Centrafrica – Denunciate miniere cinesi che distruggono l’ambiente

di Marco Simoncelli

“Disastro ecologico “, “fiumi inquinati”, “minaccia per la salute pubblica”: un rapporto di una commissione parlamentare d’inchiesta nella Repubblica Centrafricana pubblicato sabato scorso, ha denunciato i danni provocati dall’estrazione dell’oro di quattro compagnie minerarie cinesi nella zona attorno alla città di Bozoum, nel nordovest del paese, e ha chiesto la cessazione delle attività.

“Lo sfruttamento dell’oro da parte delle compagnie cinesi a Bozoum non è redditizio per lo Stato ed è dannoso per la popolazione e l’ambiente”, affermano i membri della commissione parlamentare nell’indagine condotta nelle vicinanze della città, come riporta anche Jeune Afrique. Le aziende cinesi interessate sono la Tian Roun, Tian Xiang, SMC Mao e Meng.

Sul posto gli inquirenti centrafricani hanno rilevato un forte inquinamento delle acque del fiume Ouham, la deviazione del letto del corso d’acqua da parte delle compagnie minerarie e la scomparsa delle specie acquatiche. Tra le popolazioni rivierasche, inoltre, “i casi di aborto sono in aumento a seguito l’inquinamento”, afferma il rapporto, in cui si registra anche la maggiore frequenza delle morti nei villaggi di pescatori e la difficoltà di accesso all’acqua potabile.

A sollevare il caso, denunciando lo scarico di sostanze tossiche nel fiume Ouham, era stato nei mesi scorsi padre Aurelio Gazzera. Il missionario carmelitano, originario di Cuneo, aveva anche pubblicato un video per documentare gli abusi. Secondo la commissione, è possibile che le concessioni minerarie siano state ottenute illegalmente o che comunque ci siano irregolarità sul piano fiscale. “Una produzione media mensile per ciascun sito compresa fra 400 grammi e un chilo – si sottolinea nel rapporto – è incompatibile con i costi giornalieri dichiarati”.

Il rapporto infatti denuncia anche un fenomeno ricorrente che è quello della complicità delle autorità locali e nazionali, e le violenze contro le popolazioni, commesse dalle forze armate centrafricane che proteggono gli operatori. Raccomanda un’indagine giudiziaria sulle possibili implicazioni fraudolente di politici e alti funzionari nell’ottenimento di licenze commerciali.

Le denunce di abusi commessi dalle società minerarie nella Repubblica Centrafricana sono ricorrenti. Relazioni parlamentari, rapporti ministeriali, rapporti delle Nazioni Unite, dal 2016 non hanno migliorato la situazione e le società minerarie continuano indisturbate a depredare le risorse centrafricane.

Il Centrafrica, ricco di risorse naturali, è lacerato da un conflitto dal 2013 a seguito del colpo di Stato che portò alla destituzione dell’allora presidente François Bozizé ad opera di ribelli a maggioranza musulmana assistiti da mercenari provenienti dal Ciad e dal Sudan. Da allora la Rca è dilaniata dalle violenze tra milizie musulmane ex-Seleka e i cristiani anti-Balaka e dagli scontri tra gruppi armati che si contendono il controllo del territorio e le sue risorse. Nonostante gli accordi di Khartoum siglati a febbraio da governo e 14 leader ribelli, l’80% del territorio è in mano a bande che rispondono a leader locali. L’intesa firmata in Sudan prevedeva il loro disarmo, ma non è avvenuto. I saccheggi e le violenze continuano in tutto il paese, anche di recente nella capitale Bangui.

Secondo le Nazioni Unite le violenze hanno costretto circa 4,5 milioni di persone ad abbandonare le loro abitazioni. Nel Paese, stima l’Onu, circa 2,5 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria.

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