende dagli altri per essere protetto, ma può proprio attraverso lo sguardo degli altri sentirsi isolato, nascosto o lasciato ai margini.

A rendere tutto più difficile c’è una crisi istituzionale profonda. Nel Paese ci sono solo 11 psichiatri e 5 psicologi per una popolazione di oltre 20 milioni di persone. Circa 1,1 milioni di persone vivono in zone difficili da raggiungere, dove gli spostamenti sono limitati dall’insicurezza e i ritardi nelle risposte superano i tre mesi, lasciando comunità sfollate senza assistenza e aumentando ulteriormente stress e rischio psichico.

Secondo il Global Humanitarian Overview 2025 delle Nazioni Unite, nel 2024 circa 190.000 bambini in Burkina Faso hanno ricevuto supporto psicosociale e assistenza per la salute mentale. È un numero importante, ma racconta anche l’enormità della domanda, soprattutto in un contesto in cui i bambini rappresentano il 55% della popolazione target degli aiuti. In questo scenario, il disagio psichico non può essere letto solo come esperienza individuale, né solo come questione culturale. È anche il prodotto di una logistica della sopravvivenza che si consuma sotto il peso della guerra, dello sfollamento e della mancanza di risorse.

Raccontare la salute mentale in Burkina Faso significa allora che la visione occidentale non basta per il dolore compreso nelle diagnosi occidentali, ma non basta nemmeno rifugiarsi in una lettura romantica della tradizione. La sofferenza psichica si muove tra medicina, fede, famiglia, comunità e istituzioni fragili, dove ogni spazio può curare, contenere, spiegare, ma può anche escludere, semplificare o lasciare qualcuno indietro.

Il cuore del problema risiede nell’impossibilità di ridurre la sofferenza a un unico codice interpretativo. Comprendere la salute mentale in un simile contesto richiede la capacità di far dialogare prospettive diverse e di comprendere il dolore attraverso più di un vocabolario. Richiede la capacità di riconoscere cosa vede il medico, cosa vede la famiglia, cosa vede il marabutto, cosa vede la comunità e cosa resta invisibile a ciascuno di loro. Restituire complessità a questo quadro significa evitare ridurre le persone a sintomi, senza dimenticare che non tutte le forme di cura proteggono davvero chi soffre.

Condividi

Altre letture correlate: