Addio alle case galleggianti del Cairo

di claudia
casa galleggiante cairo

di Federico Monica

Le autorità della capitale egiziana hanno iniziato la demolizione delle ultime Awamat, le colorate case galleggianti in legno che da tempo immemore punteggiano il Nilo. Le motivazioni ufficiali dietro la cancellazione di questo importante pezzo di storia sono l’assenza di autorizzazioni e la volontà di “abbellire” il waterfront della città.

Una barca increspa appena le acque placide del Nilo avvolte dalla foschia dell’alba, alle sue spalle una piccola casa a due piani oscilla lievemente cullata dalla corrente, le sue pareti colorate di bianco e turchese si specchiano nel fiume mentre il caos impazzito delle strade del Cairo sembra lontano anni luce.

Una scena senza tempo che racconta del rapporto millenario fra la capitale egiziana e il Nilo che probabilmente non vedremo più: le autorità del Cairo hanno infatti dichiarato guerra alle “Awamat”, case galleggianti costruite su piattaforme o su un vecchio scafo di nave e collegate da traballanti ponticelli a piccoli ma rigogliosissimi giardini sulla terraferma, una boccata d’ossigeno e verde fra il cemento della città. Alcune di queste risalgono all’epoca della dominazione ottomana, di cui mantengono lo stile architettonico con le ampie terrazze dalle ringhiere intagliate, le vetrate a riquadri o le gelosie in legno. Si dice che all’epoca fossero centinaia, utilizzate spesso dai ricchi borghesi come seconde case per lo svago in cui organizzare cene, feste e spettacoli, poi nel corso del novecento divennero ritrovo di artisti, scrittori e circoli di giovani creativi ma anche di politici e autorità.

Fino alla scorsa settimana di quelle centinaia ne restavano poche decine, alcune occupate da vivaci locali notturni, altre ancora abitate sia da intellettuali che da persone comuni.
Negli ultimi mesi questa piccola e colorata comunità lungo il braccio del Nilo compreso fra il quartiere Imbaba e l’isola di Zamalek è diventata per le autorità egiziane l’emblema dell’illegalità: le case galleggianti, alcune delle quali costruite quasi un secolo fa, non sono infatti dotate di permessi di costruire né di autorizzazioni valide e andrebbero quindi eliminate.

Per estirparle si sono mossi due ministeri e addirittura le autorità militari, dapprima elevando multe salatissime ai proprietari, poi rifiutando l’iter di conferimento delle autorizzazioni e infine, fra la fine di giugno e i primi giorni di luglio, rimuovendo e distruggendo molte delle Awamat superstiti, negando persino qualsiasi risarcimento ai proprietari.
Una storia triste e per alcuni versi assurda, che toglie alla città una parte importante del suo patrimonio storico e culturale ma che non stupisce osservando gli interventi devastanti che si susseguono in quartieri storici per fare posto a nuove costruzioni o a infrastrutture.

Le case in legno colorate in toni vivaci se ne vanno, trascinate da piccoli rimorchiatori una dopo l’altra; la legalità è finalmente ripristinata, l’Egitto è salvo e si può passare ora alla seconda parte del piano: il programma di “abbellimento” del lungofiume di cui questo intervento sarebbe parte.
Si scrive abbellimento si legge gentrificazione: sull’altra sponda del fiume, sotto la foresta di anonimi e grigi grattacieli di Zamalek, enormi piattaforme galleggianti ospitano terrazze di ristoranti e locali esclusivi, questi sì, dotati delle autorizzazioni necessarie.

Succederà la stessa cosa al posto delle Awamat? Probabilmente sì: un abbellimento simile a tante altre parti della capitale, fatto di locali posticci, insegne al neon e spianate di cemento bordate di palme al posto dei giardinetti rigogliosi.
La bellezza è soggettiva, si dice, ma il fascino no. E il fascino autentico e popolare di una città millenaria e del suo ancestrale rapporto col fiume affonda lentamente, insieme alle sue ultime Awamat.

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