Sono le comunità che fanno le città: la riflessione di un architetto da Pemba

di claudia
mozambico

di Federico Monica

Le città africane spesso mancano di servizi essenziali e adeguata pianificazione urbanistica. Ma conservano la cosa forse più importante: l’idea di comunità. Che noi abbiamo smarrito. Le riflessioni di un architetto italiano impegnato in un progetto di cooperazione per la riqualificazione di un quartiere di Pemba, città nel nord del Mozambico

Il vecchio chefe del quartiere mi guarda con un accenno di sorriso. Ha occhi vivi e liquidi che sembrano voler raccontare la moltitudine di cose viste in una vita. Si è informato del motivo della mia presenza – un architetto italiano che collabora a un progetto di cooperazione per riqualificare una città del nord del Mozambico –, ha ascoltato con attenzione e ora, prima di andarsene, mi afferra la mano, e: «Estamos juntos». “Siamo insieme”. Frase che ricorre spessissimo: quando ci si saluta, a chiusura di una riunione, addirittura per concludere discussioni e litigi. Estamos juntos. In Senegal si dice Nio far, in Tanzania Tuko pamoja. Non amo indugiare in parallelismi fra culture del continente africano, esercizio a rischio di generalizzazioni, ma devo riconoscere che questo è fra i concetti che più ritornano e risuonano a varie latitudini, anche lontanissime fra loro.

Siamo insieme”. Non basta questo a fare una comunità? O una città?

Sorrido e mi accorgo del sole che tramonta sulla penisola di Pemba. È la golden hour, quella attesa con trepidazione dai fotografi, che avvolge tutto di una patina calda e radente, e che a queste latitudini dura una manciata di minuti. Non faccio foto, non è il mio mestiere, ma ogni giorno assaporo gli attimi di fine giornata osservando la vita di questo quartiere informale alla luce morbida del sole che scende.

Lungo una strada polverosa che si arrampica su per una ripida collina fra case e banani si rincorrono bambine e bambini che tornano da scuola schiamazzando nelle loro uniformi eleganti; una donna sulla veranda di casa travasa acqua da una tanica di plastica gialla, poco oltre, dall’altra parte della strada, un gruppo di ragazzi rincorre un pallone a piedi nudi. Le loro urla riempiono l’aria di vita e coprono la voce di una giovane che tenta di vendere i grossi pesci che porta in una bacinella in equilibrio inspiegabile sulla testa. Un falegname armeggia sotto una tettoia alle assi di un letto mentre sua figlia dorme su una stuoia. Mi saluta, come tutti, e con il mio stentato portoghese gli faccio i complimenti per la sua opera. «Estamos juntos», mi risponde.

Foto: LUZ

Il mio lavoro è spesso cercare cosa manchi in queste città, evidenziarne rischi, lacune, pericoli e problemi, e tentare di disegnare mitigazioni o possibili soluzioni. A quest’ora però è diverso: sarà la luce dorata, saranno le parole del vecchio chefe, ogni cosa sembra essere al posto giusto, in un ordine indecifrabile ma presente. Tanti individui che si fanno gruppo, come voci apparentemente isolate che diventano un coro.

Che cosa manca a questo quartiere? Cosa manca a queste città? Molte cose: dai diritti alle opportunità, dai servizi essenziali alla possibilità di sognare un futuro diverso. Eppure, osservando la vita che mi scorre intorno la domanda nella mia mente è un’altra: che cosa abbiamo perso per strada? Cosa manca alle nostre città?

Da decenni abbiamo messo a punto un modello urbano che studia e pianifica le città come fossero macchine: il più possibile funzionali, efficienti e perfette. Dove le nostre individualità si possano sviluppare al meglio.

Smart cities, le chiamiamo, convincendoci che la tecnologia debba essere intelligente per forza e tutto debba essere veloce, connesso, a portata di mano, senza imprevisti. E dimenticando che le cose davvero importanti forse sono altre: tornare a essere comunità, o riscoprire il valore delle cose semplici, la bellezza del condividere. E magari assaporare di nuovo il gusto di dirsi: estamos juntos.

Questo articolo è uscito sul nuovo numero della rivista Africa.

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