Egitto, Marocco e Sudan alleati dei sauditi in Yemen

di Enrico Casale
Un F16 in volo sulle piramidi egiziane

Soldati egizianiAnche tre Paesi africani sono entrati a far parte della coalizione militare allestita dall’Arabia saudita per intervenire in Yemen. Sono Egitto, Marocco e Sudan. Sudan e Marocco hanno già inviato propri cacciabombardieri a compiere blitz contro le postazioni dei ribelli sciiti. L’Egitto invece ha assicurato che parteciperà con propri velivoli, navi da guerra e truppe, in caso di un intervento di terra. Oltre alle tre nazioni africane, i sauditi sono riusciti a coinvolgere nel neonato fronte sunnita anche i Paesi del Golfo (che, ad eccezione dell’Oman, hanno tutti partecipato all’attacco), la Turchia (sebbene abbia promesso solo supporto logistico), Pakistan e Giordania.

Ma andiamo con ordine. Lo Yemen è un Paese piccolo, ma complesso e, al tempo stesso, strategico. Governato per trent’anni da Ali Abdullah Saleh, che godeva del sostegno di Riad e Washington, ha conosciuto uno sconvolgimento politico con l’avvento delle Primavere arabe. Caduto Saleh, è arrivato al potere il suo vice Abdou Rabdou Mansour Hadi. Il nuovo Presidente si è trovato a fare i conti con la crescente minaccia di al Qaeda, molto forte nell’area, e delle milizie tribali houthi, di fede islamica, ma sciita. Queste ultime, inizialmente trascurate, hanno acquisito sempre più forza grazie agli aiuti provenienti dall’Iran. La loro offensiva, lanciata nelle settimane scorse, le ha così portate a conquistare, prima, la capitale Sana’a e, poi, a minacciare la città portuale di Aden. Per l’Arabia saudita avere ai propri confini un Paese alleato al nemico storico iraniano non è tollerabile. Lo è ancora meno se questo Paese è lo Yemen che controlla l’accesso al Mar Rosso. Si profila quindi uno scontro che, andando al di là della guerra civile yemenita, coinvolga, da un lato, le nazioni sciite (Iran, Siria, Iraq) e, dall’altro, quelle sunnite (guidate dall’Arabia saudita e sostenute dagli Stati Uniti) per il controllo del Medio oriente e delle sue risorse.

I Paesi nordafricani, tradizionalmente sunniti, si sono schierati subito a fianco di Riad. Alla base di questa scelta c’è certamente una comune appartenenza religiosa, ma anche motivi più pratici. L’Egitto, dopo la caduta della Fratellanza musulmana e l’avvento al potere di Abd al-Fattah al-Sisi, è diventato l’alleato più fedele della monarchia saudita. E questo sia perché Riad sostiene (anche economicamente) il regime del Cairo, ma anche perché Egitto e Arabia hanno un comune interesse nel controllo del Mar Rosso (una  delle principali rotte commerciali del mondo) e dello Stretto di Aden. Lo stesso si può dire del Sudan che, se in passato era un fedele alleato dell’Iran, oggi si trova a fianco dei sauditi proprio per difendere i suoi interessi strategici (ricordiamo che da Port Sudan passa tutto il petrolio che Khartum vende all’estero, Cina inclusa).

A questo fronte ha aderito anche il Marocco. Baluardo sunnita (il sovrano vanta una discendenza diretta con il profeta Maometto), non poteva esimersi dall’intervenire. La diplomazia di Rabat ha infatti subito dichiarato «piena solidarietà» all’Arabia saudita e ha inviato tre cacciabombardieri a bombardare le milizie sciite yemenite.

Quanto durerà questo conflitto? Si estenderà ad altre aree? Per il momento è difficile dirlo. Il rischio è che la guerra civile yemenita si trasformi in un conflitto regionale. In un’area che già da anni non è stabile.

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