Castel Volturno, le storie che non ti aspetti*

di Stefania Ragusa

E’ lunga e dritta la via Domitiana: le auto sfrecciano sul rettilineo che taglia il paese in due, una fitta fila di case e negozi affolla i margini della strada. Le rotatorie interrompono la costanza dell’andatura: sono gli unici punti da cui è possibile tornare indietro, voltarsi, guardarsi le spalle, costringendo il guidatore a fare sempre più strada del necessario. Castel Volturno, 17 km di lunghezza, si snoda di lato, senza profondità. Sullo sfondo la campagna e le bufale pascolano sotto il tiepido sole invernale.
A Castel Volturno ci sono circa 25.000 mila abitanti registrati a cui si aggiungono oltre 15.000, dicono le stime, persone non censite dal Comune. Si sente spesso dire che nella città convivono almeno tre diverse comunità: i locali doc, quelli che si sono trasferiti dalle zone limitrofe per il basso costo delle abitazioni e della vita (soprattutto in seguito al terremoto degli anni ’80) e gli stranieri, nigeriani e ghanesi per la maggior parte.

«Prima qui si veniva in vacanza, si pagava in dollari, si susseguivano le villette ed i villaggi turistici che ospitavano le famiglie più agiate del napoletano», ci raccontano due pescatori che incontriamo lungo la spiaggia, puntellata da case erose dalla salsedine, dal vento, dalle onde del mare. Oggi abbandono, degrado e cementificazione selvaggia contraddistinguono queste aree. Castel Volturno nel corso degli anni ha mutato il suo aspetto, sia dentro, sia fuori, dando origine ad un ghetto in cui vigono regole proprie e legalità ed illegalità si combinano. Potevamo soffermarci su questo in fondo prevedibile lato. Invece abbiamo voluto raccontare le storie di rinascita, di riuscita: di chi ogni giorno sceglie di rimanere poiché è qui che aveva o ha costruito le sue radici

Percorriamo la rotatoria per tornare indietro e parcheggiamo di fronte all’ambulatorio Emergency. C’è folla nonostante siano appena le 9 e Sergio, il coordinatore, ci accoglie: «Offriamo l’assistenza sanitaria di base a chi non può o non sa accedervi». Uomini, donne e bambini riempiono la sala da attesa. I bambini giocano, gli adulti passeggiano, chiacchierano oppure parlano al cellulare. E’ strano ma il clima sembra di festa e le lingue si mescolano. Riesco a cogliere i dialoghi in inglese, francese e quelli con marcato accento campano. Sergio è paziente ed indaffarato. «Sono molti i problemi che si intrecciano per le strade di a Castel Volturno», spiega. «Spesso le conseguenze più gravi sono dovute alla mancanza di informazione».

Maureen, al suo tavolo di lavoro. Foto: Alessandro Cinque.

In sala d’attesa incontriamo Maureen. Viene dalla Nigeria ed ora vive a Pineta Grande. Ha voglia di chiacchierare e, mentre l’accompagniamo in auto alla sartoria in cui lavora, ci racconta la sua storia. «Sono arrivata in Italia molti anni fa, da sola, senza conoscere nessuno. Ora sto bene: ho la mia casa e la mia famiglia, ma ho fatto parecchia fatica a rimettere in sesto la mia vita. Ed adesso che ci sono riuscita, qui mi sento a casa. Dovevo pagare il mio debito a coloro che mi avevano aiutata ad arrivare fin qui. Ma l’Italia, l’Europa, non era proprio come mi avevano raccontato… Mi dicevano che sarebbero bastati 6 mesi di scuola per imparare la lingua e che poi avrei trovato un lavoro. Pochi giorni dopo l’arrivo, invece, mi proposero la via della prostituzione. Nonostante l’accordo che avevo firmato prima di partire, rifiutai. Dopotutto la mia situazione che mi prospettavano era molto diversa da quella su cui ci eravamo accordati. Trovai il coraggio e scappai, c’erano altre 4 donne con me. Chiedemmo aiuto al Centro Fernandes, un’istituzione a Castel Volturno. Ci accolsero ed aiutarono ad ottenere i documenti e trovare un lavoro. Ho avuto tante occupazioni diverse, sono stata anche la segretaria di un medico (in Nigeria studiavo infermieristica) fin quando Anna, la direttrice della sartoria Made In Castel Volturno, non mi conobbe e chiese di rimanere. Non sapevo cucire benissimo, ma il lavoro mi piacque subito».

Maureen sta ancora pagando il suo debito, ogni mese versa quel che può convinta che pian piano riuscirà a liberarsi. Ci mostra con orgoglio gli abiti, le borse, le cravatte ed i grembiuli da cucina che ha realizzato. E proprio un attimo prima di andar via annuncia: «Ho intenzione di scrivere un libro per narrare la mia storia, perché ne ho passate veramente tante».  

Becky Doe. Foto: Alessandro Cinque.

Passeggiando lungo la strada che conduce ad Ischitella sentiamo un gran vocìo, accompagnato dalla musica. I suoni provengono dal piano terra di un bianco edificio. Bussiamo. Becky Doe, 38 anni, ci apre e ci invita ad entrare nella sua Chiesa Pentecostale: nell’ampia sala una donna canta a squarcia gola, un bambino suona la batteria e i fedeli pregano allegri. Becky è qui dal 1998, aveva 17 anni. «Un giorno, mentre mi dirigevo a scuola guida, sentii una voce. Non volevo cambiare rotta ma era forte, chiara e mi spinse verso casa di una mia amica. Lì incontrai un pastore. Quell’uomo sapeva tutto di me e mi confermò che la voce che avevo sentito, che mi aveva guidata, era divina. Ebbi i brividi per tre giorni e alla fine presi la mia decisione: sarei diventata un pastore. Oggi sono felice, orgogliosa del mio operato ed ho aperto la mia chiesa insieme a mio marito Prosper. Diciamo messa tutti i giorni. Ma la celebrazione della domenica, alle 11.30, è una festa straordinaria. Organizziamo anche dei pullman per andare a prendere i fedeli che altrimenti non saprebbero come arrivare».

A Castel Volturno, a causa del dissesto finanziario della compagnia che gestiva i trasporti, infatti non passano più gli autobus e la gente deve organizzarsi come può. Sono diventati molto comuni gli “one euro bus”: piccoli mezzi con autisti improvvisati che percorrono le tratte principali permettendo di raggiungere i luoghi desiderati. Il tutto per un euro. Becky e Prosper offrono, come possono, aiuto e sostegno alla comunità. Lei oggi parte anche di un vivace ed attivo gruppo di teatro e non vuole andar via. A meno che Dio non le faccia sapere che c’è bisogno di lei altrove.

Maurizio nel suo negozio di alimentari. Foto: Alessandro Cinque.

Maurizio ha aperto il suo negozio di alimentari nel 1983. E’ un’istituzione qui a Destra Volturno. E’ allegro e cordiale mentre un continuo via vai di persone interrompe la nostra intervista. «L’80 per cento dei miei clienti è africano. Senza di loro avrei già chiuso. Ci mostra la merce in vendita e racconta come l’assortimento degli scaffali sia mutato nel corso del tempo. «Ci sono moltissime creme di bellezza poiché gli africani sono assai attenti alla cura del corpo, ma guai a cambiare packaging. Vedete questa?», domanda mostrandoci la stessa lozione per il corpo contenuta in due confezioni diverse. «Da quando l’azienda ha deciso di rinnovare il packaging nessuno la compra più». Molte bibite gassate, birra analcolica, zenzero e casse di yam. Maurizio parla twi con i suoi clienti ghanesi, sono quasi tutti amici e scherzano vivacemente mescolando le lingue. «Ho imparato il twi giorno per giorno, in negozio, un po’ per gioco un po’ per la necessità di comunicare». In un piccolo quaderno sempre a portata di mano appunta ogni nuova parola che giunge al suo orecchio.

Mamadou. Foto: Alessandro Cinque.

Mamadou ha 36 anni e viene dalla Costa D’Avorio. E’ portavoce del movimento dei migranti di Caserta e mediatore culturale presso lo SPRAR. «Sono arrivato in Libia dopo un lungo e spaventoso viaggio, attraverso il deserto. Ho lavorato per qualche tempo come muratore ma poi sono stato imprigionato. Dopo quaranta giorni un amico pagò la cauzione. Appena ho potuto mi sono imbarcato per Lampedusa. La nostra barca era ormai alla deriva quando arrivò la Guardia Costiera. Noi non facevamo altro che tirare l’acqua a secchiate fuori dalla barca. Da Lampedusa fui condotto in un centro di accoglienza a Roma. Non riuscii ad ottenere i documenti necessari per il permesso di soggiorno e così fui mandato via.

Ho dormito per strada fin quando, durante una manifestazione, ho conosciuto il “Movimento dei migranti” e mi sono trasferito a Castel Volturno. Ho lavorato in nero nelle campagne di mezza Italia. Sono stato a Rosarno, in Emilia Romagna ed ho raccolto tabacco nei campi di Cancello Scalo (Caserta) dalle 6 di mattina alle 9 di sera per 25 euro al giorno finché, finalmente, grazie all’aiuto del movimento, sono riuscito a mettermi in regola. Da quel momento la mia vita è cambiata. Oggi lavoro come mediatore. Fare il mediatore vuol dire essere un punto di riferimento per la comunità. Chi arriva conosce poco del luogo e dei costumi in cui dovrà inserirsi ed è, perciò, sulla base dei miei consigli che sceglierà la strada da intraprendere. Credo sia fondamentale far capire che è necessario essere attivi, rendersi utili, mostrare quanto sappiamo fare, senza aspettare che l’aiuto arrivi da qualcun altro».

«Come gli altri ti vedono tu finisci per sentirti», ci dice Gian Luca, sceneggiatore milanese trapiantato a Caserta, sottolineando come il raggiungimento di uno status di regolarità sia cruciale per permettere a un migrante di uscire dalla condizione di vittima inerme e vulnerabile. Il lavoro che Sergio e gli altri membri dello staff Emergency svolgono ogni giorno all’interno dell’ambulatorio è un tassello fondamentale per ricostruire la dignità, spesso danneggiata, di ciascun uomo, senza distinzione.

Chiara Sgreccia

*Questo reportage nasce all’interno del progetto editoriale “Dove l’erba trema. Vite invisibili nelle campagne d’Italia” promosso da EMERGENCY e diviso in tre capitoli, ciascuno dedicato a un territorio simbolo dello sfruttamento dei lavoratori agricoli nelle nostre campagne. Attraverso le storie, i numeri, le immagini e le illustrazioni di importanti fumettisti italiani – Gianluca Costantini, Simona Binni, Mattia Surroz e Sio – il progetto racconta Castel Volturno (primo capitolo, online dal 13 Dicembre 2018), la zona della Capitanata – in provincia di Foggia (secondo capitolo, online dal 14 Gennaio 2019) e la Piana di Gioia Tauro ( in uscita a Febbraio 2019).

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