Un’Europa piena di crepe

di Stefania Ragusa
Tempo di lettura stimato: 4 minuti

Con il reportage Palmira. El otro lado, pubblicato l’anno scorso dal Pais Semanal, il fotografo Carlos Spottorno e il giornalista Guillermo Abril sono entrati nella shortlist di un premio giornalistico importante, l‘European Press Prize (conosceremo l’esito a fine maggio). Pur trattandosi di un reportage formalmente classico (un giornalista e il suo fotografo in un teatro di guerra, a raccogliere storie e immagini da riversare su una testata cartacea), il loro lavoro è stato inserito nella categoria Innovazione: perché Abril e Spottorno hanno scelto un format narrativo originale e particolarmente efficace. Una via di mezzo tra graphic novel e fotoromanzo, ma costruita con  rigore fotogiornalistico, senza lasciare spazio all’invenzione o alla ricerca del pathos.
Si tratta della stessa formula utilizzata per il libro La grieta che i due hanno pubblicato nel 2016 e che in Italia è uscito un anno dopo con il titolo La Crepa, per  add Editore. È un volume frutto di molti viaggi e vari reportage, che racconta quel che accade ai confini dell’UE dove muri, recinzioni spinate, soldati e acque profonde non fermano comunque il flusso di uomini, donne, bambini determinati a entrare nella Fortezza Europa. Un volume che velocemente arriva  al sodo e cattura il lettore, anche quando questi non è propriamente un addetto ai lavori o un attivista. Riesce quindi a fare ciò che attraverso i media tradizionali, i giornali o la tv, avviene ormai sempre più di rado: evidenziare le contraddizioni – in questo caso le crepe della Fortezza Europa – e scalfire l’indifferenza del pubblico.
Da tempo desideravo incontrare Abril e Spottorno e confrontarmi con loro su un tema che mi sta a cuore, ossia la ricerca di linguaggi efficaci per  “narrare le migrazioni” oggi (ce ne siamo già occupati qui e qui).  L’occasione è arrivata, anche se a metà: a fine marzo Spottorno (senza Abril) è stato a Torino, per parlare di frontiere e format narrativi. E ho potuto fargli una breve intervista.

D. La Crepa, a prima vista, sembra un fotoromanzo o un saggio di graphic journalism. In realtà non è né l’uno né l’altro: non ci sono dialoghi, non c’è una storia (almeno, non secondo il modello morfologico di Propp) e le immagini, per quanto “trattate” in post produzione, sono foto, non disegni. Che cos’è, allora?
C.S. «Un reportage a capitoli, basato su oltre 25mila fotografie e 15 taccuini d’appunti. A dicembre 2013 il Pais Semanal aveva incaricato me e Guglielmo Abril di realizzare una serie di servizi  nelle zone più calde d’Europa. Abbiamo incominciato il nostro viaggio da Melilla, pezzetto di Spagna che si trova in Africa; poi siamo stati in Tracia, dove si incrociano le frontiere di Grecia, Bulgaria e Turchia. E via via abbiamo aggiunto altre tappe: Lampedusa, dove abbiamo potuto seguire in diretta, da una nave della marina italiana, impegnata nell’operazione Mare Nostrum, il salvataggio di un gruppo di migranti; l’Ungheria; la Polonia; l’Estonia. Abbiamo raccolto tantissimo materiale e informazioni che ci sembrava importante condividere e a cui volevamo dare una vita più lunga di quella assicurata da un settimanale».

D. La soluzione più ovvia era un libro…
C.S. «Sì, ma non volevamo un classico volume fotografico, un coffee table book: costano troppo, ormai non li compra più nessuno e non riescono ad essere esplicativi come servirebbe. Ci serviva un linguaggio diverso. Abbiamo pensato a una graphic novel. Declinate su qualsiasi tema, le graphic novel hanno un grandissimo seguito. Non richiedono la stessa concentrazione di un libro e la gente le compra e le legge volentieri. Ma… noi non eravamo illustratori. Con le foto avremmo potuto fare un fotoromanzo ma, al di là della venatura vintage, avremmo rischiato di spostare la narrazione sul piano della fiction. E questa era una cosa che volevamo assolutamente evitare. Abbiamo trovato questa soluzione: un racconto fotografico in sequenza, come nel fotoromanzo, ma immagini trattate per dare un altro effetto;  testi frammentati  e ridotti all’essenziale ma dotati di rigore giornalistico e ovviamente niente fumetti».

D. Come sono state rielaborate le foto?
C.S.  «Era importante che restassero foto, ma allo stesso tempo ho lavorato sul contrasto, la saturazione del colore, la texture in modo da appiattire l’immagine come avverrebbe in una graphic novel. Per trovare il mix giusto (che rimane segreto) abbiamo fatto una quantità incredibile di prove».

D. Come è stato accolto il libro alla pubblicazione? Al di là dei premi (l’Atomium Prix nel 2017) e dei riconoscimenti (la menzione speciale all’Aperture Photobook Award nello stesso anno), avete la sensazione di avere raggiunto il pubblico generalista? Siete riusciti a sensibilizzarlo?
C.S. «Abbiamo avuto molti riscontri da parte di persone che ci dicevano: non avevamo nessuna idea che ai confini dell’Europa accadesse questo. Evidentemente la formula che abbiamo elaborato ha fatto breccia. E noi pensiamo di continuare a utilizzarla, fermo restando che si tratta di un’operazione impegnativa, perché provare a evidenziare la complessità e contestualmente essere divulgativi ed efficaci richiede molto equilibrio».

D. La complessità è proprio ciò che manca a molte narrazioni. La cosiddetta emergenza migranti, per esempio, non è semplicemente un problema umanitario, ma evidenzia le difficoltà di tenuta dell’Europa intera, l’incapacità di stare al passo con certi cambiamenti.
C.S. «È quello che intendiamo parlando di crepe nella Fortezza. Pensiamo per esempio alla situazione in cui si è trovata la Marina Italiana: era impegnata a salvare vite umane ma completamente sola. Poi l’operazione Mare Nostrum è stata sospesa, sono arrivate le ong, ma non gli altri Stati europei. Questa, dal nostro punto di vista  è una evidente scollatura, e in questi termini l’abbiamo raccontata. Senza avere idea, tra l’altro, di quello che sarebbe accaduto dopo, che è ben peggio. La nostra impressione però è che questo libro, insieme con altri strumenti, stia contribuendo a una rinascita dell’europeismo, della consapevolezza dell’importanza di tenere insieme l’Europa e riprendere in mano i principi per cui è nata. Non è un processo lineare. Spesso troviamo l’europeismo combinato con l’etnocentrismo, ossia due cose che non potrebbero stare insieme. Ma in ogni caso si sta delineando una nuova consapevolezza: o si trova una soluzione comune (e non parliamo certo dell’aiutiamoli a casa loro) oppure il continente si sgretola e i suoi abitanti si troveranno in una posizione di totale marginalità economica e politica rispetto al mondo. La vicenda Brexit è illuminante e rappresenta una delle più profonde e irrisolte crepe europee.  Il manifesto di Macron per un  Rinascimento dell’Europa, invece, è interessante e può rappresentare un nuovo punto di partenza. Bisogna vedere se alle parole seguiranno i fatti e quali».

(Stefania Ragusa)

 

 

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